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ivan@90
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lunedì 8 giugno 2026
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il buio della miniera, la luce del presente
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Mineurs colpisce oggi per la sua capacità di sottrarre la memoria dell’emigrazione italiana alla retorica delle ricorrenze istituzionali, trasformandola in una ferita aperta che sanguina nel presente. L'opera di Fulvio Wetzl compie una scelta prospettica precisa e coraggiosa: affida il racconto della Lucania del 1961 e del dramma delle miniere di carbone in Belgio agli occhi dei bambini, i "minori" che danno il doppio senso semantico e politico al titolo. La struttura polifonica del film si gioca tutta su un contrasto visivo e geografico violento: la solarità aspra dei vicoli del Sud si scontra frontalmente con il buio e la polvere nera delle miniere del Limburgo.
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Mineurs colpisce oggi per la sua capacità di sottrarre la memoria dell’emigrazione italiana alla retorica delle ricorrenze istituzionali, trasformandola in una ferita aperta che sanguina nel presente. L'opera di Fulvio Wetzl compie una scelta prospettica precisa e coraggiosa: affida il racconto della Lucania del 1961 e del dramma delle miniere di carbone in Belgio agli occhi dei bambini, i "minori" che danno il doppio senso semantico e politico al titolo. La struttura polifonica del film si gioca tutta su un contrasto visivo e geografico violento: la solarità aspra dei vicoli del Sud si scontra frontalmente con il buio e la polvere nera delle miniere del Limburgo.
L'evoluzione dell'infanzia e lo sradicamento
Il vero perno drammaturgico risiede nell'evoluzione di questi piccoli protagonisti, un percorso di crescita forzata che la regia attenta e profondamente empatica di Wetzl cattura con straordinaria sensibilità. Il regista dimostra una rara dote di ascolto visivo: sul piano della verità storica, la narrazione restituisce l'impatto psicologico dello sradicamento. I giochi liberi nei vicoli lucani si trasformano specularmente nei rituali di adattamento alla dura realtà industriale straniera. I loro silenzi, gli sguardi smarriti e i tentativi di ridefinire la propria identità in terra straniera creano una cronaca emotiva profonda, capace di mostrare il prezzo umano dell'emigrazione. È una crescita fatta di sguardi e di scoperta, dove la spontaneità dei corpi dei ragazzi, guidata da Wetzl con mano leggera e mai invasiva, diventa lo strumento principale per resistere all'ostilità di un mondo nuovo e alienante.
Lo specchio della storia: ieri e oggi
La vera forza di Mineurs, guardato con gli occhi di oggi, sta nella sua straordinaria chiaroveggenza politica. Il dramma dei minatori italiani in Belgio - regolato dal protocollo del 1946 che scambiava braccia umane con quote di carbone - anticipa e specchia l’attuale gestione geopolitica dei flussi migratori. Ieri eravamo noi la forza lavoro a basso costo stipata nelle baracche a Marcinelle; oggi siamo la sponda d'arrivo di rotte altrettanto disperate, dove l'essere umano viene subordinato a logiche di mercato e cinici calcoli economici.
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ivan@90
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lunedì 8 giugno 2026
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il buio della miniera, la luce del presente
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Mineurs colpisce oggi per la sua capacità di sottrarre la memoria dell’emigrazione italiana alla retorica delle ricorrenze istituzionali, trasformandola in una ferita aperta che sanguina nel presente. L'opera di Fulvio Wetzl compie una scelta prospettica precisa e coraggiosa: affida il racconto della Lucania del 1961 e del dramma delle miniere di carbone in Belgio agli occhi dei bambini, i "minori" che danno il doppio senso semantico e politico al titolo. La struttura polifonica del film si gioca tutta su un contrasto visivo e geografico violento: la solarità aspra dei vicoli del Sud si scontra frontalmente con il buio e la polvere nera delle miniere del Limburgo.
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Mineurs colpisce oggi per la sua capacità di sottrarre la memoria dell’emigrazione italiana alla retorica delle ricorrenze istituzionali, trasformandola in una ferita aperta che sanguina nel presente. L'opera di Fulvio Wetzl compie una scelta prospettica precisa e coraggiosa: affida il racconto della Lucania del 1961 e del dramma delle miniere di carbone in Belgio agli occhi dei bambini, i "minori" che danno il doppio senso semantico e politico al titolo. La struttura polifonica del film si gioca tutta su un contrasto visivo e geografico violento: la solarità aspra dei vicoli del Sud si scontra frontalmente con il buio e la polvere nera delle miniere del Limburgo.
L'evoluzione dell'infanzia e lo sradicamento
Il vero perno drammaturgico risiede nell'evoluzione di questi piccoli protagonisti, un percorso di crescita forzata che la regia attenta ed empatica di Wetzl cattura con sensibilità: sul piano della verità storica, la narrazione restituisce l'impatto psicologico dello sradicamento. I giochi liberi nei vicoli lucani si trasformano specularmente nei rituali di adattamento alla dura realtà industriale straniera. I loro silenzi, gli sguardi smarriti e i tentativi di ridefinire la propria identità in terra straniera creano una cronaca emotiva profonda, capace di mostrare il prezzo umano dell'emigrazione. È una crescita fatta di sguardi e di scoperta, dove la spontaneità dei corpi dei ragazzi, guidata da Wetzl con mano leggera e mai invasiva, diventa lo strumento principale per resistere all'ostilità di un mondo nuovo e alienante.
Lo specchio della storia: ieri e oggi
La vera forza di Mineurs, guardato con gli occhi di oggi, sta nella sua straordinaria chiaroveggenza politica. Il dramma dei minatori italiani in Belgio - regolato dal protocollo del 1946 che scambiava braccia umane con quote di carbone - anticipa e specchia l’attuale gestione geopolitica dei flussi migratori. Ieri eravamo noi la forza lavoro a basso costo stipata nelle baracche a Marcinelle; oggi siamo la sponda d'arrivo di rotte altrettanto disperate, dove l'essere umano viene subordinato a logiche di mercato e cinici calcoli economici.
Wetzl ci costringe a un cortocircuito etico: guardando i respingimenti culturali, i pregiudizi linguistici e la ghettizzazione subita dai bambini lucani in Belgio, è impossibile non rivedere le identiche dinamiche che oggi colpiscono i minori stranieri nelle nostre comunità e nelle nostre scuole. Crolla la tendenza a ridurre lo straniero a un semplice dato burocratico o a un simbolo astratto. Ieri come oggi, il migrante si trova a dover lottare per non essere spogliato della propria complessità umana.
Evitando con maturità il pietismo consolatorio, la regia di Wetzl sceglie la via del realismo civile, concentrandosi sui microsistemi di resistenza quotidiana: l'aula scolastica come presidio etico, la solidarietà tra i ragazzi, la forza silenziosa delle madri nell'affrontare l'integrazione. Dentro la fatica, lo sfruttamento e lo spettro della silicosi, l'autore conserva uno sguardo profondamente espansivo verso la dignità e la vitalità di una comunità sradicata. Il film non si limita a documentare il passato, ma si offre come uno strumento essenziale per decodificare il presente, ricordandoci che dietro la fredda burocrazia delle migrazioni esistono sempre i volti, i silenzi e le speranze di chi cerca solo il proprio posto nel mondo.
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ivan@90
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lunedì 8 giugno 2026
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il buio della miniera, la luce del presente
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Il buio della miniera, la luce del presente: la memoria viva di Mineurs.
Mineurs colpisce oggi per la sua capacità di sottrarre la memoria dell’emigrazione italiana alla retorica delle ricorrenze istituzionali, trasformandola in una ferita aperta che sanguina nel presente. L'opera di Fulvio Wetzl compie una scelta prospettica precisa e coraggiosa: affida il racconto della Lucania del 1961 e del dramma delle miniere di carbone in Belgio agli occhi dei bambini, i "minori" che danno il doppio senso semantico e politico al titolo. La struttura polifonica del film si gioca tutta su un contrasto visivo e geografico violento: la solarità aspra e quasi magica dei vicoli del Sud si scontra frontalmente con il buio pesto, l'umidità opprimente e la polvere nera delle miniere del Limburgo.
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Il buio della miniera, la luce del presente: la memoria viva di Mineurs.
Mineurs colpisce oggi per la sua capacità di sottrarre la memoria dell’emigrazione italiana alla retorica delle ricorrenze istituzionali, trasformandola in una ferita aperta che sanguina nel presente. L'opera di Fulvio Wetzl compie una scelta prospettica precisa e coraggiosa: affida il racconto della Lucania del 1961 e del dramma delle miniere di carbone in Belgio agli occhi dei bambini, i "minori" che danno il doppio senso semantico e politico al titolo. La struttura polifonica del film si gioca tutta su un contrasto visivo e geografico violento: la solarità aspra e quasi magica dei vicoli del Sud si scontra frontalmente con il buio pesto, l'umidità opprimente e la polvere nera delle miniere del Limburgo.
L'evoluzione dell'infanzia e lo sradicamento
Il vero perno drammaturgico risiede proprio nell'evoluzione di questi piccoli protagonisti, un percorso di crescita forzata che la regia di Wetzl cattura con sensibilità: sul piano della verità storica, la narrazione restituisce con precisione l'impatto psicologico dello sradicamento. I giochi liberi nei vicoli lucani si trasformano specularmente nei rituali di adattamento alla dura realtà industriale straniera. I loro silenzi, gli sguardi smarriti e i tentativi di ridefinire la propria identità in terra straniera creano una cronaca emotiva profonda, capace di mostrare il prezzo umano dell'emigrazione. È una crescita fatta di sguardi e di scoperta, dove la spontaneità dei corpi dei ragazzi, **guidata da Wetzl con mano leggera e mai invasiva**, diventa lo strumento principale per resistere all'ostilità di un mondo nuovo e alienante.
Lo specchio della storia: la miniera di ieri e i flussi di oggi
Ma la vera forza di *Mineurs*, se guardato con gli occhi di oggi, sta nella sua straordinaria e dolorosa chiaroveggenza politica. Il dramma dei minatori italiani in Belgio - regolato dal protocollo del 1946 che scambiava braccia umane con quote di carbone - anticipa e specchia fedelmente l’attuale gestione geopolitica dei flussi migratori. Ieri eravamo noi la forza lavoro a basso costo stipata nelle baracche degli ex prigionieri a Marcinelle; oggi siamo la sponda d'arrivo di rotte altrettanto disperate, dove l'essere umano viene nuovamente subordinato a logiche di mercato, quote di ingresso e cinici calcoli economici.
Il film ci costringe a un cortocircuito etico: guardando i respingimenti culturali, i pregiudizi linguistici e la ghettizzazione subita dai bambini lucani in Belgio, è impossibile non rivedere le identiche dinamiche che oggi colpiscono i minori stranieri nelle nostre comunità e nelle nostre scuole. La tendenza a ridurre lo straniero a un simple dato burocratico o a un simbolo astratto crolla di fronte a questa memoria speculare. Ieri come oggi, il migrante si trova a dover lottare per non essere spogliato della propria complessità umana.
Evitando con maturità il pietismo consolatorio, la regia di Wetzl sceglie la via del realismo civile, concentrandosi sui microsistemi di resistenza quotidiana: l'aula scolastica come presidio etico, la solidarietà tra i ragazzi, la forza silenziosa delle madri nell'affrontare l'integrazione. Dentro la fatica, lo sfruttamento e lo spettro della silicosi, l'autore conserva uno sguardo espansivo verso la dignità e la vitalità di una comunità sradicata. Il film non si limita a documentare il passato, ma si offre come uno strumento essenziale per decodificare il presente, ricordandoci che dietro la fredda burocrazia delle migrazioni esistono sempre i volti, i silenzi e le speranze di chi cerca solo il proprio posto nel mondo.
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martedì 19 maggio 2026
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torna a nuova vita: "mineurs - minatori e minori"
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Il film girato nel 2008 fra Potenza e il Limburg per raccontare le vite delle famiglie i cui uomini emigrarono per essere impiegati come minatori e poter mandare di che vivere ai loro cari giù in Basilicata, torna in sala in versione estesa. Tale fenomeno rispecchia un po' quello che succede oggi nelle nostre realtà ai lavoratori africani i quali, pagati poco dalle aziende proprietarie, vedono quel poco come una manna dal cielo che garantisce loro un minimo di tranquillità. Se solo molti di noi ricordassero quanto successe a noi italiani nel corso della storia ci sarebbe senz'altro più solidarietà e si convivrebbe meglio.
In questa director's cut del film si va a sondare più nel profondo dell'umanità e dei valori dei protagonisti.
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Il film girato nel 2008 fra Potenza e il Limburg per raccontare le vite delle famiglie i cui uomini emigrarono per essere impiegati come minatori e poter mandare di che vivere ai loro cari giù in Basilicata, torna in sala in versione estesa. Tale fenomeno rispecchia un po' quello che succede oggi nelle nostre realtà ai lavoratori africani i quali, pagati poco dalle aziende proprietarie, vedono quel poco come una manna dal cielo che garantisce loro un minimo di tranquillità. Se solo molti di noi ricordassero quanto successe a noi italiani nel corso della storia ci sarebbe senz'altro più solidarietà e si convivrebbe meglio.
In questa director's cut del film si va a sondare più nel profondo dell'umanità e dei valori dei protagonisti. La scena in cui giocano a calcio con un osso di stinco e il sagrestano li redarguisce perché l'osso è cibo per i cani, più che oggetto di divertimento per loro è emblematica, e soprattutto viene data maggior importanza ai momenti pedagogici (più che didattici) con il maestro di scuola.
Anche la lettera che si scrivono Armando e Mario nel finale ribadisce la loro amicizia che si rafforza proprio in ragione delle rispettive diversità con cui l'uno "completa" l'altro.
Fulvio è ritornato su questa sua opera realizzata anni addietro e, come ogni autore, è maturato rispetto ad allora e ha così impreziosito il suo film con delle sequenze in più, che invogliano lo spettatore a empatizzare maggiormente con i protagonisti e con le loro dinamiche e sentimenti.
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albenedetti
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mercoledì 1 agosto 2012
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"che male c'è ad avere paura?"
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(seconda parte) A dirigere questo coro di voci è il sentimento religioso che si traduce nella sacralità della famiglia e che si manifesta per mezzo delle figure del Cristo ligneo e della Beata Vergine, trasportati con cura e devozione lungo un’estenuante processione in treno dall’Italia al Belgio. Il Cristo in croce accompagna i “Minori”, li accomuna nelle loro sventure. Dona loro conforto e coraggio. Ricorda loro che “una comunità resta tale in ogni parte del mondo”. Vive e dialoga con loro, non solo per mezzo dei sacerdoti, in Lucania come in Belgio, ma attraverso la propria presenza, così espressiva da rendere Cristo interlocutore reale nel dialogo tra Giovanni e suo figlio Vito, il “minore” che si fa grande compiendo il miracolo di far entrare suo padre in chiesa, riunendo così la famiglia agli occhi di Dio.
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(seconda parte) A dirigere questo coro di voci è il sentimento religioso che si traduce nella sacralità della famiglia e che si manifesta per mezzo delle figure del Cristo ligneo e della Beata Vergine, trasportati con cura e devozione lungo un’estenuante processione in treno dall’Italia al Belgio. Il Cristo in croce accompagna i “Minori”, li accomuna nelle loro sventure. Dona loro conforto e coraggio. Ricorda loro che “una comunità resta tale in ogni parte del mondo”. Vive e dialoga con loro, non solo per mezzo dei sacerdoti, in Lucania come in Belgio, ma attraverso la propria presenza, così espressiva da rendere Cristo interlocutore reale nel dialogo tra Giovanni e suo figlio Vito, il “minore” che si fa grande compiendo il miracolo di far entrare suo padre in chiesa, riunendo così la famiglia agli occhi di Dio.
E anche con questo film si è compiuto un piccolo miracolo che ci rivela una grande verità: aver restituito piena dignità storica a tutte quelle minoranze che emigrando all’estero si sono sacrificate in nome dei propri affetti. E in questa verità si racchiude tutta la poesia del film: protetta dalle mani sporche e ruvide di un minatore e nascosta nelle mani piccole di un bambino che gioca per strada. Almeno questo è quanto vedono gli occhi dei “minori”.
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albenedetti
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mercoledì 1 agosto 2012
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“che male c’è ad aver paura?”
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“Che male c’è ad aver paura?” Ad aver paura di scavare nell’animo umano per andare in cerca delle proprie radici, dei propri affetti e della propria identità collettiva? I Mineurs di Fulvio Wetzl non sono solo dei poveri cristi, costretti a cercar fortuna in Belgio, lontano dalla loro Lucania, a scavare nelle miniere di carbone come fanno i vermi (o i “vermigli”, come li chiamano i bambini del film). E Mineurs non sono soltanto gli adulti, ma anche i bambini, i figli degli stessi minatori. I guaglioni, anzi, le “creature” sono i veri protagonisti del film: la più spontanea espressione del concetto di famiglia. I “minori” sono dei grandi eroi. Sono moderni argonauti che vanno in cerca del vello d’oro ma scoprono un tesoro ancor più prezioso: quello della propria identità.
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“Che male c’è ad aver paura?” Ad aver paura di scavare nell’animo umano per andare in cerca delle proprie radici, dei propri affetti e della propria identità collettiva? I Mineurs di Fulvio Wetzl non sono solo dei poveri cristi, costretti a cercar fortuna in Belgio, lontano dalla loro Lucania, a scavare nelle miniere di carbone come fanno i vermi (o i “vermigli”, come li chiamano i bambini del film). E Mineurs non sono soltanto gli adulti, ma anche i bambini, i figli degli stessi minatori. I guaglioni, anzi, le “creature” sono i veri protagonisti del film: la più spontanea espressione del concetto di famiglia. I “minori” sono dei grandi eroi. Sono moderni argonauti che vanno in cerca del vello d’oro ma scoprono un tesoro ancor più prezioso: quello della propria identità. Dell’identità individuale che si fa identità collettiva perché, prima di tutto, identità degli affetti. Che si rivela attraverso la scoperta e la centralità dell’affetto della famiglia intesa come nucleo originario di ogni forma societaria.
I bambini che corrono per le strade della Lucania con le “carrozze” fatte di cuscinetti a sfera sono uguali ai bambini in Belgio che scivolano con i coperchi delle pentole sopra i cumuli di sassi perchè è il gioco che li accomuna aldilà di ogni barriera linguistica.
Loro giocano all’aperto, alla luce del Sole, a ricordarci del sacrificio dei genitori che scavano in miniera, sottoterra, e che non si vedono mai se non in una delle ultime sequenze del film. Come le formiche, piccole ma operose, che fanno della loro unione la loro forza più dirompente.
Un insegnamento leopardiano questo, che emerge grazie a quelle figure bellissime ed intense dei maestri elementari, “illuminati” dalla luce calda del meriggio in Meridione e dalla luce fredda del mattino al Nord: il maestro lucano è un “Garibaldi didatta” che insegna ai bambini le poesie ricordando loro che il gioco è poesia, “paese per paese”, in italiano come in dialetto; la maestra belga sintetizza invece la fattività e la sensibilità femminile tipica dell’insegnamento. In Italia, il maestro divide gli scolari che litigano accusandosi reciprocamente delle rispettive miserie e nobiltà; in Belgio, la maestra riesce invece a unire i bambini fiamminghi con i bambini stranieri, cioè quelli italiani, compiendo il miracolo di non farli sentire soli, isolati nella loro lingua.
Ed ancora una volta è una donna, Vitina - e l’uso del diminuitivo non è casuale - moglie di Michele e madre del piccolo Armando, che riesce a riunire la famiglia in Belgio, lottando in prima persona per ottenere una casa dignitosa in grado di preservare l’unitarietà e la solidità della famiglia stessa. E se da un lato la sensibilità femminile di Vitina gioisce di questa coesione di affetti quando si verifica l’incidente mortale in miniera dove riescono a scamparla i propri cari, dall’altro la lucidità maschile di Michele interviene per ammonire di questa gioia e rammentarci che tutti siamo attaccati agli altri: chè se viene meno uno, viene meno il concetto stesso di comunità.(fine prima parte)
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ciccio capozzi
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lunedì 6 aprile 2009
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preziosa testimonianza storica
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In pieno accordo Italia-Belgio(1946),per cui ogni 50mila immigrati italiani,2500tn di carbone venivano date all’Italia,dalla Basilicata alcune famiglie si spostano nel Limburg,dove affrontano con dignità la sofferenza di essere immigrati.Ma con la forza di chi vuole riconosciuti i propri diritti.Il titolo ha una doppia traduzione:minatori,ma anche minori.E difatti l’occhio con cui il regista,anche sceneggiatore insieme a Valeria Vaiano,guarda è quello dei bambini.Nella prima parte,ambientata in Basilicata,descrive la vita di una comunità attraversata dal dramma della povertà e dell’emigrazione:ma senza pietismi.Si sofferma con attenta efficacia sull’insieme delle famiglie e degli ambienti sociali,ivi presenti, sempre letti dai bambini:inquadrati all’interno di quell’apparente linearità esistenziale che coglie il nesso profondo della vita di una collettività.
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In pieno accordo Italia-Belgio(1946),per cui ogni 50mila immigrati italiani,2500tn di carbone venivano date all’Italia,dalla Basilicata alcune famiglie si spostano nel Limburg,dove affrontano con dignità la sofferenza di essere immigrati.Ma con la forza di chi vuole riconosciuti i propri diritti.Il titolo ha una doppia traduzione:minatori,ma anche minori.E difatti l’occhio con cui il regista,anche sceneggiatore insieme a Valeria Vaiano,guarda è quello dei bambini.Nella prima parte,ambientata in Basilicata,descrive la vita di una comunità attraversata dal dramma della povertà e dell’emigrazione:ma senza pietismi.Si sofferma con attenta efficacia sull’insieme delle famiglie e degli ambienti sociali,ivi presenti, sempre letti dai bambini:inquadrati all’interno di quell’apparente linearità esistenziale che coglie il nesso profondo della vita di una collettività.In cui le stesse divisioni sociali sono presentate con un approccio non drammatico, ma quasi giocoso.Non è che la povertà o il dramma non esistano;anzi,il film le illustra con chiarezza.Ma qui si vuole giustamente mettere in evidenza l’appartenenza sociale e collettiva che essi riuscivano a comporre.Non ha senso parlare di radici se non si mette in corrispondenza la memoria con l’analisi e il confronto delle realtà che le formano:in questo senso la scelta degli autori del film,di far preludere questa articolata descrizione alle vicende migratorie,ha una sua giustificazione narrativa profonda. In questa chiave sono da leggere come un omaggio alla consapevolezza storica di appartenenza,insieme alle vicende,alle descrizioni di vita povera,anche l’attenta,direi amorevole cura con cui l’occhio attento del regista si è posato e ha descritto,e ci ha trasmesso la struttura fisica degli ambienti vitali dei suoi personaggi.Non è un mero abbellimento,ma la capacità di suggerirci le idee e le linee materiali del vissuto che appartengono al “cuore della memoria”(Omero)di chi lascia e deve andar via.Perchè anche la povertà vissuta entro un cuore antico,ma proprio,qual è quello della comunità di appartenenza,lascia meno strazio che vivere,con una relativa disponibilità di mezzi,ma lontani,“strappati” da quel cuore.Questa sofferenza non è oggetto di parole,ma è trasportata in profondità silenziose, ma sempre aperte:brava la Vaiano,anche attrice nel film,in alcune sfumature a riguardo.Questo sentire appartiene maggiormente alla sensibilità delle donne del film che,nella II parte,insieme ai bambini ne sono le protagoniste.Ma anche qui,pur nel focalizzare i protagonisti,il regista riesce sempre a cogliere la valenza collettiva.Così anche lo sguardo è attento e partecipe agli assetti materiali del vivere.La descrizione delle strutture è asciutta,ma incide profondamente sulla memoria:questo è il senso metanarrativo del confronto col film Già vola il fiore magro di Paul Meyer.La vita nel Limburg,nel suo esserci resa dall’immaginario infantile,ci è consegnata come una preziosa testimonianza storica.Ma la forza della storia,perché è fatta di carne e sangue,è di appartenere contemporaneamente alla fantasia e alla sua forza evocativa sotto forma di ideali utopici,di voglia di futuro.In questa prospettiva il film,oltre ad avere il suo fascino visivo,ha una sua precisa funzione di “agente di futuro”.Ci aiuta a non annullare la memoria dall’orizzonte del nostro futuro, quando abbiamo a che fare coi migranti di altre nazioni:essi oggi sono la personificazione del nostro sofferto passato collettivo di nazione.
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davide rossi
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mercoledì 18 marzo 2009
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superare con slancio educativo le difficoltà
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Tra le tante e meritorie pellicole selezionate va segnalato Minatori di Fulvio Wetzl, tra le attici Chiara Lostaglio, solare giovane volto lucano. La storia ben ricostruita, si dipana tra la Basilicata e il Belgio, era ieri, in un’Europa lontana, lontanissima, sebbene i temi affrontati siano in nuove forme assolutamente attuali. Da una parte la decorosa vita di paese del nostro meridione dei primi anni sessanta, dal telefono pubblico che porta raramente la voce degli emigrati ai loro cari, al negozietto di prodotti alimentari, alla vita con le sue umili professioni e le processioni popolari, dall’altro la durezza di una terra di carbone e di cieli lividi e grigi, di profonde miniere, ma anche di precari e stentati alloggi, di “terril”, collinette formate dagli scarti dell’estrazioni, come solo luogo di gioco per i ragazzi.
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Tra le tante e meritorie pellicole selezionate va segnalato Minatori di Fulvio Wetzl, tra le attici Chiara Lostaglio, solare giovane volto lucano. La storia ben ricostruita, si dipana tra la Basilicata e il Belgio, era ieri, in un’Europa lontana, lontanissima, sebbene i temi affrontati siano in nuove forme assolutamente attuali. Da una parte la decorosa vita di paese del nostro meridione dei primi anni sessanta, dal telefono pubblico che porta raramente la voce degli emigrati ai loro cari, al negozietto di prodotti alimentari, alla vita con le sue umili professioni e le processioni popolari, dall’altro la durezza di una terra di carbone e di cieli lividi e grigi, di profonde miniere, ma anche di precari e stentati alloggi, di “terril”, collinette formate dagli scarti dell’estrazioni, come solo luogo di gioco per i ragazzi. Stringe il cuore vedere quelle scuole, in Lucania come in Belgio, in cui la cultura si trasforma in un diritto grazie alla buona volontà di docenti che cercano di superare con slancio educativo le difficoltà dei loro ragazzi, o ancora quei treni che per tre giorni trasbordano gli emigranti, sino al freddo nord. Se il film ha il sapore sincero della ricostruzione storica, ci auguriamo che alla memoria aggiunga, associ e promuova una rinnovata attenzione per tutti quei cittadini del sud del mondo che, partendo ad esempio dall’Europa dell’est e dall’Africa compiono viaggi, sacrifici, esperienze del tutto simmetriche, seppur in un nuovo contesto, a quelle dei nostri concittadini di allora e trovano nell’Europa occidentale e nella penisola, mille difficoltà, quando semplicemente chiedono il pane per garantire a loro stessi e alle loro famiglie una vita dignitosa.
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sonia bitonte
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mercoledì 18 marzo 2009
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il linguaggio universale del gioco
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(segue) Ci riusciranno col sudore, con la fatica e soprattutto con l’ aiuto delle donne, mentre i figli supereranno le stesse difficoltà, ancora una volta, grazie al linguaggio universale del gioco. Vitina, madre di Armando, arrivando in Belgio trova una situazione abitativa sconfortante, il marito Michele(Franco Nero) e i figli Vincenzo e Antonio, vivono ancora in una baracca fatiscente, dormono in tre in un materasso, si fanno sfruttare e sfottere sul lavoro. Vitina insieme ad Amelia, moglie del sarto, interverrà personalmente per ottenere case e trattamento adeguati, incarnando nel film ciò che effettivamente è stato l’ apporto fondamentale delle donne italiane per il miglioramento sociale degli emigranti in Belgio.
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(segue) Ci riusciranno col sudore, con la fatica e soprattutto con l’ aiuto delle donne, mentre i figli supereranno le stesse difficoltà, ancora una volta, grazie al linguaggio universale del gioco. Vitina, madre di Armando, arrivando in Belgio trova una situazione abitativa sconfortante, il marito Michele(Franco Nero) e i figli Vincenzo e Antonio, vivono ancora in una baracca fatiscente, dormono in tre in un materasso, si fanno sfruttare e sfottere sul lavoro. Vitina insieme ad Amelia, moglie del sarto, interverrà personalmente per ottenere case e trattamento adeguati, incarnando nel film ciò che effettivamente è stato l’ apporto fondamentale delle donne italiane per il miglioramento sociale degli emigranti in Belgio. I bambini a loro volta hanno problemi di integrazione immaginabili, ma attraverso il gioco riescono ad entrare in contatto con universo che appare ostile, ma in fondo è simile sia nelle dinamiche esistenziali, che ludiche. La scuola fiamminga è ostica, ma una maestra più che intelligente, trova un modo per “far vestire i panni degli italiani” agli occhi dei bambini fiamminghi. Impone ad uno di loro di leggere un giornale italiano, con tutto quello che ciò comporta: ribaltamento di ruoli e accettazione della diversità. E Armando vedendosi come in uno specchio sullo schermo, rifletterà che “si può fare un film su ogni cosa, anche su di noi”, rievocando i momenti in cui il maestro Fernando a proposito de “Le monete rosse”, aveva detto che “si può fare poesia su qualsiasi cosa, anche su un gioco di guaglioni”. Armando insisterà con il padre per scendere almeno una volta giù in miniera, altro percorso iniziatici “di coraggio”, in un ascensore che affonda per più di mille metri sottoterra. E questo ci farà vedere attraverso i suoi occhi, “il mondo alla rovescia” della miniera, invaso dal rumore, dalla polvere, in cui migliaia di uomini stavano 8 ma anche 16 ore di seguito “come vermi nella terra, senza sapere più quali sono le mani e quali i piedi”. Fulvio Weltz, con quest’ opera riesce a raccontare la vicenda dell’ emigrazione, così importante per lo sviluppo sociale ed economico del nostro paese, con equilibrio e generosità. Anche i difetti della forma, a tratti quasi amatoriale, lasciano il passo di fronte ad un’ opera generosa e sincera.
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sonia bitonte
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mercoledì 18 marzo 2009
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emigrazione raccontata con equilibrio e generosità
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MINEURSdi Fulvio Wetzl Negli anni ’50 un gran numero di minatori cominciò ad emigrare dalla Basilicata verso il Belgio, terra ricca di distretti minerari e, proprio per questo, meta ambita per coloro che dovevano fare i conti con un’ esistenza disagiata. Una realtà comune a parecchie regioni dell’Italia meridionale del dopoguerra: perché allora non partire e mettere da parte i soldi necessari per garantire – a se stessi, ma soprattutto ai propri figli – un futuro più dignitoso? E’ da questa pagina di storia italiana che Fulvio Wetzl prende spunto per realizzare Mineurs ( scritto insieme a Valeria Vaiano), film dal taglio intimista il cui titolo indica già la doppia valenza sociale dei protagonisti: “minatori” ma anche “minori”.
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MINEURSdi Fulvio Wetzl Negli anni ’50 un gran numero di minatori cominciò ad emigrare dalla Basilicata verso il Belgio, terra ricca di distretti minerari e, proprio per questo, meta ambita per coloro che dovevano fare i conti con un’ esistenza disagiata. Una realtà comune a parecchie regioni dell’Italia meridionale del dopoguerra: perché allora non partire e mettere da parte i soldi necessari per garantire – a se stessi, ma soprattutto ai propri figli – un futuro più dignitoso? E’ da questa pagina di storia italiana che Fulvio Wetzl prende spunto per realizzare Mineurs ( scritto insieme a Valeria Vaiano), film dal taglio intimista il cui titolo indica già la doppia valenza sociale dei protagonisti: “minatori” ma anche “minori”. I primi attori della storia, perlomeno nella fase iniziale, sono quattro bambini prossimi all’ adolescenza: Armando ed Egidio, di estrazione popolare; Vito, figlio di un miscredente restauratore di artefatti religiosi; Mario, figlio del medico del paese. E’ attraverso il loro sguardo che lo spettatore segue lo sviluppo delle vicende. Il loro vissuto quotidiano si divide tra la strada (scenario naturale, spesso condiviso con cani, gatti, cavalli) e la scuola, dove vengono formati da Fernando, maestro fuori dagli schemi, dalla faccia pulita e dai buoni sentimenti, che racconta loro delle gesta di Garibaldi e che recita la poesia di Leonardo Sinisgalli “Monete rosse”, tanto amata dai bambini proprio perché parla di cose che capiscono…i giochi (che come le poesie circolano dappertutto e tutti li imparano). Con la trama poetica prendono vita racconti, Il “miracolo” di Vito che tinge l’ acqua dell’ acquasantiera con la tintura del sarto, il “sogno” di Violetta che vuole mandare al marito defunto l’occorrente per la barba e i sigari cubani, usando come corriere la bara di una conoscente. Wetzl, comunque, mantiene “vivo” il tema della migrazione verso il Belgio…Le telefonate al posto pubblico (che duravano intere giornate), gli strascichi delle malattie, dovute alla polvere, contratte in Belgio (la silicosi), che culminerà nella morte improvvisa dello zio Salvatore; le lezioni di storia del maestro Fernando (Garibaldi era emigrante). Dei quattro bambini solo Armando ed Egidio partono. Armando con la madre Vitina (Valeria Vaiano), si ricongiunge con il padre (Franco Nero) ed i due fratelli che lavorano in miniera da due anni, Egidio parte con l’ intera famiglia, suo padre Rocco (Cosimo Fusco) il sarto, sua madre Amelia e la sorellina Ilaria. Le due famiglie portano con esse due statue, un crocefisso ed una madonna, realizzate e regalate da mastro Giovanni, il padre di Vito. Queste statue, destinate alle processioni italiane in Belgio, simboleggiano l’ unione esistente tra Lucania e Fiandre, dimostrando la capacità delle comunità italiane nel ritrovare in qualsiasi parte del mondo, coordinate di identità ed appartenenza. Sarà proprio il lungo viaggio in treno verso le terre del Limburgo a giocare all’ interno del film, il ruolo di spartiacque: il mondo degli adulti, fino a quel momento “scavalcato” dalle gesta dei ragazzini, assume un ruolo più deciso. Arrivati in terra fiamminga, sono infatti i genitori a dover gestire per primi la difficile integrazione con i cittadini locali. (segue)
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