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jonnylogan
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martedì 6 maggio 2025
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come un anello di saturno
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“ Il GRA, Grande Raccordo Anulare, è l’autostrada urbana più lunga d’Italia, con un’estensione pari a un anello di Saturno”
Queste le parole con le quali viene descritto il GRA esplorato in lungo e in largo prima dall’urbanista e paesaggista Nicolò Basetti, che sia a piedi, sia con altri mezzi ha deciso di dare vita a una lunga camminata antropologica; attraversando più volte i quasi settanta chilometri del Grande Raccordo Anulare, tramutandoli in totale in quasi trecento chilometri.
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“ Il GRA, Grande Raccordo Anulare, è l’autostrada urbana più lunga d’Italia, con un’estensione pari a un anello di Saturno”
Queste le parole con le quali viene descritto il GRA esplorato in lungo e in largo prima dall’urbanista e paesaggista Nicolò Basetti, che sia a piedi, sia con altri mezzi ha deciso di dare vita a una lunga camminata antropologica; attraversando più volte i quasi settanta chilometri del Grande Raccordo Anulare, tramutandoli in totale in quasi trecento chilometri. Percorrendoli e consegnandoli al documentarista Gianfranco Rosi, in seguito a un passo dal premio Oscar per Fuocoammare (id.; 2016), dedicato a Lampedusa e al mondo dei migranti, il quale, forte delle esperienze maturate fra l’India, la vita ai margini, delle baraccopoli made in USA, e dei narcotrafficanti messicani, per una volta ha deciso di ripercorrere nuovamente quei quasi settanta chilometri, soffermandosi anch’egli alla ricerca di vite ai margini. Posizionate lungo quella linea di confine che è il GRA: ovvero fra il centro sfavillante della capitale e la vita lontana dai riflettori. Nei luoghi dove la cementificazione, il degrado, i campi incolti, possono lasciare ben poco spazio all’inventiva.
Le storie scovate e narrate da Rosi risultano al fine qualche cosa di tenero e di mai visto, quasi irreali per quanto paiono assurde, ma assolutamente tutte calate nella realtà: si passa dal soccorritore in ambulanza, al nobile decaduto che vive in pochi metri quadrati e in compagnia della figlia. Dal pescatore di anguille, a due prostitute ormai troppo anziane per poter sperare di attirare qualche cliente danaroso. Dal nobile che decide di affittare la propria abitazione come set per fotoromanzi, sino al ‘Palmologo’ interessato alla salute delle palme che incontra lungo il proprio percorso e che accudisce con una cura a dir poco maniacale. Tutte storie narrate sullo sfondo poliedrico e cementificato del GRA, un ‘non luogo’ che l’architetto e politico Romano: Renato Nicolini, definiva “il muro invalicabile” restituitoci per una volta non più come una terra di nessuno ma come un luogo quasi metafisico e meritevole di venire studiato ed esplorato.
Lo sforzo di Rosi riesce quindi a colpire l’immaginazione del pubblico con una pellicola che può fare tranquillamente coppia con La Grande Bellezza (id.; 2012) di Paolo Sorrentino. Con il sostanziale distinguo dato dalla percezione che si può avere di Roma. Da un lato vista come fonte di estasi e splendore oppure mai vista ed esclusivamente filtrata solo attraverso la lingua di asfalto del GRA. Leone d'Oro a Venezia 2013, come miglior film. E pellicola da vedere se amate l'antropologia urbana e una Roma vista da altri punti di vista.
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felicity
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sabato 3 agosto 2024
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l’anima di una città
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Sacro GRA è un film di magnifici scarti. Gianfranco Rosi non riprende mai il GRA: il suo (cine)occhio rimane perennemente obliquo, arriva sempre o un attimo prima o un attimo dopo il flusso di eventi o di persone che “presenta”, abbracciando una mamma Roma di cui si sentono echi lontani, mai inquadrata perché lasciata immaginare negli occhi di chi guarda oltre la nostra inquadratura.
Questo è un film fatto di scarti. Questo è il progetto folle di chi ha tentato di filmare l’anima di una città/mondo partendo dai suoi limiti estremi, dall’eterno confine tra il dentro e il fuori lo spazio.
Sacro GRA è un film popolato da persone.
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Sacro GRA è un film di magnifici scarti. Gianfranco Rosi non riprende mai il GRA: il suo (cine)occhio rimane perennemente obliquo, arriva sempre o un attimo prima o un attimo dopo il flusso di eventi o di persone che “presenta”, abbracciando una mamma Roma di cui si sentono echi lontani, mai inquadrata perché lasciata immaginare negli occhi di chi guarda oltre la nostra inquadratura.
Questo è un film fatto di scarti. Questo è il progetto folle di chi ha tentato di filmare l’anima di una città/mondo partendo dai suoi limiti estremi, dall’eterno confine tra il dentro e il fuori lo spazio.
Sacro GRA è un film popolato da persone. Persone a cui non si vuol nemmeno dare un nome, perché non è importante. Insomma: il GRA è cinema.
E lo è perché presuppone infiniti attraversamenti e tanti futuri possibili.
Sacro GRA è un film magnificamente e volutamente incompiuto, che potrebbe durare cinque minuti o un’intera vita. Un corpo vivo che rifiuta la circolarità fisica del suo oggetto, lasciando solo a noi spettatori l’onere di proseguirne il tragitto sentimentale.
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giovedì 27 giugno 2019
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che noia mortale: regista raccomandato?
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Premetto che sono romano e amo i film lenti e riflessivi, ma questo qui è il film più deludente e più noioso che abbia mai visto. Incredibile che abbia vinto a Venezia. Certamente il regista Rosi è amico di qualcuno che conta, non trovo altra spiegazione.
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onufrio
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giovedì 10 marzo 2016
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noioso e sopravvalutato
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Mi dispiace non aver compreso l'opera di Rosi che in questo documentario racconta stralci di vita all'interno del Grande Raccordo Anulare in quel di Roma. Storie di vita comune, storie monotone, c'è poco da ricordare, poco da far riflettere, un accozzaglia di gente con delle piccole storie che rimangono nella superficie e si disperdono nel traffico caotico del Gra.
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cpettine
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domenica 28 febbraio 2016
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la prospettiva dello scarafaggio
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Rosi ci porta in “giro” per Roma in senso letterale: viaggiando attorno all’anello d’asfalto che cinge la città (il sacro Gran Raccordo Asfaltato) sceglie una serie di storie umane con straordinaria meticolosità (dopo due anni di riprese), storie incredibilmente normali ma normalmente incredibili: travestiti nottambuli, pescatori d’anguille, nobili decaduti, vecchi dementi e giovani “pazienti”, ballerine da bar, credenti creduloni e un botanico che parla con gli scarafaggi. La storia si snoda, anche spiazzando, come un sacro anello che gira all’infinito, senza inizio e senza una fine.
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Rosi ci porta in “giro” per Roma in senso letterale: viaggiando attorno all’anello d’asfalto che cinge la città (il sacro Gran Raccordo Asfaltato) sceglie una serie di storie umane con straordinaria meticolosità (dopo due anni di riprese), storie incredibilmente normali ma normalmente incredibili: travestiti nottambuli, pescatori d’anguille, nobili decaduti, vecchi dementi e giovani “pazienti”, ballerine da bar, credenti creduloni e un botanico che parla con gli scarafaggi. La storia si snoda, anche spiazzando, come un sacro anello che gira all’infinito, senza inizio e senza una fine. La prospettiva che sceglie Rosi per raccontare tutte le sue strane-storie è quasi filmica, fin troppo asciutta, fotografica, silenziosa, ma anche inaspettatamente efficace. I nostalgici del vecchio caro documentario soffriranno la mancanza di un contenuto chiaro, i nostalgici del “buon cinema” storceranno l naso per una storia inconcludente. Tutti loro, i “critici” amanti del “prevedibile”, sono in realtà incapaci di lasciarsi portare da un apparente noioso racconto, che sembra inconcludente, ma che invece ha la potenza dello scarafaggio della locandina: la indomabile forza della sopravvivenza di una specie. L’umanità di cui ci parla Rosi infatti sopravvive ai margini di una città, lontanissima, come gli scarafaggi dal punteruolo rosso, tutti rosicchiando la propria palma, e sopravvivendo nel sacro anello infinito della vita (umana). Rosi ci mostra gesti e silenzi da così vicino da farci vedere la vita dalla prospettiva di uno scarafaggio, quasi annusandola.
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francesco2
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venerdì 20 novembre 2015
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rosi, non aver paura (di usare più rigore)
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Il nome di Rosi, a quanto sembra, era già conosciuto da qualcuno, prima che venisse insignito del Leone d'Oro a Venezia. Taluni, i (pochi,credo) detrattori del film hanno parlato di poco coraggio, rispetto alla sua produzione precedente. Probabilmente, quando si faccia "cinema documentaristico" la strada è quella ipercinematografica di Scorsese ( "Quei bravi ragazzi"), oppure quella caustica ed indagatoria di Michael Moore, del -giustamente- meno conosciuto "Religolous", della nostra Guzzanti.
Un percorso alternativo è quello che propende per l'empatia - ma non troppo -, o per il distacco, sempre che non si provi a fonderle ( ma sarebbe una sfida impossibile).
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Il nome di Rosi, a quanto sembra, era già conosciuto da qualcuno, prima che venisse insignito del Leone d'Oro a Venezia. Taluni, i (pochi,credo) detrattori del film hanno parlato di poco coraggio, rispetto alla sua produzione precedente. Probabilmente, quando si faccia "cinema documentaristico" la strada è quella ipercinematografica di Scorsese ( "Quei bravi ragazzi"), oppure quella caustica ed indagatoria di Michael Moore, del -giustamente- meno conosciuto "Religolous", della nostra Guzzanti.
Un percorso alternativo è quello che propende per l'empatia - ma non troppo -, o per il distacco, sempre che non si provi a fonderle ( ma sarebbe una sfida impossibile). Ma Rosi il distacco lo esclude, forse perché ha lavorato per anni con i protagonisti di "Sacro GRA", chiedendo con ogni probabilità il loro assenso per selezionare delle "tracce di vita amorosa",e non; allora "deve"entrare in empatia. La sfida, tuttavia, si fa ancora più impegnativa, perché chi voglia "filtrare" queste realtà, essendo al contempo documentarista e cinematografico, deve giocoforza avre una sensibilità particolare. E questo regista, qui, non ha quella di Corsicato ( si vedano le prostitute, molto lontane dai "buchi neri"), ma allo stesso tempo non è neanche Cipri e:o Maresco, fuorché non s'intenda il bruttino e scontato "E' stato il figlio". Forse i due ideatori di "Toto che disse due volte" gli devono apparire troppo nichilisti, e lui non vuole dipingere una realtà priva di speranza, già morta. Ma cosi il suo è un ibrido, che trova motivo di inteesse solo nei "vuoti" ein un "pieno", cioé il personaggio desideroso di preservare la sua palma. Il resto è un misto di personaggi senz'anima, si parli delle già citate prostitute piuttosto che dei nobili decaduti -tranne qualche momento particolare, piuttosto, ancora, che delle quantomai "televisive" scene sull'ambulanza.
Davvero discutibile, allora, l'entusiasmo per questo esperimento metacinematografico, preferito due anni fa -tra gli altri film- alla "Moglie del poliziotto" ed al tanto discusso "Mis violence"... , ed ancora più discontinuo dei "Giri di luna"... di Gaudino, tornato proprio quest'anno a Venezia. Film " da festival" ( i "giri" citati erano stati premiati a Rotterdam), che il pubblico non gradisce tanto.......ed in buona parte ha ragione.
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no_data elisabetta valento
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giovedì 4 dicembre 2014
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le nostre vite minime
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L'anello del GRA come un'anima mundi che lega e svela frammenti di vite minime che solo viste dal cielo ritrovano un senso, vite talmente vere da sembrare incompiute (perché così sempre è con la vita). Vite ai margini o all’imbocco di una svolta che, forse, li condurrà a un centro. Solo una surrealtà o un’illusione consente a quelle vite di essere vissute… ed è lì che il sacro emerge, in quello scintillio di poesia che riconquista la dignità, nella cantilena della madre demente al figlio innamorato, negli alambicchi usati per debellare il punteruolo rosso che divora la palma nostrana metafora dell’anima, in una melanzana andata a male annusata in una casa occupata o in una fetta di melone mangiata credendo che l’Italia è ancora un luogo che dona bontà.
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L'anello del GRA come un'anima mundi che lega e svela frammenti di vite minime che solo viste dal cielo ritrovano un senso, vite talmente vere da sembrare incompiute (perché così sempre è con la vita). Vite ai margini o all’imbocco di una svolta che, forse, li condurrà a un centro. Solo una surrealtà o un’illusione consente a quelle vite di essere vissute… ed è lì che il sacro emerge, in quello scintillio di poesia che riconquista la dignità, nella cantilena della madre demente al figlio innamorato, negli alambicchi usati per debellare il punteruolo rosso che divora la palma nostrana metafora dell’anima, in una melanzana andata a male annusata in una casa occupata o in una fetta di melone mangiata credendo che l’Italia è ancora un luogo che dona bontà. E mentre i fari delle macchine sfilano la tenerezza, marea benigna, ti sommerge.
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no_data elisabetta valento
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mercoledì 10 settembre 2014
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le nostre vite minime
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L'anello del GRA come un'anima mundi che lega e svela frammenti di vite minime che solo viste dal cielo ritrovano un senso, vite talmente vere da sembrare incompiute (perché così sempre è con la vita). Vite ai margini o all’imbocco di una svolta che, forse, li condurrà a un centro. Solo una surrealtà o un’illusione consente a quelle vite di essere vissute… ed è lì che il sacro emerge, in quello scintillio di poesia che riconquista la dignità, nella cantilena della madre demente al figlio innamorato, negli alambicchi usati per debellare il punteruolo rosso che divora la palma nostrana metafora dell’anima, in una melanzana andata a male annusata in una casa occupata o in una fetta di melone mangiata credendo che l’Italia è ancora un luogo che dona bontà.
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L'anello del GRA come un'anima mundi che lega e svela frammenti di vite minime che solo viste dal cielo ritrovano un senso, vite talmente vere da sembrare incompiute (perché così sempre è con la vita). Vite ai margini o all’imbocco di una svolta che, forse, li condurrà a un centro. Solo una surrealtà o un’illusione consente a quelle vite di essere vissute… ed è lì che il sacro emerge, in quello scintillio di poesia che riconquista la dignità, nella cantilena della madre demente al figlio innamorato, negli alambicchi usati per debellare il punteruolo rosso che divora la palma nostrana metafora dell’anima, in una melanzana andata a male annusata in una casa occupata o in una fetta di melone mangiata credendo che l’Italia è ancora un luogo che dona bontà. E mentre i fari delle macchine sfilano la tenerezza, marea benigna, ti sommerge.
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astrolabio63
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giovedì 28 agosto 2014
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proletariume allo stato solido
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Questa la filmografia contemporanea, che fa ampia eco ad altri film di estrazione intellettual-operaia..... A partire proprio dalla 'grande bellezza'.....
Ma tutti questi artisti perchè non se ne vanno a ripulire - gratuitamente - le fogne della suburra di Roma sud? Il cialtrone sudamericano potrebbe ringraziarli commosso.... Similia similibus......
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howlingfantod
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domenica 27 luglio 2014
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innovativo e stupendo
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La controparte di una “Grande bellezza”, la grande bellezza della periferia, ancor più vera perché veri i personaggi così’ lontani dai salotti, dalle feste, dalle terrazze e da tutte le chiacchiere che si svolgono qualche chilometro più verso il centro, centro di che cosa poi? L’opera rompe gli schemi realtà-finzione abbattendo il muro fra fiction e documentario, abbatte il muro del girovagare romano quasi unidirezionale o comunque destinato a un fine come nell’episodio di “Aprile” di Nanni Moretti”, in quanto in Sacro GRA il girovagare è circolare come il GRA stesso che ritorna sempre al punto di partenza, abbattendo tempi e spazi. I personaggi tutti indimenticabili, difficile fare una classifica tra il figlio con la madre anziana e malata, il palmologo, il transessuale o il principe o cavaliere di Malta, loro si agitano su questo limitare non si sa se appena fuori o all’interno del GRA, si intuisce quasi appena che la loro vita e i loro sogni si svolgano intorno a questo anello, ma in fondo l’anello è solo un pretesto, un immagine sfuocata, un anello di saturno come nella didascalia iniziale che tutto contiene o tutto esclude, il GRA ricorda certi porosi confini che delimitano un dentro e fuori che non esiste.
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La controparte di una “Grande bellezza”, la grande bellezza della periferia, ancor più vera perché veri i personaggi così’ lontani dai salotti, dalle feste, dalle terrazze e da tutte le chiacchiere che si svolgono qualche chilometro più verso il centro, centro di che cosa poi? L’opera rompe gli schemi realtà-finzione abbattendo il muro fra fiction e documentario, abbatte il muro del girovagare romano quasi unidirezionale o comunque destinato a un fine come nell’episodio di “Aprile” di Nanni Moretti”, in quanto in Sacro GRA il girovagare è circolare come il GRA stesso che ritorna sempre al punto di partenza, abbattendo tempi e spazi. I personaggi tutti indimenticabili, difficile fare una classifica tra il figlio con la madre anziana e malata, il palmologo, il transessuale o il principe o cavaliere di Malta, loro si agitano su questo limitare non si sa se appena fuori o all’interno del GRA, si intuisce quasi appena che la loro vita e i loro sogni si svolgano intorno a questo anello, ma in fondo l’anello è solo un pretesto, un immagine sfuocata, un anello di saturno come nella didascalia iniziale che tutto contiene o tutto esclude, il GRA ricorda certi porosi confini che delimitano un dentro e fuori che non esiste.
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