La morte e la fanciulla

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Un film di Roman Polanski. Con Sigourney Weaver, Ben Kingsley, Stuart Wilson, Krystia Mova, Jonathan Vega.
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Titolo originale Death and the Maiden. Drammatico, durata 103 min. - USA, Francia, Gran Bretagna 1995. - Penta Distribuzione uscita giovedì 6 aprile 1995. MYMONETRO La morte e la fanciulla * * 1/2 - - valutazione media: 2,72 su 12 recensioni di critica, pubblico e dizionari. Acquista »
   
   
   

Orrori da una dittatura Valutazione 4 stelle su cinque

di andyflash77


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mercoledì 29 agosto 2012

 
Il film, uscito nel 1995, è ambientato nel 1992. 
Le scene esterne si svolgono in un promontorio cileno che dà sull’oceano pacifico e gli interni in una villa isolata nei pressi della punta della penisola dove risiedono l’avvocato Gerardo Escobar ( Stuart Wilson), responsabile di una commissione governativa per “la violazione dei diritti dell’uomo” avvenuta durante la  precedente dittatura, e Pauline Escobar ( una magistrale Sigourney Weaver), sua moglie, vittima di torture nel 1977, ex militante studentessa di sinistra, dissenziente da ogni  regime politico totalitario.

Il film è tratto da un’opera teatrale del cileno Ariel Dorfman, magistralmente interpretata in Italia dallo scomparso Giancarlo Sbragia che impersonava il medico Miranda (nel film Ben Kinsley).
Una sera, durante un forte temporale, l’avvocato Gerardo, di ritorno in automobile da una riunione governativa sui diritti umani da lui presieduta, fora una gomma in prossimità della sua zona di residenza e dopo aver scoperto che la ruota di scorta era bucata è costretto a fare l’autostop buttandosi, all’arrivo della prima automobile, praticamente in mezzo alla strada e fermando l’auto guidata dal medico Miranda abitante nella sua stessa zona. In casa la moglie Pauline è nervosa,  aspetta ansiosamente il marito che è in ritardo, per avere notizie sulle regole che la commissione per i diritti dell’uomo ha deciso di adottare nei processi ai torturatori del passato regime.
All’arrivo di Gerardo segue una discussione animata tra i due, Pauline è delusa dalle decisioni prese dalla commissione presieduta da suo marito, perché essa, con l’avvallo del presidente Romero, ha deciso di trattare in giudizio solo quei casi legati alla morte delle vittime di torture.

Nel frattempo il medico Miranda, che dopo aver portato Gerardo nella sua abitazione si era avviato  nella sua residenza, ritorna nei pressi della abitazione dell’avvocato per restituire la ruota di scorta bucata, dimenticata da Gerardo nella sua automobile, e consentirne la riparazione; il medico riconosciuto l’avvocato come Gerardo Escobar, diventato famoso per il suo impegno politico contro i soprusi della dittatura, si ferma volentieri a parlare con lui toccando l’argomento dei problemi della giustizia verso i torturatori dell’ex regime che il governo stava affrontando; secondo lui si sarebbe dovuto decidere di condannare a morte tutti i responsabili delle torture e della scomparsa delle persone.
La moglie che ascoltava di nascosto la conversazione riconosce nella voce del medico  il suo carnefice del 1977, l’uomo che l’aveva violentata quattordici volte, in piena dittatura di destra, mentre l’uomo era incaricato al controllo medico delle vittime di tortura affinché non decedessero durante le sevizie che pativano.
Improvvisamente Pauline prende l’automobile del medico e fugge verso il precipizio del promontorio, quando si ferma vicino al capo sul mare controlla tutti gli oggetti presenti nell’automobile, e scopre una musicassetta dal titolo La morte e la fanciulla,  il Quartetto n° 14 in re minore di Schubert, un brano che accompagnava, nel vano tentativo di non turbarla troppo, tutte le scene di stupro avvenute sul suo corpo.

La donna sempre più convinta di aver scoperto il suo carnefice, spinge la macchina in mare decisa ad uccidere poi il medico Miranda e simulare una disgrazia.
Al ritorno nella sua abitazione Pauline aggredisce  Miranda colpendolo con il cacio di una pistola sulla testa e  immobilizzandolo su una sedia, l’uomo rimane completamente esterefatto di quanto gli sta accadendo, la donna decide anche di imbavagliarlo. Pauline vuole simulare un vero e proprio processo, le cui udienze vedono  lei, pubblica accusa, e difensore dell’imputato, Gerardo, che incredulo e sempre più stupito di ciò che sta accadendo li propone di parlare un attimo per avere maggiori chiarimenti sulla situazione.
Pauline però non cerca la verità con le prove, con la certezza o il rischio del dubbio che può dare un regolare processo, la donna ha bisogno di una confessione credibile, ben recitata, in cui compaia però anche  l’ammissione del godimento provato dall’autore nello  stupro, qualcosa cioè che attenui la sua nevrosi  per un momento sciogliendo i suoi fantasmi ossessivi legati a quei tragici eventi; la donna con i suoi sintomi cerca attraverso la rievocazione del trauma  una verità pura, essenziale, impossibile da ottenere nella realtà, una sorta di eucarestia della carne violata capace di giustificare con l’orrore celebrativo il proprio scambio di ruolo, da vittima a carnefice.
Pauline  è ormai una inguaribile nevrotica, traumatizzata dagli eventi, che vaga senza più speranze di una vera guarigione, cerca solo una pace psicologica, amorale, nel limbo dell’insignificante, indifferente alla vita degli altri, lontana da una  ricerca di giustizia provata dai fatti. Il suo pensiero a volte è delirante, approssimativo, la sua capacità di giudizio ridotta, la sua ricerca del vero storico è priva di  vere regole, il suo comportamento è qualcosa che coinvolge esclusivamente il proprio campo psichico e riguarda una sorta di auto psicoterapia, un sintomo, messo in moto da suoi meccanismi inconsci, che sembrano finalizzati a farle trovare una pausa dai tormenti della memoria, un intervallo di serenità e pace da un vissuto tragico, sempre presente, che occlude ogni suo spazio immaginativo verso il futuro, portandola a negare, come in questo caso, le procedure più corrette per giudicare una persona.

Per lungo tempo Miranda non capisce, da un punto di vista un po’ più psicologico,  come stanno effettivamente le cose nella psiche di Pauline,  è stordito dalla situazione imposta, forzata  in cui in cui si trova, è troppo impaurito per capire e reagire.
Alla fine del processo improvvisato da Pauline, in cui erano scaturite anche scene di alta drammaticità per le rivelazioni di Gerardo a Pauline di alcuni eventi passionali che li riguardavano e alcune ripetute violente ribellioni di Miranda alla situazione in cui si trovava, seguiti dalla scoperta di nuovi fatti dolorosi sulla coppia, tutto rimarrà ambiguo, incerto, nessuna prova emergerà a sostegno dell’accusa sostenuta da Pauline, ma sull’orlo del precipizio sul mare, con la minaccia di buttarlo giù, e con le mani ancora legate, stremato dalla fatica Miranda sfodererà una confessione da carnefice finalmente credibile, ben sostenuta, magistralmente recitata, di grande verosimiglianza, in cui il grande piacere provato nei suoi stupri verrà ammesso con tutta franchezza portando l’avvocato Gerardo ad avere un impulso omicida verso Miranda a stento trattenuto e a sgravare i tormenti psicologici della donna i cui fantasmi si dissolveranno per un certo tempo lasciando il posto ad un'altra verità, finalmente reale anche se ottenuta grazie al delirio, che riguarda il suo piacere e la soddisfazione ottenuta smascherando il presunto colpevole con metodi simili a quelli da lei subiti.
L’identificazione con il carnefice e lo scambio dei ruoli trova infatti finalmente un effetto catartico, liberatorio, purificatorio con la confessione del peccato più ovvio del medico in quelle circostanze: il godimento sessuale dell’uomo su donne inermi, indifese,  senza più un futuro, giudicate come nemiche del regime e ostili a tutte le sue istituzioni, un godimento potenziato dalla certezza di passarla franca.


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