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carloalberto
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mercoledì 2 settembre 2020
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il film regge grazie a willem dafoe
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E’ tutta una questione di luci e di prospettive, nella vita come nel cinema, nella finzione che si manifesta come tale, vedi il quadro gli Ambasciatori di Hans Holbein il Giovane mostrato in una scena, nella finzione che riproduce il vero deformandolo e ricostruendolo secondo l’estro dello sceneggiatore, per esempio lo stesso film Anamorph - I ritratti del serial killer, e finanche nelle cose di tutti i giorni, fino al parossismo del gesto estremo, l’omicidio rituale che ripropone specularmente lo stesso tema in modo ripetitivo. La soggettività dell’inquadratura e per analogia il modo di vedere i fatti del mondo è a fondamento di un thriller psicologico in cui il mostro è l’alter ego del detective solitario, fobico-ossessivo, alcolizzato, interpretato, come suo solito, da un magnifico Willem Dafoe.
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E’ tutta una questione di luci e di prospettive, nella vita come nel cinema, nella finzione che si manifesta come tale, vedi il quadro gli Ambasciatori di Hans Holbein il Giovane mostrato in una scena, nella finzione che riproduce il vero deformandolo e ricostruendolo secondo l’estro dello sceneggiatore, per esempio lo stesso film Anamorph - I ritratti del serial killer, e finanche nelle cose di tutti i giorni, fino al parossismo del gesto estremo, l’omicidio rituale che ripropone specularmente lo stesso tema in modo ripetitivo. La soggettività dell’inquadratura e per analogia il modo di vedere i fatti del mondo è a fondamento di un thriller psicologico in cui il mostro è l’alter ego del detective solitario, fobico-ossessivo, alcolizzato, interpretato, come suo solito, da un magnifico Willem Dafoe. Lo specchio fornisce il senso di ciò che si nasconde nell’immagine. La verità è anamorfica, la percezione della realtà frutto di una interpretazione o meglio di una determinata posizione spazio temporale. Un serial killer filosofo è all’opera in una New York buia cupa che quasi non si vede? Riflessione e suspense possono andare d’accordo? Forse si, ed il film è riuscito, anche grazie ad un ottimo cast formato da professionisti di tutto rispetto, tra cui spicca il caratterista di lusso Peter Stormare. Peccato che il finale sia alquanto scontato ed immaginato in modo frettoloso per chiudere la vicenda secondo gli schemi stereotipati, da soluzione a quiz enigmistici, delle pellicole di questo genere, in cui il particolare dapprima non visto, è poi, chissà perché non prima, notato e si rivela decisivo per condurre al pazzo criminale di turno, questa volta anche artista e per giunta filosofo.
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dian71cinema
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domenica 16 giugno 2013
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la retrospettiva nell'assassino..
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MANCA.. ED E' UN PECCATO IN QUANTO LA QUALITA' DI QUESTO FILM, DI BUONA FATTURA, GLI AVREBBE CONFERITO MAGGIOR SUCCESSO RISPETTO A QUELLO OTTENUTO.
SAPIENTE REGIA, FOTOGRAFIA, LUCI, COLONNA SONORA ED UNA DISCRETA INTERPRETAZIONE DEL CAST CON UNA SCENEGGIATURA DAI DIALOGHI EFFICACI ..DALLA PARTE DEGLI ADDETTI AI LAVORI.. MA MANCA QUEL MORDENTE.. PER LO SPETTATORE.. (FORSE VOLUTAMENTE), NON VENGONO FORNITE RISPOSTE..PROPOSTE SOLUZIONI .. L'APPROFONDIMENTO PSICOLOGICO DEI PERSONAGGI E' CARENTE..NONOSTANTE UNA CATENA DI LEGAMI E CONOSCENZE CHE RESTANO APPESE A PUNTI INTERROGATIVI..
UN PLAUSO QUINDI ALLA BUONA CAPACITA' DI CREARE SCENE DEL DELITTO AD OPERA D'ARTE..OTTIMO IL QUADRO..SCARSA LA CORNICE.
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MANCA.. ED E' UN PECCATO IN QUANTO LA QUALITA' DI QUESTO FILM, DI BUONA FATTURA, GLI AVREBBE CONFERITO MAGGIOR SUCCESSO RISPETTO A QUELLO OTTENUTO.
SAPIENTE REGIA, FOTOGRAFIA, LUCI, COLONNA SONORA ED UNA DISCRETA INTERPRETAZIONE DEL CAST CON UNA SCENEGGIATURA DAI DIALOGHI EFFICACI ..DALLA PARTE DEGLI ADDETTI AI LAVORI.. MA MANCA QUEL MORDENTE.. PER LO SPETTATORE.. (FORSE VOLUTAMENTE), NON VENGONO FORNITE RISPOSTE..PROPOSTE SOLUZIONI .. L'APPROFONDIMENTO PSICOLOGICO DEI PERSONAGGI E' CARENTE..NONOSTANTE UNA CATENA DI LEGAMI E CONOSCENZE CHE RESTANO APPESE A PUNTI INTERROGATIVI..
UN PLAUSO QUINDI ALLA BUONA CAPACITA' DI CREARE SCENE DEL DELITTO AD OPERA D'ARTE..OTTIMO IL QUADRO..SCARSA LA CORNICE.
VOTO 6.5
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marcenaronano
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venerdì 31 maggio 2013
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film deludente
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film assolutamente deludente.Un "Seven" dei poveri molto mal riuscito nonostante il bravissimo attore.
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tecmec
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lunedì 16 aprile 2012
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non male!
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Gran bel fim, un unico difetto: la trama rischia a tratti l'incostistenza a causa della scelta della sceneggiatura di non rivelare niente al riguardo della psicologia dell'assassino.
Tuttavia, sia per gli interpreti ben ispirati, sia per la fotografia e il montaggio adeguati ed efficaci, sia infine per la regia sapiente, questo film risulta un thriller più che soddisfacente, girato con gusto e buona scelta di scene e tempi. Una pellicola minore ma di ottima fattura, senza dubbio un film più che salvabile e che concede un paio d'ore di buon cinema!
Consigliato agli amanti del genere trhiller.
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nfl 26
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mercoledì 18 gennaio 2012
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ottima prova, ottima thriller per dafoe !!!
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Willem Dafoe a 54 anni, col fisico ancora asciutto e il viso da tormentato nevrotico, incarna Stan Aubrey, sbirro che si ritrova a fare i conti col fantasioso serial killer zio Eddie, creduto morto e invece tornato in città. Ma sarà proprio lo stesso che usava i cadaveri delle vittime per riprodurre, all'insegna dell'anamorfosi, opere d'arte concettuali di crudele impatto visivo? Da 'Seven' in poi il genere ha molto lavorato sulla ritualizzazione dell'orrore, tra dettagli clinico-scientifici, affondi paranoici, riflessi di ambiguità. Inutile dire che, strada facendo, capiterà al cacciatore d'essere cacciato. Film a basso costo, semi-indipendente, finale debole.
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lucido71
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lunedì 14 dicembre 2009
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anamorfosi di un serialartkiller
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Qualunque sia l'angolazione o l'Anamorfosi del film, non resterà impresso nella nostra memoria. L'idea era geniale e innovativa (anche xché questi maledetti serialkiller non si sa più come farli agire), e devo dire che la pellicola, anche se un po' lenta, ti tiene davanti lo schermo x un bel po', alimentando sospetti trasversali che si svelano solo nel finale... buona prova degli attori, ma nulla più... probabilmente è proprio il finale che latita, xché a nostro avviso, non si delinea la figura e la storia di questo SerialArtKiller. Si può vedere, anche se del genere, suggerisco: NELLA RETE DEL SERIAL KILLER, PERFECT STRANGER, LA MASCHERA DI CERA, STIGMATE, RIFLESSI DI PAURA
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don64
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giovedì 19 novembre 2009
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film....discreto
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Film thriller con una trama,una scenografia, un' interpretazione piu' che discreta, anche se la fine si conclude penosamente.Nel complesso film piu'che discreto.Voto 6+
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ultimoboyscout
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martedì 17 novembre 2009
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pessimo.
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Poco da dire...lento macchinoso scontato brutto a vedersi? Aggiungo poi che la figura dell'uomo schiacciato dal proprio passato è assolutamente inflazionata. Salvo Speedman e nulla più
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dario
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sabato 24 ottobre 2009
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ridicolo
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Storia del tutto improbabile, studiata male, risolta peggio. Un Dafoe in bambola, primo a non credere a questa buffonata. Regia lenta, involuta, presuntuosa. Non c'è praticamente sceneggiatura.
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romifran
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mercoledì 5 agosto 2009
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tra delirio e delizia...
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C'è una frase chiave nel film, che spiega con precisione scientifica la natura del serial killer così "lontana da" e così "vicina a" l'arte che diviene tormento: "E' solamente quando un artista trova la sua ossessione che può iniziare a creare le sue opere d'arte più ispirate..." Quanto è vero, se pensiamo alle Madonne di Leonardo (Monna Lisa compresa), agli autoritratti di Van Gogh, alle donne tahitiane di Gauguin, agli Arlecchini di Picasso (il suo periodo migliore...)
Solo che l'ossessione di zio Eddie è la parola "morte" o "morto" (dead), che ritorna implacabilmente in tutte le sue messe in scena. Sta di fatto che, paradossalmente il detective Stan Aubrey (fallito, alcolizzato, incapace di prevenire un omicidio avvertendo la futura vittima di stare in guardia, accusato di una sommaria esecuzione di un innocente-presunto serial killer.
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C'è una frase chiave nel film, che spiega con precisione scientifica la natura del serial killer così "lontana da" e così "vicina a" l'arte che diviene tormento: "E' solamente quando un artista trova la sua ossessione che può iniziare a creare le sue opere d'arte più ispirate..." Quanto è vero, se pensiamo alle Madonne di Leonardo (Monna Lisa compresa), agli autoritratti di Van Gogh, alle donne tahitiane di Gauguin, agli Arlecchini di Picasso (il suo periodo migliore...)
Solo che l'ossessione di zio Eddie è la parola "morte" o "morto" (dead), che ritorna implacabilmente in tutte le sue messe in scena. Sta di fatto che, paradossalmente il detective Stan Aubrey (fallito, alcolizzato, incapace di prevenire un omicidio avvertendo la futura vittima di stare in guardia, accusato di una sommaria esecuzione di un innocente-presunto serial killer...) trova il suo riscatto, il premio al suo narcisismo (sostenuto dal ritorno imperante del BLU, simbolo dell'autocelebrazione) proprio nel contatto e nel "contratto" con l'omicida, che lo vuole a tutti i costi intrappolato e coinvolto nel suo progetto criminale (persino nella scelta delle vittime!). Lo fa agire da Mecenate, poi da allievo di bottega (quando gli fa completare il murale che descrive l'ultimo urlo del suo "ex"-collega), quindi lo rende protagonista di una composizione tanto macabra quanto avvincente, nella spettacolarità del segno grafico.L'arte, benchè dissacrante e a tratti orribile, resta l'assoluta protagonista del film: dietro questa sceneggiatura c'è una ricerca culturale di pregio, il richiamo agli oscurantismi medievali, alle raffinatezze pittoriche dell'Umanesimo, fino all'arte contemporanea, passando per Velasquez, Francis Bacon e Jim Morrison (vedi aforisma sottostante alla foto della povera Krystal Dreiser). Non è da meno la ricerca filologica; ed è un vero peccato che i commenti a margine dell'assassino non siano di volta in volta tradotti, perchè "svelano" il vero intento del serial killer. Un esempio per tutti: il seriale si nasconde sotto il falso nome di Gerri Harden, che, opportunamente anagrammato, significa "red harring", ovvero aringa rossa, ovvero "creare un diversivo", "distogliere dall'esatto significato delle cose"... Sono raffinatezze che lo spettatore non avvertito non può cogliere e che creano un alone di magia e di mistero lungo tutto il dipanarsi dell'avvincente trama, raffinata e colta quel tanto che basta per risultare soporifera ai più... Se è vero Stendhal, (che il cinema non lo ha visto), sarebbe stato entusiasta di questo capo d'opera, mi duole ammettere che gli estimatori dei cinepanettoni e delle pellicole triviali degli anni '70 (vedi Lino Banfi e Edvige Fenech) saranno usciti dal cinema sbadigliando e chiedendosi come sia possibile produrre e distribuire un film così "pesante". Io l'ho visto tre volte e ne ho gustato tutti i più ricercati particolari: la "pesantezza" si è mutata in "insostenibile leggerezza" e i dettagli, sfuggiti ad una prima visione, hanno creato, tutt'intorno al film, una cornice di squisita fattura, tra delirio (quello del seriale) e delizia (quella dello spettatore "averti"...)
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(di dario)
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(di sergj65)
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