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Uno spettatore riflette sull'esistenza

Roy Andersson e il cinema d'autore nel Piccione.
di Roy Menarini

In foto una scena del film Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza, vincitore all'ultima Mostra del Cinema di Venezia.

sabato 21 febbraio 2015 - Approfondimenti

In una sala del nord Italia, non particolarmente affollata ma nemmeno deserta, uno spettatore anziano - a metà di Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza - esclama voltandosi verso la moglie: "Non è un vero film: è una serie di vignette surreali", mostrando apprezzamento sia per quel che vede sullo schermo sia per la propria intuizione. A fianco, la signora (evidentemente bene informata su premi e festival) risponde di rimando: "Si vede che a Venezia piace così. Anche il Leone dell'anno scorso, Sacro GRA, non era un vero film".
Il dialogo è autentico, ascoltato dalle orecchie di chi scrive. Che cosa significa "non è un vero film" per questi spettatori, di fronte a un'opera, quella di Roy Andersson, poco narrativa e segmentata per piani-sequenza a inquadratura fissa, e a un'altra, quella di Gianfranco Rosi, che saggi i perimetri del cinema documentario? Probabilmente l'intenzione è quella di riconoscere una distanza rispetto al regolare film di finzione, con una storia narrata dall'inizio alla fine, e un senso compiuto e percepibile.
Sia chiaro: i due spettatori di questa piccola cronaca vanno elogiati. Alla loro età (quasi ottant'anni, a occhio) dimostrano curiosità, interesse, cercano di avvicinarsi a un film che evidentemente sfugge ai loro schemi abituali e alla fine (spiando ancora la conversazione) sembrano confusi ma non malamente impressionati. Infatti all'uscita si soffermano nell'atrio, dove l'esercente ha affisso alcune recensioni. Il capannello di spettatori pomeridiani che si crea intorno ai fogli appesi con una puntina da disegno fa quasi scaldare il cuore: la critica torna al centro della curiosità, e soprattutto delle necessità degli spettatori. Vogliono che qualcuno spieghi loro che cosa hanno visto. Tutto molto bello. Ci sono però anche risvolti meno oleografici. Perché nel 2015 (quest'anno il cinema compie ufficialmente 120 anni) gli spettatori sono ancora così impreparati di fronte a forme cinematografiche inconsuete, tanto che persino un documentario o un'opera a bassa intensità narrativa procurano tali grattacapi da non essere considerati "veri film"? Si tratta, beninteso, di spettatori del comparto d'essai, legati alla ritualità della sala, abituati al cinema non americano. Forse c'è qualche problema di cultura cinematografica e di conoscenza artistica di base in questo paese. In secondo luogo, esiste anche un altro, più subdolo, dubbio. Quale "autorevolezza" culturale promette Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza? Nel pressbook del film ci pensa il regista a spiegare tutto. Le influenze che egli elenca sono Otto Dix e Georg Scholz, la Neue Sachlichkeit, "Aspettando Godot" di Beckett, Don Chisciotte e Sancho Panza, "Uomini e Topi" di John Steinbeck e Stanlio e Ollio. Inoltre, ammette di essere ossessionato dalla profondità di campo e dall'idea di utilizzare solamente inquadrature fisse. Magnifico. Un uomo decisamente colto, e di letture più che raffinate, capace di mescolare il grande teatro del Novecento con il cinema comico e popolare. Basta questo? È sufficiente per un buon film? È tutto quel che ci serve per giustificare e contestualizzare ogni singolo segmento, o sketch, del racconto?
Fatto salvo l'enorme rispetto che si deve a un maestro del cinema europeo, che cosa ci dice del presente, del mondo, di noi, delle nostre aspirazioni, della nostra crisi, del cinema contemporaneo, un film così autoreferenziale, uno specchio così cocciuto delle ossessioni di un solo uomo, l'autore? E - ultima domanda - se lo spettatore di cui sopra, invece di farsi aiutare per comprendere il film, scegliesse di fermarsi a ragionare un po', e decidesse che questi riferimenti letterari (a dir poco usurati) non ci bastano più? Uno spettatore seduto in sala riflette sull'esistenza. Perplesso.

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