tony
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mercoledì 26 aprile 2006
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mancati tanti obiettivi
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Non capisco come mai non sia stato vietato ai minori. La quantità e la "qualità" delle scene di sesso, che lo caratterizano, hanno come obiettivo disorientare lo spettatore che credeva di vedere un giallo.
Un giallo mancato perchè troppo spesso i colpi di scena vengono annullati da una miriade di commenti e da dialoghi poco incisivi.
Un triller che poteva essere meglio sviluppato.
Sostanzialmente sono insoddisfatto e poco meravigliato di un'uso così esteso del sesso e della perversione che è diventato il filo conduttore invece che della sceneggiatura. Peccato perchè qualche scena più immaginata e qualche migliore gestione della storia poteva diventare un cult, senza reprimersi, come ha fatto, in un fatalismo sessuale poco consono ad un capolavoro.
[+] non è un thriller
(di andian)
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antonello villani
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martedì 25 aprile 2006
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un noir psichedelico dalle troppe ambiguità
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“Nulla è come sembra, ci sono tante verità, siamo tutti colpevoli, i postulati sui cui è fondato lo showbiz americano. Da questa premessa nasce “False verità”, un thriller dove non esistono buoni né cattivi perché l’ambiguità è un imperativo categorico a cui nessuno può sottrarsi. Il regista di origini armene s’ispira al romanzo di Rupert Holmes riscrivendo la sceneggiatura per due mattatori che calcano la scena alla fine degli anni ‘50: Lanny Morris e Vince Collins, presentatori televisivi di quel tour de force chiamato Telethon, cadono nell’oblio dopo che una ragazza li ha sorpresi ad amoreggiare in una stanza d’albergo. Sì, perché la cameriera in questione è pure ambiziosa e non ci mette molto a ricattare i nostri protagonisti, salvo ritrovarsi affogata nella vasca da bagno.
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“Nulla è come sembra, ci sono tante verità, siamo tutti colpevoli, i postulati sui cui è fondato lo showbiz americano. Da questa premessa nasce “False verità”, un thriller dove non esistono buoni né cattivi perché l’ambiguità è un imperativo categorico a cui nessuno può sottrarsi. Il regista di origini armene s’ispira al romanzo di Rupert Holmes riscrivendo la sceneggiatura per due mattatori che calcano la scena alla fine degli anni ‘50: Lanny Morris e Vince Collins, presentatori televisivi di quel tour de force chiamato Telethon, cadono nell’oblio dopo che una ragazza li ha sorpresi ad amoreggiare in una stanza d’albergo. Sì, perché la cameriera in questione è pure ambiziosa e non ci mette molto a ricattare i nostri protagonisti, salvo ritrovarsi affogata nella vasca da bagno. Così, quindici anni dopo, ci pensa un’aspirante giornalista a riaprire il caso con una serie di interviste che fanno emergere particolari scottanti sulla vita dei beniamini del pubblico. Noir a corrente alternata con molti e forse troppi colpi di scena, “False verità” è una storia intricata dove è difficile orientarsi anche per chi è avvezzo ai doppi giochi; i protagonisti mostrano mille volti, si divertono come matti gigioneggiando sul palco, soffrono di ansia e depressione, si danno ai bagordi, eccedono con droga, sesso e rock'n roll. In un percorso narrativo a metà strada tra biografia e giallo tout court, Atom Egoyan si diverte a lasciare piccoli indizi, un colpo di scena ne nasconde un altro e poi un altro ancora, sino ad arrivare alla sorprendente verità. Regia raffinatissima, fotografia seppiata vagamente retrò, musiche da autentico trip anni ‘70 ed attori -Colin Firth, meno inglese del solito, affiancato da uno stupefacente Kevin Bacon- ad alta la tensione. Comicità e dramma intervallati da flash back che arrivano senza preavviso in un film la cui unica nota stonata è la voce off di cui non si capisce appieno il significato: talvolta fastidiosa, talvolta illuminante ha la presunzione di spiegare l’inspiegabile. Ma pur con qualche perplessità, Egoyan convince il pubblico con un puzzle da antologia. Ed è questa l’unica cosa che conta.
Antonello Villani
(Salerno)
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a.l.
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lunedì 24 aprile 2006
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il dolce domani
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La verità giace da qualche parte e mimetizzandosi nei volti e nei gesti consueti mente: questo è il senso del titolo, “Where the truth lies”, tradotto in italiano con un banale”False verità”, dell’ultimo film del regista armeno-canadese Atom Egoyan, giacché lie in inglese significa sia giacere sia mentire. Forse l’uomo potrebbe vivere beatamente ignaro, se, come nelle tragedie greche, non ci fosse il destino a mandare in frantumi la fragilità delle apparenze e a scompigliare la loro linearità e decifrabilità: ne “Il dolce domani”, ispirato a un romanzo di Russel Banks è il terribile incidente mortale di un autobus carico di bambini, ne “Il viaggio di Felicia”, tratto da un racconto lungo di William Trevor, è l’incontro di una giovane con un maniaco omicida, qui è il cadavere di una cameriera trovato nella suite di due famosi entertainer statunitensi, che dopo il misterioso evento interrompono i loro rapporti di lavoro e di vita.
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La verità giace da qualche parte e mimetizzandosi nei volti e nei gesti consueti mente: questo è il senso del titolo, “Where the truth lies”, tradotto in italiano con un banale”False verità”, dell’ultimo film del regista armeno-canadese Atom Egoyan, giacché lie in inglese significa sia giacere sia mentire. Forse l’uomo potrebbe vivere beatamente ignaro, se, come nelle tragedie greche, non ci fosse il destino a mandare in frantumi la fragilità delle apparenze e a scompigliare la loro linearità e decifrabilità: ne “Il dolce domani”, ispirato a un romanzo di Russel Banks è il terribile incidente mortale di un autobus carico di bambini, ne “Il viaggio di Felicia”, tratto da un racconto lungo di William Trevor, è l’incontro di una giovane con un maniaco omicida, qui è il cadavere di una cameriera trovato nella suite di due famosi entertainer statunitensi, che dopo il misterioso evento interrompono i loro rapporti di lavoro e di vita. Quale forza oscura anima gli eventi? Male e perversione sono connaturati all’animo umano o provengono da un enigmatico altrove che ne corrode la naturale innocenza? Dopo l’infelice incursione in territori estranei di “Ararat”, Egoyan, torna a cercare nelle fonti letterarie la materia con cui alimentare la sua visione del mondo: il cielo di carta nel teatrino di marionette si squarcia all’improvviso e lì vale la pena di far luce, giacché attraverso strappi e lacerazioni è possibile vedere l’esistenza per quello che è o potrebbe essere al di fuori di convenzioni e mascheramenti. In “False verità” il punto di partenza è la vicenda raccontata da un libro omonimo di Rupert Holmes, ma sicuramente non è il gossip su due celebri attori degli anni ‘50( si pensa a Jerry Lewis e Dean Martin) ad interessare il regista, quanto l’esemplarità della storia in termini di riflessione etica. L’operazione di potatura del superfluo nella trasposizione dalla pagina allo schermo avrebbe dovuto essere ancora più coraggiosa, ma qualche ridondanza espressiva non oscura l’attorcigliarsi del nodo scorsoio attorno al collo dei tre protagonisti: se i fasti del mondo reale, un universo di luci, di buoni sentimenti, di maratone televisive benefiche, di candide fanciulle con l’abitino di “Alice nel Paese delle Meraviglie”, di celebrità e idealizzazioni individuali e collettive, sono uno specchio deformante e sfocato, in cui si scambiano solo monete false, dove giace/ mente la verità? Il giallo classico, il delitto della camera chiusa, ha la soluzione ironicamente topica, ma la trama autentica ha il suo allarmante epilogo in un’altra dimensione, quella invisibile e sommersa: un tormento inconfessato uccide giorno per giorno la coppia di buffi clown del tubo catodico, la bambina poliomielitica da loro salvata cresce e infrange i suoi idoli assieme all’immagine di se stessa, l’esistenza è una difficile e interminabile lotta per fingersi un bravo ragazzo senza nessuna possibilità di esserlo, e persino in paradiso i beati udranno le urla dei dannati dall’inferno. Dunque più che un thriller o una fedele ricostruzione d’epoca un racconto di formazione, nel quale una voce fuori campo riferisce la sua discensio ad inferos e ne riemerge con la scoperta che disseppellire i segreti porta sofferenza e dolore. La sola pace è quella dell’albero con i rami protesi verso il cielo, coltivato da una madre in ricordo della figlia perduta….il dolce domani della nostra innocenza.
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leo pellegrini
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domenica 16 aprile 2006
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un gran pasticcio che non coinvolge
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Varie e diverse le interpretazioni date dalla stampa specializzata a questo film.
Ritratto disincantato della realtà contemporanea; analisi impietosa della fine degli anni Cinquanta; metafora della coppia Dean Martin-Jerry Lewis; riflessione sui meccanismi distruttivi dell'industria dello spettacolo; denuncia dello show-business che spinge inevitabilmente a commettere eccessi; allusione all'omosessualità latente in molte famose coppie virili; demistificazione del marcio che sta dietro le risate e il buonismo del mondo televisivo; affresco dell’ipocrisia del cuor d'oro americano; disegno della ambiguità del reale, dell'apparenza e assenza di certezze; omaggio ai thriller di James Ellroy; tentativo di rinnovare il troppo abusato noir…
Diversi e contrastanti i giudizi: chi ha parlato di "delusione" e di "film confuso" e chi invece ha affermato che si tratta di "un esempio di ottimo cinema".
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Varie e diverse le interpretazioni date dalla stampa specializzata a questo film.
Ritratto disincantato della realtà contemporanea; analisi impietosa della fine degli anni Cinquanta; metafora della coppia Dean Martin-Jerry Lewis; riflessione sui meccanismi distruttivi dell'industria dello spettacolo; denuncia dello show-business che spinge inevitabilmente a commettere eccessi; allusione all'omosessualità latente in molte famose coppie virili; demistificazione del marcio che sta dietro le risate e il buonismo del mondo televisivo; affresco dell’ipocrisia del cuor d'oro americano; disegno della ambiguità del reale, dell'apparenza e assenza di certezze; omaggio ai thriller di James Ellroy; tentativo di rinnovare il troppo abusato noir…
Diversi e contrastanti i giudizi: chi ha parlato di "delusione" e di "film confuso" e chi invece ha affermato che si tratta di "un esempio di ottimo cinema".
“Where the truth lies” ( Dove la verità mente), sembra la ricostruzione di un complicato puzzle, strutturato in un intricato gioco di flash-back, un gran pasticcio non sempre chiaro in tutti gli snodi narrativi e che crea un certo disorientamento nello spettatore. Una trama sulla carta interessante ma che stranamente non avvince, non coinvolge.
Formalmente molto bello, visivamente ricco, il film si avvale della interpretazione superlativa di Kevin Bacon e Colin Firth (il primo quando sarà preso in considerazione dall’Academy per una strameritatissima nomination?) ma è rovinato da una Alison Lohman completamente fuori parte, dalla recitazione impressionantemente piatta e monocorde (una staticità e inespressività che finiscono con l’irritare man mano che l’azione va avanti).
La sceneggiatura, a tratti forzata e poco naturale, presenta carenze di vario tipo e passaggi incoerenti.
La descrizione di un mondo violento e sensuale risulta alla fine ripetitiva e inconcludente, poco intrigante, non convincente né appassionante.
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[+] non sono propriamente d'accordo.
(di caffeina.)
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