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lu pichi
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lunedì 1 maggio 2023
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da vedere almeno una volta.
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Bel film, crudo, sicuramente da vedere almeno una volta, nel 1986 non fu campione d'incassi ma oggi è diventato un piccolo cult. È ispirato alla storia di Henry Lee Lucas per quel che riguarda gli omicidi ma non va confuso con una biografia di Lucas, di vero ci sono gli omicidi di circostanza e l'amicizia con Ottis Toole ma resta sempre un film con una trama diversa dai fatti realmente accaduti, la sorella di Ottis non si chiamava Becky ma Drusilla, era più grande di lui e lo bullizzava da piccolo, Becky e il nome con cui veniva chiamato Ottis dalla mamma, lei lo costringeva a vestirsi da donna per umiliarlo e poi lo chiamava Becky. Ottis era omosessuale. Detto questo, film da vedere.
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senzabandiera
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domenica 31 gennaio 2021
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film che ho conosciuto vedendo caro diario
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Non avrei degnato di nota il film "Henry pioggia di sangue" se non fosse stato per Nanni Moretti che lo ridicolizza nel suo riuscito "Caro Diario" arrivando quasi a molestare il critico cinematografico che aveva tessuto le lodi di "Henry pioggia di sangue".
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carloalberto
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domenica 31 gennaio 2021
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vedere attraverso gli occhi del criminale
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All’apparenza è un filmetto di poche pretese, girato con un basso budget e in formato 4:3, stile televisivo, sulla storia vera di un serial killer, rivelatosi in realtà più un fantasioso millantatore di centinaia di imprese omicidiarie, l’ennesimo psicopatico cui si ispira la cinematografia di genere e attrae morbosamente un pubblico civilizzato che rivede, con ribrezzo e forse malcelata nostalgia, la fiera alle origini della propria specie nella belva feroce fuori dalla gabbia, libera di uccidere per il gusto di uccidere.
John McNaughton è riuscito con pochi mezzi e con attori sconosciuti a rendere realisticamente l’orrore calato nella banale quotidianità di un menage a trois tra due ex carcerati e la sorella, eufemisticamente sempliciotta, di uno dei due.
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All’apparenza è un filmetto di poche pretese, girato con un basso budget e in formato 4:3, stile televisivo, sulla storia vera di un serial killer, rivelatosi in realtà più un fantasioso millantatore di centinaia di imprese omicidiarie, l’ennesimo psicopatico cui si ispira la cinematografia di genere e attrae morbosamente un pubblico civilizzato che rivede, con ribrezzo e forse malcelata nostalgia, la fiera alle origini della propria specie nella belva feroce fuori dalla gabbia, libera di uccidere per il gusto di uccidere.
John McNaughton è riuscito con pochi mezzi e con attori sconosciuti a rendere realisticamente l’orrore calato nella banale quotidianità di un menage a trois tra due ex carcerati e la sorella, eufemisticamente sempliciotta, di uno dei due. Michael Rooker, Tom Towles, Tracy Arnold, sono di una credibilità estrema, tanto da dare l’impressione, a tratti, di assistere ad un docufilm o a un reportage giornalistico piuttosto che a un film. Eccetto il primo, divenuto poi un ottimo caratterista, proprio grazie al suo esordio in questa pellicola, purtroppo gli altri due hanno avuto poca fortuna. Non c’è introspezione psicologica dei personaggi, essi sono come appaiono, esseri disarmanti nella loro giocosa, infantile e perversa voglia di uccidere in modo gratuito, che sarà trasfigurata psichedelicamente nel più famoso Natural Born Killers di Oliver Stone.
Le storie di abusi sessuali subiti dalla ragazza in famiglia o le sofferenze adolescenziali dell’assassino, costretto dalla madre a far da spettatore al proprio meretricio, sono gettate lì con nonchalance dal regista, messe in una chiacchiera tra i due mentre sono a cena, come fossero la cosa più naturale di questo mondo; il ricordo delle ferite inferte nel loro passato di ragazzi è svilito in un discorrere tranquillo attorno al desco della nuova orrenda comunità.
Il degrado ambientale e morale rende normale l’abiezione del pensiero e del comportamento. Al distacco traumatico dalla famiglia d’origine e dalla società consegue la dimenticanza o meglio il rifiuto di qualsiasi scala di valori, umanamente condivisi nella comunità civile, e conduce i protagonisti alla naturale negazione del massimo disvalore attribuito al delitto. La regia, sottraendo alla visione dello spettatore la drammaticità dell’azione criminale annulla l’empatia per le vittime della violenza e tende ad una compartecipazione abietta con gli assassini che filmando le loro imprese ci mostrano cosa è accaduto. McNaughton costringe lo spettatore a vedere il crimine attraverso gli occhi del criminale. Dell’azione efferata si vedono soltanto gli effetti nelle immagini dei cadaveri di donne scomposte, in una nudità oscenamente erotica, con i segni delle torture sul corpo, che ricordano il loro martirio. Il martirio, negato alla partecipazione emotiva nell’atto del suo compimento, è invece evocato a posteriori dal sonoro, che ripropone sovrapponendosi ad un presente irrimediabile, in cui tutto già è accaduto, le grida strazianti delle vittime depotenziandone ulteriormente il contenuto drammatico.
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carloalberto
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domenica 31 gennaio 2021
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vedere attraverso gli occhi del criminale
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All’apparenza è un filmetto di poche pretese, girato con un basso budget e in formato 4:3, stile televisivo, sulla storia vera di un serial killer, rivelatosi in realtà più un fantasioso millantatore di centinaia di imprese omicidiarie, l’ennesimo psicopatico cui si ispira la cinematografia di genere e attrae morbosamente un pubblico civilizzato che rivede, con ribrezzo e forse malcelata nostalgia, la fiera alle origini della propria specie nella belva feroce fuori dalla gabbia, libera di uccidere per il gusto di uccidere.
John McNaughton è riuscito con pochi mezzi e con attori sconosciuti a rendere realisticamente l’orrore calato nella banale quotidianità di un menage a trois tra due ex carcerati e la sorella, eufemisticamente sempliciotta, di uno dei due.
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All’apparenza è un filmetto di poche pretese, girato con un basso budget e in formato 4:3, stile televisivo, sulla storia vera di un serial killer, rivelatosi in realtà più un fantasioso millantatore di centinaia di imprese omicidiarie, l’ennesimo psicopatico cui si ispira la cinematografia di genere e attrae morbosamente un pubblico civilizzato che rivede, con ribrezzo e forse malcelata nostalgia, la fiera alle origini della propria specie nella belva feroce fuori dalla gabbia, libera di uccidere per il gusto di uccidere.
John McNaughton è riuscito con pochi mezzi e con attori sconosciuti a rendere realisticamente l’orrore calato nella banale quotidianità di un menage a trois tra due ex carcerati e la sorella, eufemisticamente sempliciotta, di uno dei due. Michael Rooker, Tom Towles, Tracy Arnold, sono di una credibilità estrema, tanto da dare l’impressione, a tratti, di assistere ad un docufilm o a un reportage giornalistico piuttosto che a un film. Eccetto il primo, divenuto poi un ottimo caratterista, proprio grazie al suo esordio in questa pellicola, purtroppo gli altri due hanno avuto poca fortuna. Non c’è introspezione psicologica dei personaggi, essi sono come appaiono, esseri disarmanti nella loro giocosa, infantile e perversa voglia di uccidere in modo gratuito, che sarà trasfigurata psichedelicamente nel più famoso Natural Born Killers di Oliver Stone.
Le storie di abusi sessuali subiti dalla ragazza in famiglia o le sofferenze adolescenziali dell’assassino, costretto dalla madre a far da spettatore al proprio meretricio, sono gettate lì con nonchalance dal regista, messe in una chiacchiera tra i due mentre sono a cena, come fossero la cosa più naturale di questo mondo; il ricordo delle ferite inferte nel loro passato di ragazzi è svilito in un discorrere tranquillo attorno al desco della nuova orrenda comunità.
Il degrado ambientale e morale rende normale l’abiezione del pensiero e del comportamento. Al distacco traumatico dalla famiglia d’origine e dalla società consegue la dimenticanza o meglio il rifiuto di qualsiasi scala di valori, umanamente condivisi nella comunità civile, e conduce i protagonisti alla naturale negazione del massimo disvalore attribuito al delitto. La regia, sottraendo alla visione dello spettatore la drammaticità dell’azione criminale annulla l’empatia per le vittime della violenza e tende ad una compartecipazione abietta con gli assassini che filmando le loro imprese ci mostrano cosa è accaduto. McNaughton costringe lo spettatore a vedere il crimine attraverso gli occhi del criminale. Dell’azione efferata si vedono soltanto gli effetti nelle immagini dei cadaveri di donne scomposte, in una nudità oscenamente erotica, con i segni delle torture sul corpo, che ricordano il loro martirio. Il martirio, negato alla partecipazione emotiva nell’atto del suo compimento, è invece evocato a posteriori dal sonoro, che ripropone sovrapponendosi ad un presente irrimediabile, in cui tutto già è accaduto, le grida strazianti delle vittime depotenziandone ulteriormente il contenuto drammatico.
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opidum
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venerdì 12 settembre 2014
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se vi è piaciuto vi consiglio
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l'introvabile e superiore film belga "il killer e il cameramen".
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satanson
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lunedì 4 luglio 2011
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paura del sesso
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"Henry, pioggia di sangue" non è certamente un film messo in piedi con abbondanza di mezzi. Una messa in scena essenziale ci porta quindi a seguire le manie del protagonista, il riaffiorare costante della violenza che afferma di aver subìto da piccolo ad opera della madre. Cercando di capire cosa veramente scatti in Hanry ogni qualvolta si trovi in momenti di intimità sessuale, si è spinti ad accettare inizialmente la storia del trauma infantile, ma poi si vuole sapere di più, quel di più che viene continuamente rimandato e oscurato dal protagonista stesso del film nelle sue spiegazioni al "compagno di avventure" Otis. Queste spiegazioni laconiche che Henry dà a Otis e che riguardano diverse sfaccettature su ciò che può o non può fare durante l'omicidio di una donna, ci dicono comunque molto sul personaggio.
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"Henry, pioggia di sangue" non è certamente un film messo in piedi con abbondanza di mezzi. Una messa in scena essenziale ci porta quindi a seguire le manie del protagonista, il riaffiorare costante della violenza che afferma di aver subìto da piccolo ad opera della madre. Cercando di capire cosa veramente scatti in Hanry ogni qualvolta si trovi in momenti di intimità sessuale, si è spinti ad accettare inizialmente la storia del trauma infantile, ma poi si vuole sapere di più, quel di più che viene continuamente rimandato e oscurato dal protagonista stesso del film nelle sue spiegazioni al "compagno di avventure" Otis. Queste spiegazioni laconiche che Henry dà a Otis e che riguardano diverse sfaccettature su ciò che può o non può fare durante l'omicidio di una donna, ci dicono comunque molto sul personaggio. Egli infatti accetta che venga fatta violenza fisica alle vittime, ma una violenza fisica che non deve scadere nel sessuale (soprattutto post-mortem). L'episodio in cui Peggy, convinta che Otis stia dormendo, cerca il contatto fisico con Henry, mostra tutta la difficoltà e la voglia di evasione che caratterizzano Henry nel semplice approccio normale con una donna. I demoni dell'infanzia riemergono ogni qualvolta egli si trovi a contatto intimo con una donna, demoni che gli vietano di vivere una sessualità normale e, come diretta conseguenza, una vita normale. Che sia quindi, questo film, un avvalorare delle teorie di Freud in cui quasi ogni "malato" deve i suoi comportamenti deviati a traumi infantili che concernono in Edipo e in sesso, è palese.
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davide_chiappetta
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mercoledì 10 novembre 2010
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film unico
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Questo film lo vidi in cassetta nel 1992 un anno prima che venisse citato in Caro Diario di Moretti: E' indubbiamente un capolavoro, nessun altro film ha fatto vedere meglio di questo cosa significhi uccidere o come ci si sente a guardare con gli stessi occhi un serial-killer, più di M di Lang o Jack lo squartatore di Baker e Berman, L'occhio che uccide di Michael Powell o Landru di Claude Chabrol. Questo film, per chi ama catalogare i generi rientra più nel genere slasher che in quello gore, visto che di sangue per fortuna se ne vede poco al contrario del film coevo Nekromantik che fece all'epoc successo per gli estimatori del genere e censurato in molte nazioni, Henry comunque se ne discosta dal genere perchè sarebbe riduttivo farlo entrare in alcuni confini, come dire che 2001 è solo un film di fantascienza.
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Questo film lo vidi in cassetta nel 1992 un anno prima che venisse citato in Caro Diario di Moretti: E' indubbiamente un capolavoro, nessun altro film ha fatto vedere meglio di questo cosa significhi uccidere o come ci si sente a guardare con gli stessi occhi un serial-killer, più di M di Lang o Jack lo squartatore di Baker e Berman, L'occhio che uccide di Michael Powell o Landru di Claude Chabrol. Questo film, per chi ama catalogare i generi rientra più nel genere slasher che in quello gore, visto che di sangue per fortuna se ne vede poco al contrario del film coevo Nekromantik che fece all'epoc successo per gli estimatori del genere e censurato in molte nazioni, Henry comunque se ne discosta dal genere perchè sarebbe riduttivo farlo entrare in alcuni confini, come dire che 2001 è solo un film di fantascienza. Il titolo in italiano Henry poggia di sangue, come disse Mereghetti è un titolo idiota, mentre quello originale è Henry ritratto di un serial-killer, all'apparenza uno spaccato di vita di un serial-killer, ma in realtà cinematograficamente parlando il "male" fatto persona che uccide in modi diversi, per una sua logica morale. Roocker fino ad allora sconosciuto qui da la sua magnifica interpretazione col volto ghignante, ma nello stesso tempo timido e imbarazzato davanti alla donna che gli mostra sincero affetto. Chiunque si cimenti come regista di film o cortometraggi e ha intenzione di girare un noir o un horror, deve per forza di cose vedersi questo film, film maledetto già all'uscita e censurato in Gran Bretagna, e uscito in italia con molti anni di ritardo, tanto che alcuni hanno visto prima il mockumentary "il Cameraman e l'assassino" che questo di John McNaughton. Il film colpisce duro lo spettatore per vari motivi: prima di tutto il film è stato girato in 28 giorni e con soli 110 mila dollari e questo conferisce al film l'aspetto di un cinema veritè, grana della pellicola grossa, illuminazione precaria, assenza di carrellate (anche volute per la coerenza del racconto) quanto si dice di fare necessità virtù. Gli omicidi non si vedono, vengono solo mostrati i risultati nei quali si sovrappongono urla di donne uccise e dello stesso Henry e rumori di spari e altri distorti al sintetizzatore, questo rende le morti angora più angoscianti visto che lo spettatore deve sforzatrsi di ricostruire mentalmente quello che è successo prima, d'altronte lo stesso Stephen King disse di non mostrare mai l'orrore in modo palese citando continuamente in un suo saggio un vecchio racconto intitolato la Zampa di scimmia, e lasciando supporre tutto al lettore, d'altronte anche il bianco e nero prima dell'avvento del colore come disse Wenders costringeva lo spettatore a uno sforzo mentale piu del colore e per questo il b/n era più colorato del colore stesso, potremmo citare per giorni e giorni il non mostrato, l'amore fuori campo per Hitchcock era più erotico del mostrato, cosi come le mutilazioni e le urla fuori campo più agghiaccianti di quelle viste dal vero sempre in seno alal cinematografia (per questo Tarantino non mostra l'orecchio che viene reciso, è solo un esmpio banale ma conosciuto da molti spettatori).
Henry uccide dicevamo per una sua logica, diceva "o noi o loro" al suo collega Otis, come se fosse in guerra, per noi spettatori capiamo il senso di cio che vuol dire, cioè era ormai anestetizzato alla violenza che perpretrava, e per cosi dire si autogiustificava, ma è chiaro che un vero serial-killer non farebbe certi fini ragionamenti 8come è stato dimostrato da centinaia di anni dalle cronache giudiziarie), il personaggio è trattato in modo romanzato per farci immedesimare in lui pena l'allontanamento del personaggio e di conseguenza da tutto il film. Ci sono altri rafforzamenti tra noi e Henry: l'aver subito della violenze dalla madre, l'antipatia dei 2 ricettatori, lo rozzagine e la mente malsana e deviata di Otis in contrasto a quella brutale psocopatica anche se malata di Henry, le varie soggettive di Henry quando come un cacciatore segue la sua preda, d'altro canto nel momento che ci immedesimiamo in Henry lui commette omicidi gratuiti su due donne (prostitute), su una famiglia (famiglia borghese e benestante, mentre i 3 protagonisti vivono in un lercio appartamento, per di piu vengono riprese da una telecamera, e rivisti centinaia di volte morire, come diceva Bazin: la morte al lavoro), spara a un autista (gay) che si ferma per aiutarlo, mangia tranquillamente appena dopo aver ucciso una donna e cosi via, vicinanza-repulsione cosi come faceva Kubrick per Alex in arancia meccanica, che tra l'altro in questo film il regista ne riprende alcuni umori, come appunto nella citata violenza sessuale e omicidio a una famiglia, musiche distorcenti amplificate, ghigno del protagonista e risata sguaiata e rozza di Otis (Verfremdungseffekt, cioè l'effetto di straniamento tanto amato dai formalisti russi e in particolar modo del grande Brecht tanto che ormai sono anni che si parla di straniamento brechtiano quanto si citano alcuni capolavori narrativi o cinematografici). Si scade nel gore solo quanto Henry fa a pezzi l'amico Otis ma non è violenza gratuita, perche tutto quel sangue trattenuto era un eco anticipato di quello che sarebbe successo poi. Il finale lascia sgomenti molto di piu di quello che si e visto finora, quando lascia l'albergo le valigie sono due e non c'è più Becky, non c'è bisogno di spiegare, (si lavora a livello diegetico: si è lei, infatti qualche inuadratura prima Henry sii fissa allo specchio per decidere sul da farsi, e si lavora a livello extra diegetico: non vedo Becky, no non è lei, oppure non voglio credere che sia lei poverina era l'unico personaggio carino e dolce di questa storia allucinante). Henry è astrazione del male allo stato puro addolcito un pò per permetterlo di avvicinarci a lui e vedere cosa fà e cosa pensa, Henry è il nostro Es senza tabù o restrizioni ma che subito il nostro Super-Io censura, sarebbe stato ridicolo se verso la fine del film fosse stato preso ( il cinema non è pedagogia, e ne spinge ad atti violenti nelle persone normali, ma solo emozione pura), nel film non ci sono i tutori dell'ordine, l'unico sbirro è quello della liberta vigilata di Otis, che non sembra nenache uno sbirro, il personaggio di Henry rimane come all'inizio non c'è trasformazione in lui, una sola cosa ha trasformato: ha creato il vuoto piu assoluto col mondo esterno, ora lui è completamente solo e vaga in eterno forse pronto a colpire ancora.
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nerazzurro
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giovedì 23 settembre 2010
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realistico senza limiti
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Il punto forte del film e senz'altro il protagonista Henry. Lascia disagio per l'efferata violenza ma il finale a mio parere e davvero inconsistente.
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wearenot
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lunedì 13 settembre 2010
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ritratto
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Henry e il suo ritratto, il suo punto di vista.
Il film inizia con l'arte, quadri, sculture di corpi straziati, grida che squarciano l'aria.
Sangue che scorre, sangue rappreso e occhi spenti senza vita.
Perchè il ritratto non è solo una cronologia di eventi. Il ritratto è espressione.
L'espressione di Henry: l'omicidio.
L'efferatezza si vede solo dall'esterno, con gli occhi di guarda dallo schermo; per Henry è tutto normale, è impassibile,
quasi privo di sentimenti. Lui uccide nello stesso modo in cui traggo una sigaretta dal pacchetto e l'accendo.
La forza del film è nell'atmosfera glaciale, quasi sospirata. Una normalità appunto che non cerca il facile colpo di scena o tensioni da horror.
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Henry e il suo ritratto, il suo punto di vista.
Il film inizia con l'arte, quadri, sculture di corpi straziati, grida che squarciano l'aria.
Sangue che scorre, sangue rappreso e occhi spenti senza vita.
Perchè il ritratto non è solo una cronologia di eventi. Il ritratto è espressione.
L'espressione di Henry: l'omicidio.
L'efferatezza si vede solo dall'esterno, con gli occhi di guarda dallo schermo; per Henry è tutto normale, è impassibile,
quasi privo di sentimenti. Lui uccide nello stesso modo in cui traggo una sigaretta dal pacchetto e l'accendo.
La forza del film è nell'atmosfera glaciale, quasi sospirata. Una normalità appunto che non cerca il facile colpo di scena o tensioni da horror. E' molto di più perchè ti trascina dalla parte di Henry, noi gardiamo con i suoi occhi.
Lui che ha ucciso la madre, non ricorda bene come; sa solo che l'ha uccisa offre un brandello di speranza con la sua "etica" contro l'incestuosita di Otis verso la sorella.
Ma Henry è Henry è solo. Lui lo sa.
E abbandona un'altra valigia; al lato della strada...
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frank75
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venerdì 19 marzo 2010
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spera di non trovarti mai sulla sua strada
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Henry (Michael Rooker), uomo dal passato alquanto tormentato, dopo un lungo periodo passato in carcere per aver ucciso la violenta madre insieme ad uno dei suoi amanti, ora divide un piccolo e squallido appartamento con Otis (Tom Towles), un suo ex compagno di prigione. Entrambi lavorano, il primo come disinfestatore di appartamenti privati, il secondo come tuttofare in una pompa di benzina nonché nel tempo libero spacciatore di qualche dose di droga a giovani studenti.
Un giorno nella loro casa arriva Becky (Tracy Arnold), la sorella di Otis, che in attesa di ottenere un lavoro e una diversa sistemazione si ferma lì da loro. Anche se in atmosfera cupa e lugubre tutto sembra andare per il meglio, almeno finché Henry una notte, colto da uno dei suoi raptus omicidi, strangolerà senza motivo e a sangue freddo due prostitute all’interno della sua macchina, davanti allo sguardo incredulo del suo compagno Otis.
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Henry (Michael Rooker), uomo dal passato alquanto tormentato, dopo un lungo periodo passato in carcere per aver ucciso la violenta madre insieme ad uno dei suoi amanti, ora divide un piccolo e squallido appartamento con Otis (Tom Towles), un suo ex compagno di prigione. Entrambi lavorano, il primo come disinfestatore di appartamenti privati, il secondo come tuttofare in una pompa di benzina nonché nel tempo libero spacciatore di qualche dose di droga a giovani studenti.
Un giorno nella loro casa arriva Becky (Tracy Arnold), la sorella di Otis, che in attesa di ottenere un lavoro e una diversa sistemazione si ferma lì da loro. Anche se in atmosfera cupa e lugubre tutto sembra andare per il meglio, almeno finché Henry una notte, colto da uno dei suoi raptus omicidi, strangolerà senza motivo e a sangue freddo due prostitute all’interno della sua macchina, davanti allo sguardo incredulo del suo compagno Otis.
Ma quel iniziale sbigottimento si trasformerà presto per Otis in una totale complicità dell’amico Henry con il quale, da quel momento in avanti, condividerà gli efferati e insensati delitti.
Prodotto raffinato di buon livello che nasce da una rielaborazione di fatti realmente accaduti che hanno come protagonista Henry Lee Lucas, da molti considerato il più spietato serial killer statunitense. Ma al di là della rispondenza solo parziale ai fatti accaduti (che sono veramente inenarrabili), “Henry: portrait of a serial killer”, ribattezzato in Italia “Henry pioggia di sangue”, costituisce senza ombra di dubbio uno dei prodotti cinematografici meglio confezionati con protagonista la figura di un serial killer.
Il punto di forza di questo film è la disarmante crudeltà con cui vengono rappresentare le “imprese” del protagonista che uccide in maniera irrazionale e spietata, senza provare alcuna emozione se non l’istinto irrefrenabile di continuare a farlo come fosse la cosa più naturale del mondo. Inquieta forse molto più quello che non si vede ma viene lasciato all’immaginazione dello spettatore rispetto a quello che viene mostrato in maniera cruda ed esplicita.
Malgrado i tanti efferati omicidi narrati, di sangue se ne vede davvero poco. Il regista non cade infatti in quella facile tentazione di sconfinare nel genere splatter (con tutto rispetto per i suoi amanti), scegliendo invece e con successo di concentrare lo sforzo nel tentativo di creare quell’atmosfera cupa e asfissiante nel quale quelle macabre bestialità finiscono per regalare, anche grazie una colonna sonora semplice ma efficacissima, emozioni molto più profonde ed intense.
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