Un chien andalou

Un film di Luis Buñuel. Con Simone Mareuil, Pierre Batcheff, Luis Buñuel, Salvador Dalí, Robert Hommet.
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Cortometraggio, Ratings: Kids+16, b/n durata 16 min. - Francia 1929. MYMONETRO Un chien andalou * * * - - valutazione media: 3,40 su 20 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

"ciò che non siamo, ciò che non vogliamo" Valutazione 4 stelle su cinque

di laulilla


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domenica 2 gennaio 2011

  Il primo film di Buñuel, girato nel 1929, costituisce il tentativo di tradurre in linguaggio cinematografico, con la collaborazione decisiva di Salvador Dalì nel ruolo di co-sceneggiatore, il Primo Manifesto Surrealista di André Bréton, cinque anni dopo la sua pubblicazione. E’ preceduto da un prologo, celeberrimo e choccante, nel quale appare lo stesso Buñuel che affila il rasoio col quale taglierà orizzontalmente un occhio femminile, metafora della necessità, per l’occhio dello spettatore, di sviluppare la capacità di ampliare la visione della realtà, arricchendola delle scoperte freudiane dell’inconscio: quella realtà, cioè, da sempre celata e repressa, delle pulsioni, dei desideri sessuali e degli istinti, che continuamente rimuoviamo. Al prologo fa seguito la seconda parte della pellicola che contiene una serie di invenzioni, riprese più volte dallo stesso Buñuel nel suo cinema successivo, che rappresentano le associazioni mentali e oniriche, intorno al tema centrale di questo breve film, che credo possa essere individuato nella nascita e nello svilupparsi dell’identità sessuale del protagonista: un giovane ciclista che percorre le vie di Parigi in buffi abiti femminili, portando al collo una scatola di legno (quante volte successivamente citata!). La caduta del ragazzo può forse essere considerata il corrispettivo del taglio dell’occhio poiché è la condizione grazie alla quale egli potrà scoprire, nella stanza in cui una giovane donna lo accoglie, la sua appartenenza al mondo maschile, e il desiderio sessuale, variamente ostacolato. Si oppongono, infatti, alla realizzazione di un rapporto amoroso con lei diversi impedimenti, rappresentati simbolicamente dal giogo a cui il ragazzo è sottomesso e dal quale cerca di liberarsi. Mi pare significativo che gli ostacoli al realizzarsi del desiderio posseggano connotati più o meno esplicitamente religiosi: due frati sono legati al giogo che egli deve trascinare, mentre la racchetta, che la donna brandisce, dopo averla staccata dal muro, richiama la forma di una croce.

Il regista, però, ci dice che attraverso un faticoso percorso di conoscenza (i due libri si trasformano in pistole, diventando armi simboliche con cui comprendere il mondo) é possibile impadronirci della nostra vera natura, uccidendo metaforicamente ciò che siamo stati, e accettandoci per quello che siamo, cioè riconoscendo “nostri” anche gli aspetti che nella considerazione sociale vengono ritenuti più vergognosi e perciò celati e rimossi (tutto ciò che ci ricorda la nostra origine animale, rappresentato dagli insetti, dai peli della barba e delle ascelle, dal riccio, attraverso immagini che si susseguono per richiami analogici). Fra i tabù dell’umanità, la morte è quello che maggiormente fatichiamo ad accettare: per questo nel film trovano spazio alcune immagini che esplicitamente la evocano: quella degli animali morti e in via di corruzione, posti fra gli elementi da trascinare col giogo, nonché quella finale dei due innamorati che, al termine della loro storia, in primavera (nella stagione che, secondo il luogo comune, dovrebbe preludere alla rinascita!), si mostrano per ciò che sono diventati: quasi mummie, sepolti nella sabbia e circondati da insetti.

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