Synecdoche, New York

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Un film di Charlie Kaufman. Con Philip Seymour Hoffman, Samantha Morton, Michelle Williams, Catherine Keener, Emily Watson.
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Commedia, durata 124 min. - USA 2008. - Bim Distribuzione uscita giovedì 19 giugno 2014. MYMONETRO Synecdoche, New York * * * - - valutazione media: 3,04 su 34 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Un po' pletorico Valutazione 3 stelle su cinque

di elettrasammarco


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venerdì 27 giugno 2014

Per superare la sua crisi d’identità artistica, Caden Cotard (P. Seymour Hoffmann), un noto regista teatrale, decide di mettere in scena la sua vita e i suoi fallimenti umani: l’abbandono da parte di sua moglie Adele, che si trasferisce a Berlino con la loro bambina; una relazione naufragata sul nascere con una donna, Hazel, che gli rimarrà nel cuore per sempre; una storia d’amore con la sua prima attrice, e poi le sue malattie psicosomatiche, le ipocondrie, la costante paura della morte che è in realtà visione anticipatrice dell’inesorabile. La messa in scena avverrà in tempo reale: durerà una vita, tanto quanto la vita di Caden, e sarà indistinguibile dalle prove (forse un omaggio a Grotowski, peraltro citato nel film, e alla sua predilezione per le prove rispetto allo spettacolo in sé). I personaggi si moltiplicano e così gli attori che li rappresentano, e nello spazio teatrale che li contiene  una specie di hangar abbandonato  le scenografie che ripetono gli interni e gli esterni delle esperienze di Caden crescono le une sulle altre in un work in progress mai compiuto. Caden cerca se stesso negli attori che mettono in scena la sua vita, ma l’unica verità che riesce a trovare è che lui è uguale a tutti gli altri esseri umani. Che non è l’essere speciale che si è sempre creduto. È l’uno per tutti, l’uno come tutti, la parte per l’intero. Lui è solo la sineddoche dell’intera umanità. Synecdoche, New York è un opera complessa, che non lascia indifferenti. Un senso di morte, di perdita, di inutile attesa si leva dal film come nebbia, alimentata da un simbolismo stravagante, spesso riuscito: penso alla casa perennemente in fiamme dove Hazel va a vivere accettando il rischio/destino di morte; alle deiezioni su cui si focalizzano l’ipocondria di Caden e la sua ossessione per il disfacimento; ai biglietti lasciati alla donna di servizio attraverso cui comunicano Caden e Adele, corrispettivi della assurda traduzione simultanea dal tedesco a cui ricorre Caden nell’ultimo colloquio con la figlia ormai adulta: filtri comunicativi, in entrambi i casi, che sono markers di una distanza incolmabile tra gli esseri umani (peccato che proprio nella scena dell’addio alla figlia, una delle più dolorose, una gag surrealista raggeli il pathos con una inopinata allusione ad una omosessualità di Caden che non trova altri appigli nel resto del film). Sprazzi di dadaismo, non-sense, indizi che non portano da nessuna parte. Ma in questo primo e finora unico film di Charlie Kaufman, sceneggiatore di film culto di Jonze e Gondry, c’è anche la vita come superfetazione di esperienze senza filo rosso né direzione, il teatro grotowskianamente inteso come simbiosi tra regista e attore, il destino mortale come unico vero trait-d’union tra gli esseri umani. C’è molto in questo film, e nel cinema il molto e il troppo in genere coincidono; ma è anche vero che qui il sovrappiù non è tanto nei temi quanto nei modi di una narrazione che procede accumulando eventi con una rapidità che ricorda i veloci cambi di scena delle esperienze oniriche. Potrebbe essere una scelta di stile, se non fosse che la rapidità spesso è tale da non lasciare a chi guarda il tempo dell’immedesimazione, della sedimentazione, della partecipazione emotiva. A volte subentra una noia da eccesso di eventi e microeventi non sempre necessari, a volte pletorici, generata non dalla lentezza ma dalla velocità. E finisce che a volte si ha l’impressione di assistere non ad un film, ma al suo trailer.

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