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rosmersholm
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venerdì 19 luglio 2024
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dostoevskij?
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La poetica di Dostoevskij è una teodicea incarnata, un continuo corpo a corpo col "Deus absconditus". Nella serie non c'è nulla di tutto ciò (a parte l'urlo di Ambra in una scena madre della seconda parte, piuttosto pretestuoso), e si rivolge piuttosto allo scontato psicologismo di quasi tutta la drammaturgia cinematografica contemporanea. Niente di male, ma si capisce che titolare Piripicchio o Piripacchio avrebbe fatto un altro effetto. Lo svolgimento appare scontato e pieno di stereotipi (compresa la colonscopia, per chi ricorda l'endoscopio di Castellucci...), i personaggisono monodimensionali e nella seconda parte la narrazione si sfilaccia procedendo più per preparare una eventuale seconda serie, che per risolvere le tramature iniziali.
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La poetica di Dostoevskij è una teodicea incarnata, un continuo corpo a corpo col "Deus absconditus". Nella serie non c'è nulla di tutto ciò (a parte l'urlo di Ambra in una scena madre della seconda parte, piuttosto pretestuoso), e si rivolge piuttosto allo scontato psicologismo di quasi tutta la drammaturgia cinematografica contemporanea. Niente di male, ma si capisce che titolare Piripicchio o Piripacchio avrebbe fatto un altro effetto. Lo svolgimento appare scontato e pieno di stereotipi (compresa la colonscopia, per chi ricorda l'endoscopio di Castellucci...), i personaggisono monodimensionali e nella seconda parte la narrazione si sfilaccia procedendo più per preparare una eventuale seconda serie, che per risolvere le tramature iniziali. La serie comunque regge grazie al linguaggio cinematografico che colma le lacune della sceneggiatura. I fratelli hanno stile e talento: se non si lasciano irretire dai fumi dell'incenso, si faranno.
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fabio1967
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lunedì 15 luglio 2024
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il travaglio dell''anima
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Non capita spesso, anzi sinceramente mai, di assistere ad una fruizione cinematografica di tale portata, per durata, intensita' emotiva, sviluppo della trama, enfasi recitativa. Tutti strumetti utilizzati con perizia per giungere all'unico, vero, grande obiettivo di raccontarci lo straziante percorso di un'anima perduta, il cui unico riscatto si concretizza nel risolvere l'enigma di chi sia l'artefice di una lunga catena di delitti casuali. Ogni agito fisico e verbale si sobbarca la necessita' di raccontarci il dolore di essere nati sbagliati, o perche' abbandonati dai genitori, o perche' afflitti da patologie devastanti o semplicemente perche' troppo fragili per mantenere il controllo di un'esistenza disagiata e cinica.
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Non capita spesso, anzi sinceramente mai, di assistere ad una fruizione cinematografica di tale portata, per durata, intensita' emotiva, sviluppo della trama, enfasi recitativa. Tutti strumetti utilizzati con perizia per giungere all'unico, vero, grande obiettivo di raccontarci lo straziante percorso di un'anima perduta, il cui unico riscatto si concretizza nel risolvere l'enigma di chi sia l'artefice di una lunga catena di delitti casuali. Ogni agito fisico e verbale si sobbarca la necessita' di raccontarci il dolore di essere nati sbagliati, o perche' abbandonati dai genitori, o perche' afflitti da patologie devastanti o semplicemente perche' troppo fragili per mantenere il controllo di un'esistenza disagiata e cinica.
L'immagine si sgrana, i colori si smorzano, le facce rimangono impietrite o solcate da smorfie che esprimono il dolore piu' profondo, non c'e' spazio per la gioia o la serenita', quando ci si rende conto che troppo male si e' fatto o si e' subito.
Ed ecco che l'impianto narrativo assume i connotati dell'opera grandiosa, capace di restituirci in ogni dettaglio la disperazione del travaglio di vivere, in maniera tanto viscerale da apparire impietosa.
In alcuni momenti ci si compiace di cosi' tanta verita' emotiva, in altri si cerca la possibilita' di "rifiatare", senza peraltro trovarne gli spazi. I delitti sono quasi sullo sfondo, la vera protagonista e' la vicenda umana, che si snodo implacabilmente nel degrado sociale piu' profondo.
Sinceramente non trovo in tutta la narrazione e nemmeno nel finale, la possibilita' di un vero riscatto, di una bagno ristoratore, di una speranza di rinascita, se non nell'accettazione rassegnata del vivere un'esistenza sbagliata come conseguenza di un atroce passato che ci segnera' per sempre. L'anima che paga questo pegno non e' solo quella del protagonista (un Timi che risplende di una mirabile prova attoriale, tanto da farmi domandare come sia possibile che un attore di tale portata non abbia ancora vissuto la sfavillante carriera che merita), ma anche quella di tutti i potagonisti della vicenda, ciascuno con il proprio travaglio interiore, tutti accomunati dal dover espiare una colpa, propria o di chi la vita glia messo accanto.
L'anima cosi' ben rappresentata nella sua accezione piu' nobile, ci costringe ad un viaggio personalissimo nel quale ciascuno e' chiamato a confrontarsi con le miserie umane, declinate con il realismo di chi non fa sconti, costringendoci a pagare il prezzo pieno di doversi schierare, di dover prendere una posizione e riflettere su cio' che di quanto rappresentato, c'e' in ognuno di noi.
Non per tutti ma solo per chi e' pronto all'esercizio, probabilmente per chi non ne uscirebbe comunque dolorante, forte di un'esistenza piu' fortunata di altre. Una serie che seleziona cosi' implacabilmente, che coinvolge con scene e dialoghi davvero deflagranti, che appassiona con una traccia narrativa mai banale e sorprende con il realismo di prove recitative davvero convincenti, non puo' che lasciare nello spettatore un segno indelebile.
Se questo e' il cinema 2.0...mi compiaccio di poter assistere, per una volta, allo "spettacolo" della modernita'.
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fulviowetzl
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martedì 16 luglio 2024
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lettere a stampatello su fogli a quadretti
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Entro al Mignon alle cinque e mezza con Elena, armato di thermos di caffè. Insieme a noi, da solo, entra Marco Bellocchio, lui in seconda fila, noi in quarta. Qualche giorno fa abbiamo visto proprio qui "Sbatti il mostro in prima pagina" e ora ci apprestiamo a vedere la vicenda di un vero serial killer, che ha incuriosito anche lui. Vero, si fa per dire. il film è un approfondito disturbante scandaglio dentro il killer e dentro ciascuno di noi, disposto a lasciarsi penetrare negli intimi recessi come con una colonscopia. "Sbatti il mostro" finiva con una sequenza astratta, sintesi di quanto avevamo visto svolgersi lungo il film, uno scarico di immondizia organica e industriale riversato in un naviglio a mischiarsi e intorpidare le acque definitivamente.
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Entro al Mignon alle cinque e mezza con Elena, armato di thermos di caffè. Insieme a noi, da solo, entra Marco Bellocchio, lui in seconda fila, noi in quarta. Qualche giorno fa abbiamo visto proprio qui "Sbatti il mostro in prima pagina" e ora ci apprestiamo a vedere la vicenda di un vero serial killer, che ha incuriosito anche lui. Vero, si fa per dire. il film è un approfondito disturbante scandaglio dentro il killer e dentro ciascuno di noi, disposto a lasciarsi penetrare negli intimi recessi come con una colonscopia. "Sbatti il mostro" finiva con una sequenza astratta, sintesi di quanto avevamo visto svolgersi lungo il film, uno scarico di immondizia organica e industriale riversato in un naviglio a mischiarsi e intorpidare le acque definitivamente. Quegli stessi rifiuti li troviamo in Dostoevskij, diventano il paesaggio stesso, un devastato paesaggio laziale, dove i fiumi sono discariche, le colline come i terril fiamminghi, cumuli di materiali di scarto, le casette a schiera con verandina non finite, un senso di provvisorio e di sporco non più arginabile che invade case, commissariati, studi medici: Invade soprattutto le coscienze dei personaggi che vediamo vivere e apprestarsi a cercare di uscire di scena, quindi anche la nostra di coscienza, in maniera contagiosa, quelli di noi disposti a farsi invadere, quanto meno a coinvolgere. C'é un killer che si firma lasciando accanto alle vittime, lettere scritte a stampatello su fogli a quadretti di quinta. E' uno scrittore fluviale, di buone letture, che scrive pagine sparse come fogli strappati a "Memorie dal Sottosuolo", teorizzazioni nichiliste sull'inutilità del vivere, che incuriosisce in modo maniacale Enzo Vitello, il commissario che presiede la squadra speciale preposta alla risoluzione di questo caso. La sintonia tra Enzo e Dostoevskij è viscerale, Il film inizia infatti emblematicamente con il tentativo fallito perché interrotto di suicidarsi con un ingerimento industriale di psicofarmaci, tutti ben allienati su un tavolino a fianco di una lettera di addio. Il comando chiama per una nuova strage e Vitello è costretto ad accorrere sul luogo del delitto, a raccogliere e collezionare l'ennesima lettera cifrata di Dostoevskij. Queste lettere mi hanno ricordato i "messaggi ai marziani" di Oreste Nannetti, un ricoverato nel manicomio di Volterra, che incise con la fibbia della cintura sulle pareti esterne del cortile un murale di 180 metri lineari composto da queste lettere, ordinatamente inserite ciascuna in un rettangolo, scritte in caratteri cuneiformi. Mi capitò di filmarle integralmente per preservarle a futura memoria, in un piano sequenza sotto titoli di coda del mio film Prima la musica, poi le parole. E mi è parso subito che assolvessero lo stesso compito, per Nannetti di comunicare con gli extraterrestri, quindi con lo spazio profondo, vista l'assoluta mancanza per tutti gli anni della degenza di contatti umani con chicchessia, per Dostoevskij di scavare nella profondità dello spazio interiore, lasciando tracce e frammenti per decifrare a chi sta affrontando l'arduo compito di venire a capo di questa follia viscerale. Filippo Timi indossa il personaggio di Enzo Vitello in un modo talmente mimetico da diventare quasi autolesionista, sorprendentemente simile nei lineamenti e nei silenzi al Gian Maria Volonté di "Sbatti il mostro"; Carlotta Gamba si immerge in Ambra con la stessa foga, come fosse la resina del suo nome ad avvolgere e imprigionare gli insetti interiori. Matteo Cocco, geniale direttore della fotografia e operatore, avvolge tutto il film, girato in pellicola 16mm, esaltandone la grana i graffi e le sporcature, di un manto di provvisorio, di buio, di fuorifuoco, che ti invischia ineluttabilmente fino alla fine delle cinque ore, necessarie ma non sufficienti, quando si apre sul verde solare di un ruscello finalmente limpido come, sembra, la coscienza di chi lo sta scandagliando.
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