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noureddine el harti
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giovedì 21 marzo 2024
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magnificat è senza perché
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Magnificat
avevo visto magnificat per la prima volta, accompagnato da mia moglie, al cinema pindemonte di verona, il 21 giugno 1993. All’uscita dal cinema, mentre camminavamo verso casa, commentando il film, avevo detto a paola che la domanda “perché” sembrava intenzionalmente mancante nel dialogo di Magnificat. Nei mesi successivi, accomagnati da una coppia di amici, alla festa dell’unità, ci siamo trovati davanti a Pipo Avati che si tratteneva col pubblico sul suo operato cinematografico, in uno stand. Ho chiesto la parola anch’io ma ho evitato di porre la mia convinzione riguardo il “perché mancante" nel film in questione.
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Magnificat
avevo visto magnificat per la prima volta, accompagnato da mia moglie, al cinema pindemonte di verona, il 21 giugno 1993. All’uscita dal cinema, mentre camminavamo verso casa, commentando il film, avevo detto a paola che la domanda “perché” sembrava intenzionalmente mancante nel dialogo di Magnificat. Nei mesi successivi, accomagnati da una coppia di amici, alla festa dell’unità, ci siamo trovati davanti a Pipo Avati che si tratteneva col pubblico sul suo operato cinematografico, in uno stand. Ho chiesto la parola anch’io ma ho evitato di porre la mia convinzione riguardo il “perché mancante" nel film in questione. Oltre al genio che segna le sue opere, rispetto il suo percorso cinematografico.
Nel 1993 stavo uscendo da una realtà dove repressione e creatività convivono come alleati che, proteggendosi dal pericolo dell’estremismo, si sfidano con prudenza. Continuo a sostenere che “perché” con la sua assenza nel film non poteva avere chiave di lettura diversa dalla realtà vissuta in marocco. “senza perché”. una canzone di un egiziano, dominava lo spazio uditivo dei caffè di Kénitra proprio gli ultimi mesi prima del mio esilio, e mentre guardavo magnificat, quella canzone, risuonava nel mio cranio. non so se c'è un rapporto fra quella canzone egiziana e questo film, ma continuo a sostenere che magnificat è senza perché.
Noureddine el harti
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vincero
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lunedì 18 aprile 2022
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ma anche no
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Una specie di incubo di Fantaghirò in versione cruenta diretto da un Maestro del cinema italiano. Guardato per sbaglio non ripeterei lo stesso errore
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onufrio
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sabato 20 giugno 2020
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settimana santa della pasqua, anno 926
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Ricostruzione storica e al tempo stesso antropologica che narra la vita degli uomini nell'anno 926 d.C., una vita a volte dura e barbara, fatta di sacrifici e sofferenza, ma speranzosa grazie ad una fede in Dio già fortemente presente. La storia è ambientata durante la Settimana Santa della Pasqua, ove si alternano le vicende di vari personaggi. La voce narrante di Nando Gazzolo descrive gli usi e costumi dell'epoca, raccontando al tempo stesso gli avvenimenti dei protagonisti.
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@lananni
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venerdì 24 aprile 2015
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banzaiiii che frase di lancio
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cIAO TUUTTTTIIIIII MAGNIFICO STO MAGNIFICAT
-GIANNA
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zeus400ac
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lunedì 2 marzo 2015
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miseria su miseria
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Miseria su miseria dicevo, in un'epoca dove le peggiori malattie decimavano la popolazione, "popolazione" per modo di dire, stavano meglio gli schiavi in epoca Greco-Romana, almeno avevano la speranza di un affrancamento, prima o poi. Questi schiavi della gleba non avevano alcuna possibilità di migliorare le proprie condizioni di vita e fino quì si è parlato della miseria. La Miseria aggiunta era una religione che mai era appartenuta alle regioni europee, quel cristianesimo che tanto faceva comodo ai potenti, per mortificare e togliere definitivamente ogni possibile velleità a questi miserabili. Uno dei pochi "mestieri" che ti permetteva di sopravvivere era quello del boia ed è significativo il dialogo tra quel "mietitore di anime" e il suo giovane aiutante.
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Miseria su miseria dicevo, in un'epoca dove le peggiori malattie decimavano la popolazione, "popolazione" per modo di dire, stavano meglio gli schiavi in epoca Greco-Romana, almeno avevano la speranza di un affrancamento, prima o poi. Questi schiavi della gleba non avevano alcuna possibilità di migliorare le proprie condizioni di vita e fino quì si è parlato della miseria. La Miseria aggiunta era una religione che mai era appartenuta alle regioni europee, quel cristianesimo che tanto faceva comodo ai potenti, per mortificare e togliere definitivamente ogni possibile velleità a questi miserabili. Uno dei pochi "mestieri" che ti permetteva di sopravvivere era quello del boia ed è significativo il dialogo tra quel "mietitore di anime" e il suo giovane aiutante. Trovo una grande amarezza in quel film, personalmente trovo tutta la negatività di quella religione decadente che è il cristianesimo, una di quelle purtroppo grandi (solo per diffusione) religioni monoteiste, così sclerotiche, isteriche, fanatiche e deprimenti. Una religione che proprio in quegli anni attorno l'anno mille cominciava a gettare le basi per quell'orrore chiamato Santa Inquisizione, non molto diversa dalle odierne organizzazioni di Alqaeda e Isis.
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gianleo67
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giovedì 26 settembre 2013
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modello esemplare di cinema 'morale'
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Attorno all'anno mille, nelle terre su cui si estende il dominio del Signore di Melfole, alcuni personaggi intraprendono un loro percorso umano e spirituale che li conduce, per vie diverse, ad una rinnovata consapevolezza sul significato della vita attraverso una personale esperienza con il dolore e con la morte.
Traendo spunto dalla invocazione mariana contenuta nel primo capitolo del Vangelo di Luca ('Magnificat anima mea Dominum') Avati evoca, grazie all'uso della voce narrante e ad un inusitato rigore filologico, il tempo di una intensa spiritualità medievale entro cui si iscrivono le vicende di personaggi che per status sociale e condizioni materiali, rappresentano a loro modo le diverse e provvidenziali declinazioni nella continua ricerca di un significato profondo alle miserie ed alla brutalità dell'esistenza; il senso di una continuità umana che traguardi, tra ritualità religiosa e retaggi pagani, un altrove di speranza e di redenzione al di là del termine materiale delle creature mortali.
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Attorno all'anno mille, nelle terre su cui si estende il dominio del Signore di Melfole, alcuni personaggi intraprendono un loro percorso umano e spirituale che li conduce, per vie diverse, ad una rinnovata consapevolezza sul significato della vita attraverso una personale esperienza con il dolore e con la morte.
Traendo spunto dalla invocazione mariana contenuta nel primo capitolo del Vangelo di Luca ('Magnificat anima mea Dominum') Avati evoca, grazie all'uso della voce narrante e ad un inusitato rigore filologico, il tempo di una intensa spiritualità medievale entro cui si iscrivono le vicende di personaggi che per status sociale e condizioni materiali, rappresentano a loro modo le diverse e provvidenziali declinazioni nella continua ricerca di un significato profondo alle miserie ed alla brutalità dell'esistenza; il senso di una continuità umana che traguardi, tra ritualità religiosa e retaggi pagani, un altrove di speranza e di redenzione al di là del termine materiale delle creature mortali.
Costruito come una collezione di 'fioretti' che si intersecano sullo sfondo di un ben definito paesaggio geografico e storico, è un suggestivo e minimale affresco sulle condizioni di vita di una piccola comunità italica alle soglie del nuovo millennio, soggiogata alle imposizioni di una dura legge feudale e percorsa dal fremito di una vibrante tensione spirituale, tra gli obblighi di una tradizione arcaica e brutale e le delicate sfumature di una struggente affettività familiare. Ricorrendo ad una soprprendente proliferazione delle immagini e dei paesaggi, dei personaggi e delle situazioni, dei canoni e delle regole dettate da una consolidata tradizione letteraria, Avati propone un modello esemplare di cinema 'morale' dove forma e sostanza si intrecciano nella preziosa trama di un magifico ordito che ci narra vicende di uomini che, in un'epoca di oscurantismo e barbarie, intraprendono un cammino di speranza verso le soglie di una ineffabile trascendenza, alla ricerca di un senso più alto alla miseria e all'ingiustizia di una vita mortale. Stabilendo le coordinate storiche e geografiche delle vicende narrate, l'autore propone una singolare via crucis nella settimana santa dell'anno 926 quale mistica transumanza di genti diverse (per estrazione, condizione sociale e destino personale) verso il monastero della Visitazione, punto di arrivo simbolico di una mistica comunione tra Dio e l'uomo e con questo sublimando le molteplici esperienze di una ricerca interiore (il signore di Melfole vi viene sepolto dopo aver fatto testamento, la gravida concubina dell'imperatore vi partorisce una femmina, una giovane oblata inizia una vita di clausura abbandonando gli affetti lontani). Quale struggente nostalgia del luogo natio colombe di legno svettanti su lunghe pertiche sono rivolte verso casa. Preziosa fotografia di Cesare Bastelli. Tra solennità narrativa, attendibilità storica e intenso lirismo sembra Olmi ma si tratta di Avati. Presentato in concorso al 46º Festival di Cannes è considerata, non a torto, l'opera migliore del regista emiliano.
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francesco2
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mercoledì 27 ottobre 2010
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storia di ragazze, uomini e topoi
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Non voglio negare che il film abbia, in certi momenti, una suggestione che lo salva dalla noia. Né dubito che la sceneggiatura all'inizio funzioni. Ma l'accoglienza che ha ricevuto, se è stata sincera, si spiega solo con la poesia che "pervade" questi momenti. Quella della ragazzina è una situazione tipo, quella dell'uomo che gira per i monasteri è pura "Bizzarria", né altre vicende aggiungono tantissimo: non mi piace la storia del padre e del boia. Troppo boia lui, troppo giustiziati i giustiziati, persino il figlio troppo figlio. Come quadro corale, poi, funziona proprio maluccio, qualunque voglia esserne il significato.
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Non voglio negare che il film abbia, in certi momenti, una suggestione che lo salva dalla noia. Né dubito che la sceneggiatura all'inizio funzioni. Ma l'accoglienza che ha ricevuto, se è stata sincera, si spiega solo con la poesia che "pervade" questi momenti. Quella della ragazzina è una situazione tipo, quella dell'uomo che gira per i monasteri è pura "Bizzarria", né altre vicende aggiungono tantissimo: non mi piace la storia del padre e del boia. Troppo boia lui, troppo giustiziati i giustiziati, persino il figlio troppo figlio. Come quadro corale, poi, funziona proprio maluccio, qualunque voglia esserne il significato.
Resta però una suggestione di fondo che, pur dettagliando cose terribili che risalgono a quei tempi, ci restituisce il sapore dell'antichità come (Vera?) epoca di valori nobili, come la fratellanza e l'amore, per gli
esseri umani e la natura, forse (Non lo so), quest'ultimo comune allo stesso Avati.
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astamurti
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mercoledì 16 luglio 2008
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incursione affascinante e accurata nel medioevo
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Un bel film,con piglio da documentario.Avati mette in scena un'incursione affascinante e accurata nel Medioevo.Sotto i riflettori,le superstizioni,l'ignoranza e le usanze del tempo,certamente,ma anche la centralita' del sentimento religioso in un'epoca in cui il laicismo,come concetto, non esisteva ancora.Il potere e le proprieta' della Chiesa erano notevolmente piu' estesi di quanto non accada ai giorni nostri,e il suo ruolo nella vita sociale molto più incisivo.Unica pecca:bisognava forse essere più risoluti nel propendere per il film a scapito del documentario,o viceversa.A questo riguardo,l'equilibrio è precario(vedere,in proposito,il Salvatore Giuliano di Rosi;ottimo esempio,a mio giudizio tuttora insuperato, di raggiunto equilibrio tra impostazione narrativa da film e taglio documentaristico).
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Un bel film,con piglio da documentario.Avati mette in scena un'incursione affascinante e accurata nel Medioevo.Sotto i riflettori,le superstizioni,l'ignoranza e le usanze del tempo,certamente,ma anche la centralita' del sentimento religioso in un'epoca in cui il laicismo,come concetto, non esisteva ancora.Il potere e le proprieta' della Chiesa erano notevolmente piu' estesi di quanto non accada ai giorni nostri,e il suo ruolo nella vita sociale molto più incisivo.Unica pecca:bisognava forse essere più risoluti nel propendere per il film a scapito del documentario,o viceversa.A questo riguardo,l'equilibrio è precario(vedere,in proposito,il Salvatore Giuliano di Rosi;ottimo esempio,a mio giudizio tuttora insuperato, di raggiunto equilibrio tra impostazione narrativa da film e taglio documentaristico).Tra le tre e le quattro stelle.
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astamurti
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mercoledì 9 luglio 2008
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incursione affascinante e accurata nel medioevo
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Gran bel film,con piglio da documentario.Avati mette in scena un'incursione affascinante e accurata nel Medioevo,con tutto cio' che ne consegue.Sotto i riflettori,certamente,le superstizioni,l'ignoranza e le usanze del tempo,ma anche la centralita' di Dio in un'epoca in cui il laicismo,come categoria concettuale,non esisteva ancora.La presenza del "divino" nella vita degli uomini era pressocche' tangibile e il potere e le proprieta' della Chiesa erano notevolmente piu' estesi di quanto non avvenga ai giorni nostri.Unica pecca:bisognava forse essere piu' risoluti nel propendere per il film a scapito del documentario,o viceversa;a questo riguardo,l'equilibrio é precario.Da vedere.Tra le tre e le quattro stelle.
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Gran bel film,con piglio da documentario.Avati mette in scena un'incursione affascinante e accurata nel Medioevo,con tutto cio' che ne consegue.Sotto i riflettori,certamente,le superstizioni,l'ignoranza e le usanze del tempo,ma anche la centralita' di Dio in un'epoca in cui il laicismo,come categoria concettuale,non esisteva ancora.La presenza del "divino" nella vita degli uomini era pressocche' tangibile e il potere e le proprieta' della Chiesa erano notevolmente piu' estesi di quanto non avvenga ai giorni nostri.Unica pecca:bisognava forse essere piu' risoluti nel propendere per il film a scapito del documentario,o viceversa;a questo riguardo,l'equilibrio é precario.Da vedere.Tra le tre e le quattro stelle.
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giovanna altinier
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mercoledì 2 luglio 2008
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magnificat di pupi avati - da affrontare
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Magnificat ha il coraggio di mostrare un Medioevo senza dame sospiranti e cavalieri eroici. Cerca una dimensione per essere quanto più filologico possibile o almeno di sembrarlo. Non importa se lo sia o no: ha un'atmosfera talmente poco moderna e così ascetica, che non si può non crederlo fedele.
In questo consiste la sua forza. Ci si sente scioccati ma attratti. A volte disgustati, da un Medioevo crudele che non si è abituati a vedere. I dialoghi e la recitazione sono credibili, non enfatici, ma "fuori dal tempo". I volti, i costumi e la scenografia non hanno niente di maniera e, allo stesso tempo, si sente che non sono niente di conosciuto.
Tutto potrebbe benissimo essere stato Medioevo.
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Magnificat ha il coraggio di mostrare un Medioevo senza dame sospiranti e cavalieri eroici. Cerca una dimensione per essere quanto più filologico possibile o almeno di sembrarlo. Non importa se lo sia o no: ha un'atmosfera talmente poco moderna e così ascetica, che non si può non crederlo fedele.
In questo consiste la sua forza. Ci si sente scioccati ma attratti. A volte disgustati, da un Medioevo crudele che non si è abituati a vedere. I dialoghi e la recitazione sono credibili, non enfatici, ma "fuori dal tempo". I volti, i costumi e la scenografia non hanno niente di maniera e, allo stesso tempo, si sente che non sono niente di conosciuto.
Tutto potrebbe benissimo essere stato Medioevo.
Se poi qualcuno non riconosce Pupi Avati in questo, è perché il regista italiano ha sperimenatto vari registri e, in quelli sentimentali e un po' melancolici, a molti è più caro.
Ma Avati è stato autore anche de' "La casa delle finestre che ridono" oppure de'"L'arcano incantatore". Film tutt'altro che sentimentali o nostalgici.
Qualcuno ha memoria di quello sceneggiato tv per RAI 1 di qualche anno fa? Quel giallo sul sovranaturale ambientato a Roma e farcito di archeologia?
Se qualcuno ne ricorda il titolo, almeno, o sa come recuperarlo.........
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