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mauridal
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sabato 3 gennaio 2026
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la violenza di regime contro il cinema
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Quando un regista come Jafar Panhai, autore di alcuni film impegnati nel raccontare una realtà come la società iraniana e il regime teocratico che domina in Iran, realizza un film come questo A simple Accident, di aperta denuncia, che narra attraverso un racconto con personaggi e una storia semplice, la violenza e l’oppressione che viene esercitata sui cittadini, su donne e uomini che hanno avuto un dissenso col regime, e per questo perseguitati, ha già messo a rischio la sua libertà e la stessa vita in gioco, pur di esprimere attraverso il cinema in modo artistico, le sue idee e il suo punto di vista, allora possiamo vedere il film con la giusta visione , quella di conoscere e capire la realtà iraniane e quindi condividere e apprezzare l’opera del regista dissidente e al contempo regista autore che crede nel cinema e nell’arte come possibilità di cambiamento per la storia del proprio paese.
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Quando un regista come Jafar Panhai, autore di alcuni film impegnati nel raccontare una realtà come la società iraniana e il regime teocratico che domina in Iran, realizza un film come questo A simple Accident, di aperta denuncia, che narra attraverso un racconto con personaggi e una storia semplice, la violenza e l’oppressione che viene esercitata sui cittadini, su donne e uomini che hanno avuto un dissenso col regime, e per questo perseguitati, ha già messo a rischio la sua libertà e la stessa vita in gioco, pur di esprimere attraverso il cinema in modo artistico, le sue idee e il suo punto di vista, allora possiamo vedere il film con la giusta visione , quella di conoscere e capire la realtà iraniane e quindi condividere e apprezzare l’opera del regista dissidente e al contempo regista autore che crede nel cinema e nell’arte come possibilità di cambiamento per la storia del proprio paese. I temi proposti dal film sono intanto molti, senza entrare nel racconto, si mostra come un gruppo di giovani per un banale incidente d’auto entrano in contatto con un loro persecutore agente di polizia, e alcuni vorrebbero vendicarsi delle violenze subite a causa sua sequestrarlo o anche ucciderlo, prima però facendolo confessare dei suoi atti delittuosi. Il tema principale dunque è se tutti i cittadini democratici e dissidenti debbano rispondere con la violenza a un regime violento contro suoi rappresentanti o tutori. In questo caso il regista stesso è stato arrestato per attività anti regime, dove si intende l’attività culturale e opera di cinematografia che raccontando le realtà iraniane, anche in forme narrative e romanzate hanno danneggiato l’Iran come immagine di una Repubblica, giusta e libera con tutti i cittadini. Panhai dunque ha continuato, a lavorare, usando la cultura per opporsi al regime che lo opprimeva e lo limitava nella libertà. Dunque anche in questo film, cerca di proporre una risposta non violenta , anche quando personaggi giovani attivisti anti regime, trovano un loro persecutore, alcuni vorrebbero giustiziarlo a morte, altri pongono un dubbio sulla identità del loro prigioniero e ponendo il dubbio se usare la stessa violenza da loro subita per infliggere una pena al presunto responsabile. In questa tematica il film si propone con immagini prese realisticamente seguendo i personaggi da vicino, con riprese tipiche del regista in ambienti piccoli come un furgone o in automobile con musiche e sonoro in diretta.Un cinema povero, con pochi elementi di spettacolo o azione, ma nonostante la semplicità del linguaggio cinema, la narrazione è chiara e coinvolgente per tutto il pubblico specie per un pubblico attento e impegnato a seguire le vicende di altre società in un paese dal regima autoritario come la repubblica iraniana. Jafar Panhai e il suo film hanno quindi avuto una attenzione internazionale, specie in Francia dove il film stato scelto per il festival di Cannes e vincendo la Palma d’oro, lo stesso regista ha avuto libertà di di ritirare il premio, e di essere più libero nel proprio paese. Altra questione è se il cinema o la cultura possono cambiare la realtà sociale e politica di un paese ,ma senza dubbio un regime o uno stato democratico non può impedire ai propri cittadini , intellettuali e non , di esprimere le idee e produrre opere culturali per comunicare a tutti. Jafar Panhai , ha vinto la propria battaglia culturale , almeno potrà contare sull’attenzione internazionale per continuare il proprio cinema , sperando in un cambiamento della realtà del suo paese. ( Mauridal)
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angelo76
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domenica 14 dicembre 2025
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capolavoro
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eugenio
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lunedì 8 dicembre 2025
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vendetta chiama vendetta?
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Semplice, fosse tutto così leggero. Per Panahi, regista celebre per la sua militanza anti-teocratica iraniana che gli valse qualche tempo in carcere, questo aggettivo è fuori luogo. E non perché Un semplice incidente è un film fortemente politico, avvinto a un’istanza di condanna della violenza e in qualche modo all’apologia dell’umanità e del perdono, quanto perché la vicenda è un coacervo complicato della vita oggi in Iran. Il pretesto nasce da un incontro casuale dove un meccanico, Vahid, riconosce in un conducente di un'auto in panne, Shival, il suo aguzzino quando fu incarcerato, Gamba di legno così definito per la protesi alla gamba.
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Semplice, fosse tutto così leggero. Per Panahi, regista celebre per la sua militanza anti-teocratica iraniana che gli valse qualche tempo in carcere, questo aggettivo è fuori luogo. E non perché Un semplice incidente è un film fortemente politico, avvinto a un’istanza di condanna della violenza e in qualche modo all’apologia dell’umanità e del perdono, quanto perché la vicenda è un coacervo complicato della vita oggi in Iran. Il pretesto nasce da un incontro casuale dove un meccanico, Vahid, riconosce in un conducente di un'auto in panne, Shival, il suo aguzzino quando fu incarcerato, Gamba di legno così definito per la protesi alla gamba. Un ufficiale dei servizi segreti che in carcere estorceva delle dichiarazioni non spontanee con la violenza. Allora Vahid lo sequestra e lo nasconde nel baule del furgone ma non avendo sicurezza che sia lui chiede ad altri ex prigionieri ora tornati alle loro vite non propriamente felici (una fotografa, una sposina, un operaio) se realmente il sequestrato sia chi pensa. Ma non sarà facile.
Tra situazioni surreali e grottesche caricature poliziottesche, che denotano la cultura iraniana oggi, corrotta sotto certi versi e non libera, si legge lo scontro diretto con il regime, di chi costretto a girare in clandestinità, denuncia con pochi mezzi, quel sottile velo di oppressione che aleggia insostenibile in ogni anfratto. Ma, ci mostra Panahi, l’umanità di questi improbabili quanto stravaganti compagni di viaggio risiede proprio nella loro capacità di chi pur cercando di perpetrare la violenza come risposta ad essa, finisce per negarla in opposizione a un regime che annulla l’identità. E il regista sceglie l’unica strada per mostrarla ovvero l’ironia: come fosse un buddy movie questo gruppo stranito si muove con un furgone fra la città, le pendici desertiche e quelle montuose, un uomo chiuso in una cassa, discutendo e litigando su cosa fare di quello che riconoscono come un torturatore dei servizi del regime con una chiusa tensiva che spezza ogni indugio verso un aperto futuro. Plauso a questo film che fa ridere, commuovere e al tempo stesso rabbrividire, che ci parla di trattamenti oppressivi gratuiti, senza mostrarli, che spiazza nel cambio tono dell’apologia di un regime autoritario narrato in uno stile minimalista e mai eccessivo. Palma d’oro al Festival di Cannes 2025.
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ivan il matto
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sabato 6 dicembre 2025
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e la chiamano repubblica islamica...
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E la chiamano Repubblica islamica….
E’ notizia di questi giorni, il regista iraniano Jafar Panahi, da decenni inviso al regime teocratico di quel Paese, è stato condannato in contumacia, per l’ennesima volta, a un periodo di detenzione per attività di propaganda anti iraniana. Contemporaneamente l’artista veniva premiato ai “Gotham Awards” di New York quale miglior regista, miglior film internazionale e miglior sceneggiatura per il suo ultimo “Un semplice incidente”, già reduce dalla Palma D’oro a Cannes 2025. Seguendo il classico schema induttivo dell’empirismo inglese, il regista di Mianeh, parte da un puro evento casuale (un incidente automobilistico), per ragionare indirettamente sulla condizione socio-politica del regime degli ayatollah sia contemporanea che pregressa.
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E la chiamano Repubblica islamica….
E’ notizia di questi giorni, il regista iraniano Jafar Panahi, da decenni inviso al regime teocratico di quel Paese, è stato condannato in contumacia, per l’ennesima volta, a un periodo di detenzione per attività di propaganda anti iraniana. Contemporaneamente l’artista veniva premiato ai “Gotham Awards” di New York quale miglior regista, miglior film internazionale e miglior sceneggiatura per il suo ultimo “Un semplice incidente”, già reduce dalla Palma D’oro a Cannes 2025. Seguendo il classico schema induttivo dell’empirismo inglese, il regista di Mianeh, parte da un puro evento casuale (un incidente automobilistico), per ragionare indirettamente sulla condizione socio-politica del regime degli ayatollah sia contemporanea che pregressa. La vicenda narrata è di una semplicità disarmante: il meccanico Vahid nel riparare l’auto in panne di chi ha subito l’incidente di cui sopra, crede di riconoscere in lui Eghbal, detto gamba di legno, il più crudele degli agenti da cui aveva subito abusi durante la detenzione per motivi politici anni e anni prima. A metterlo in allarme è il rumore sordo ed inconfondibile di una gamba finta che si muove...lo stesso che era stato costretto ad ascoltare ai tempi del carcere. Insicuro dell’identità dell’uomo, dopo averlo rapito, il meccanico lo benda e lo narcotizza, lo chiude nel suo furgone, decidendo di chiedere consiglio ad altre vittime che come lui erano state offese nel corpo e nello spirito. Dopo “Taxi Teheran” (2015) Panahi torna a girare film on the road (stavolta in un furgone), forse per dare meno nell’occhio al regime. In quest’occasione si racconta del valore della vendetta all’interno di una a parabola limpida che ragiona sulle conseguenze della repressione politica, sulle sofferenze che non passano con il tempo, sul terrore che può promanare dall’ascolto di un suono che fa rabbrividire. In questo senso il lavoro del regista sul ‘fuori campo’ ha qualcosa di straordinariamente geniale: semplici rumori che suscitano sgomento, trasalimento, furore che scoppia all’improvviso. Tutti elementi di un cinema ‘povero’ che fa perno su idee e stati d’animo, primi piani e dialoghi serrati di provenienza teatrale, basati, probabilmente, sulla personale memoria dell’autore nei due periodi della sua personale carcerazione. Ne emerge un’opera intensissima, dai costi produttivi irrilevanti anche perché girata clandestinamente (come molte altre vietate per sempre in Iran), che non rinuncia a spunti comici (vedi i poliziotti corrotti anche col POS) o al classico teatro dell’assurdo. Tutto questo nell’attuale teocrazia persiana…altro che Repubblica!
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emiliz
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martedì 2 dicembre 2025
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mah...
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Il film comincia bene, c'è tensione, ironia, emozione. Poi si trasforma inesorabilmente in un comizio di cui nessuno sentiva il bisogno, messo lì per dire esplicitamente quello che tutti vogliamo sentirci dire (che l'Iran è una dittatura oscurantista e disumana) e mandarci a casa con la consolazione di essere dalla parte dei buoni. Alcune scene e alcuni dialoghi, soprattutto sul finale, sono imbarazzanti e al limite del ridicolo. Non è un film politico, è un film smaccatamente logorroico che non fa emergere conflitti, non racconta, non dice nulla dei protagonisti, tutti uguali, piatti e prevedibili. Farhadi e Jalilvand sono un'altra cosa, dieci spanne sopra.
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Il film comincia bene, c'è tensione, ironia, emozione. Poi si trasforma inesorabilmente in un comizio di cui nessuno sentiva il bisogno, messo lì per dire esplicitamente quello che tutti vogliamo sentirci dire (che l'Iran è una dittatura oscurantista e disumana) e mandarci a casa con la consolazione di essere dalla parte dei buoni. Alcune scene e alcuni dialoghi, soprattutto sul finale, sono imbarazzanti e al limite del ridicolo. Non è un film politico, è un film smaccatamente logorroico che non fa emergere conflitti, non racconta, non dice nulla dei protagonisti, tutti uguali, piatti e prevedibili. Farhadi e Jalilvand sono un'altra cosa, dieci spanne sopra.
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rosalinda laurelli gaudiano
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sabato 29 novembre 2025
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? una fotografia spietata e durissima sulla societ
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… una fotografia spietata e durissima sulla società iraniana…
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… una fotografia spietata e durissima sulla società iraniana…
Tutto ha inizio con un semplice incidente di notte. Rashid è in auto con la moglie incinta e la figlioletta. Ad un tratto si rende conto che ha investito un cane. Scende dalla macchina e abbate l’animale. Ma presto comprende che la macchina ha subito un danno. Si ferma presso un’officina dove il meccanico è Vahid, che riconosce in Rashid l’aguzzino, detto gamba di legno, l’uomo che in carcere lo ha torturato con malvagia disumana.
Vahid fu messo in carcere per aver semplicemente chiesto di essere pagato.
Quel passo claudicante, il suono metallico della protesi dell’uomo Rashid, scuotono un vissuto indimenticabile per Vahid. È lui l’uomo aguzzino, il torturatore beffardo, l’uomo dei servizi segreti che lo torturava in quel carcere . Così Vahid lo segue, lo aggredisce, lo immobilizza , lo benda e lo carica sul furgoncino diretto verso il deserto, deciso a seppellirlo vivo. Ma il dubbio s’insinua nella coscienza di Vahid. Rashid nega di essere lui quell’aguzzino.
Jafar Panahi sconta la sua pena, esce dal carcere e gira in tutta segretezza “Un semplice incidente”, una fotografia spietata e durissima sulla società iraniana, persone comuni e fatti apparentemente banali ma che mettono in parallelo umanità e disumanità, dubbio e certezza, vestendo il racconto di commedia quando sul furgone salgono una fotografa, una sposa con il vestito bianco, il suo sposo ed un libraio. Il teatro è il deserto, luogo dove vacillano alla fine quelle certezze che sostanziano un’umanità che emerge prepotente tra tutti i rapitori. Un film semplice ma efficace nel suo messaggio autentico, intriso di sapiente ironia, una denuncia coraggiosa sulla repressione che sempre serpeggia nella politica iraniana, dove lo spazio a fatti efferati e crudeli è sempre garantito da chi detiene il potere. Girato in coproduzione, Iran-Francia e Lussemburgo, il film ha vinto la Palma d’Oro al 78° Festival di Cannes, ed esce solo nelle sale estere essendo Jafar Panahi messo al bando dal regime iraniano come regista, continuando però sempre a portare avanti il suo lavoro usando lo strumento filmico come denuncia sociale e civile della sua società, iraniana.
BUONA VISIONE, ORA AL CINEMA!
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domenica 23 novembre 2025
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toccante
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Un film profondo ,unico.Ci fa riflettere su cosa saremmo disposti a fare per vendricarci.saremmo anche disposti ad andare contro tuto ci? in cui crediamo,contro i notri valori?Quanto vale una vita umana??
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gabriella
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venerdì 21 novembre 2025
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un ragionevole dubbio
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Nato dall'esperienza in carcere del regista iraniano Jafar Panhai , il film prende spunto dal titolo stesso, un semplice incidente , un' auto di notte investe accidentalmente un cane, il conducente, con moglie incinta e figlioletta è costretto a fermarsi in un garage per un danno al veicolo causato dall’impatto. Uno dei meccanici, Vhaid, crede di riconoscere nell’uomo il suo aguzzino durante la sua prigionia per motivi politici o di semplice manifestazione, dal rumore della protesi che egli porta alla gamba destra, decide così di pedinare l’uomo, e alla prima occasione, lo tramortisce sbattendogli la portiera del van in faccia, lo porta nel deserto dove ha scavato una buca, deciso a seppellirlo vivo per i suoi crimini e misfatti, compreso quello di avergli danneggiato irreversibilmente un rene.
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Nato dall'esperienza in carcere del regista iraniano Jafar Panhai , il film prende spunto dal titolo stesso, un semplice incidente , un' auto di notte investe accidentalmente un cane, il conducente, con moglie incinta e figlioletta è costretto a fermarsi in un garage per un danno al veicolo causato dall’impatto. Uno dei meccanici, Vhaid, crede di riconoscere nell’uomo il suo aguzzino durante la sua prigionia per motivi politici o di semplice manifestazione, dal rumore della protesi che egli porta alla gamba destra, decide così di pedinare l’uomo, e alla prima occasione, lo tramortisce sbattendogli la portiera del van in faccia, lo porta nel deserto dove ha scavato una buca, deciso a seppellirlo vivo per i suoi crimini e misfatti, compreso quello di avergli danneggiato irreversibilmente un rene. Le invocazioni dell’uomo che nega di essere la persona che cerca e che c’è un errore , induce Vahid a consultare altre persone che hanno subito la brutalità e le torture nel carcere, tra queste Shiva una fotografa di matrimoni che sta facendo un servizio a una coppia che si sarebbero sposati il giorno dopo, vittime anch’essi , e in breve si aggiunge anche Ahmid, il più iroso di tutti, determinato a farlo a pezzi. Così c’è un susseguirsi di persone che entrano ed escono dal van, riconoscendo tuttavia che durante la prigionia erano tutti bendati e nessuno ha visto mai in faccia il loro carnefice, unico indizio rimane la protesi alla gamba, dando luogo a un dilemma morale, il dubbio sull’identità del sequestrato, legato a un ragionevole dubbio. Vhaid e i suoi compagni non sono degli assassini, non potrebbero mai uccidere un innocente, non come i loro carcerieri che torturavano i prigionieri con cieca certezza e senza scrupolo alcuno. Sono persone che si portano appresso cicatrici profonde, mai rimarginate, hanno dovuto prendere psicofarmaci per annullare i ricordi e forse anche la memoria si è annebbiata, nessuno ha ricominciato a vivere veramente, vale veramente la pena portarsi dietro anche il peso di una vendetta che per quanto comprensibile, non spezza il ciclo di violenza, è giusto continuare a tramandare l’odio, rimanere congelati al passato, per quanto doloroso, o invece sperare in un futuro migliore?, E’ il quesito che il regista si pone e interroga lo spettatore, l’incertezza è il topos del film, il rumore ricorrente della protesi simboleggia un’ossessione inesorabile, della vendetta che divora l’uomo, che risuona come la gamba d’avorio del capitano Achab ( Moby Dick), il fantasma del passato che perseguita il presente,l’oppressione della tirannia che continua a zoppicare ritmicamente nella vita dei sopravvissuti.
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sabato 15 novembre 2025
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un semplice incidente
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Totalmente d accordo Malgrado le restrizioni della censura Panhai ha girato un film bellissimo
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athos
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sabato 15 novembre 2025
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messaggio potente
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Il film in alcuni punti tracima nel grottesco teatrale per testimoniare l'assurdità del medioevale regime iraniano. Finale molto potente e chiusura a sorpresa. All'uscita rimane la sensazione di aver visto un buon film a cui manca qualcosa per essere ricordato.
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