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valentina
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giovedì 12 febbraio 2026
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tanto fumo niente arrosto
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Ho trovato il film abbastanza noioso.
Il film non dice nulla di più di quello che si vede nel trailer ufficiale
Ho paura di tornare al cinema per vedere un altro film
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mlolli
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mercoledì 11 febbraio 2026
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banale
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Tutto molto banale, ho fatto molta fatica a partire dall'inizio con gli articoli della costituzione declinati sullo sfondo del Quirinale. Un mattone di pesantezza che mi ? caduto sulla sedia del cinema e non sono pi? riuscito a togliere. Tante situazioni gi? viste e sentite, tanti virtuosismi tecnici fini a se stessi. Certo ci sono la leggerezza dell'astronauta, i canti degli alpini, l'amica che copia Maria Maionchi (riuscita anche bene) e i temi etici per? la noia ? tanta.
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edmund
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lunedì 9 febbraio 2026
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la grazia e il dolore
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Il film, lo dico subito, mi è piaciuto e al netto di alcuni dettagli fuori posto, secondo me, che però non ne inficiano la bontà complessiva. Film tipicamente sorrentiniano, direi, molto onirico nei toni, sospeso quasi nel tempo e nello spazio. Come se i personaggi fossero cristallizzati in un eterno presente dove tutto intorno sembra giacere immobile: vedere, a tal proposito, la sequenza in cui il presidente viene riaccompagnato a casa a piedi dalla scorta mentre passa tra uno stuolo di persone che si fermano a guardarlo sfilare sorprese e statiche. E pur tuttavia, in mezzo a questa apparente inerzia generale si può cogliere un movimento essenzialmente interiore.
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Il film, lo dico subito, mi è piaciuto e al netto di alcuni dettagli fuori posto, secondo me, che però non ne inficiano la bontà complessiva. Film tipicamente sorrentiniano, direi, molto onirico nei toni, sospeso quasi nel tempo e nello spazio. Come se i personaggi fossero cristallizzati in un eterno presente dove tutto intorno sembra giacere immobile: vedere, a tal proposito, la sequenza in cui il presidente viene riaccompagnato a casa a piedi dalla scorta mentre passa tra uno stuolo di persone che si fermano a guardarlo sfilare sorprese e statiche. E pur tuttavia, in mezzo a questa apparente inerzia generale si può cogliere un movimento essenzialmente interiore. Tutti i personaggi principali seppure apparentemente bloccati, incerti, dubbiosi, esitanti fatalmente si dibattono, progrediscono, crescono, si sciolgono o si frantumano come un blocco di "cemento armato" che si sgretola sotto la pressione implacabile di onde d’urto esistenziali.
L’unica scena che mi lascia perplesso è quella della telefonata alla giornalista di vogue. Lui che con il cellulare demodé e il brand bene in vista rievoca ancora scampoli di vita trascorsa con la moglie. Devo dire che mi ha dato un po’ fastidio e mi ha distratto non poco. Una sequenza questa che poteva essere benissimo scartata nel montaggio senza privare il film nel complesso del suo senso proprio.
È pur vero che la marchetta bisogna pur farla, ma tant’è.
Comunque, simbolismi a iosa, frasi ad effetto, un Servillo che fa Servillo e una Milvia Marigliano saporita (ma dove sei stata fino ad oggi? In teatro!…Ok mea culpa)
E poi ad un certo punto ho temuto di avere le allucinazioni. Credevo di aver visto la Madonna e invece era soltanto (si fa per dire) “Alexandra Gottschlich”. Attrice di una bellezza sconvolgente, sensuale e leggera nel senso di delicata, lieve, impalpabile quasi come tutta l’atmosfera del film. Ne sono rimasto folgorato. Ma questo improvviso attacco di libido indefinibile e vaga (che non si può ascrivere semplicemente ad un accesso di andropausa incipiente, non soltanto almeno… spero) si deve imputare invece verosimilmente (o così mi piace credere) al regista bravo davvero ad inserire nella trama questa figura leggiadra, ma che allo stesso tempo si introduce in modo travolgente, con la sua fisicità prorompente e sfumata allo stesso tempo, come un vento in tempesta nel grigiore calmo e piatto della ritualità istituzionale e in quella del presidente stesso la cui coscienza di cemento armato comincia a rivelare le prime crepe e già da qualche tempo (e non soltanto quindi per l’atteggiamento ambiguo e provocante della giovane rappresentante della Lituania che contraddice con una semplicità disarmante ogni protocollo amministrativo). Credo che il regista abbia saputo dare concretezza, infondendola nello spettatore, ad una sorta di “Dissonanza cognitiva” che lo spettatore è chiamato a ridurre in qualche modo anche soltanto prendendo consapevolezza della contraddizione stessa benefica proprio perché motore di cambiamento. Il film è pieno di contraddizioni che i personaggi vivono e di cui non possono non prendere consapevolezza ad un certo punto della loro vita; certe antinomie reali ed esistenziali, emotive e giuridiche non si possono più procrastinare e attendono soltanto di essere sanate finalmente. E c'è una legge sull'eutanasia che va firmata oppure no e ci sono “grazie” da concedere oppure no. E non c'è più tempo, certe contraddizioni vanno sanate entro "6 mesi". E di quanti giorni hai bisogno? Di quanti giorni puoi disporre per decidere? “E di chi sono i giorni?”: sono tuoi, della natura, della società, di dio?
E poi la sequenza che ho amato di più, forse: quella dell’astronauta che piange sospeso nel vuoto della sua capsula orbitante. Anche qui i simbolismi si sprecano. La mia interpretazione: quella lacrima che fluttua nel vuoto, mentre si allontana dal corpo dell’astronauta, mi pare la metafora dell’uomo che finalmente riesce a prendere le distanze dal proprio dolore. Egli è ora capace di conseguire il distacco sufficiente dal proprio male tanto da poterlo guardare a debita distanza. La separazione dalle tribolazioni è ormai in atto e niente potrà fermarla. E poi ci sorride sopra l’astronauta sempre con leggerezza a testimonianza che forse del dolore non ci si può liberare (non sempre) ma che con questo si può arrivare a convivere, lo si può accettare (guardare a distanza) senza che ti distrugga definitivamente. È un modo questo per perdonarsi o meglio per comprendersi e comprendere il mondo che ci circonda, ma senza per questo giustificare in alcun modo le brutture di questo mondo e quelle che subiamo, eventualmente. E allora, l’astronauta sorride come per suggellare questa avvenuta pace con sé stesso e gli altri e per il ritrovato controllo della propria vita. In fondo, tutto il film descrive il percorso tortuoso di persone alla ricerca finalmente di serenità dopo i tanti struggimenti di una vita che forse ha deluso le loro aspettative.
La grazia è “spargere polvere d’oro sulle proprie ferite ancora sanguinanti”
Ok… buona visione a tutti.
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superfiorex
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sabato 7 febbraio 2026
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decidere ? liberarsi
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Questo film racconta una storia silenziosa e profonda sul dubbio, sul peso delle decisioni e sul tempo che passa. Il protagonista non è una persona qualunque, bensì il presidente della Repubblica Italiana. Apparentemente stabile, ma interiormente bloccata in un limbo: vivo, sano, eppure ancorato a qualcosa che non esiste più. Un legame, un’identità, una versione di sé che continua a tenere in vita per paura di cambiare, per abitudine, per status.
Il cuore del film è il concetto di grazia: non come dono esterno, ma come atto intimo. La grazia diventa la capacità di orientarsi nel dubbio, di ascoltarsi, di accettare che una decisione — pur imperfetta — sia la migliore possibile in quell’istante.
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Questo film racconta una storia silenziosa e profonda sul dubbio, sul peso delle decisioni e sul tempo che passa. Il protagonista non è una persona qualunque, bensì il presidente della Repubblica Italiana. Apparentemente stabile, ma interiormente bloccata in un limbo: vivo, sano, eppure ancorato a qualcosa che non esiste più. Un legame, un’identità, una versione di sé che continua a tenere in vita per paura di cambiare, per abitudine, per status.
Il cuore del film è il concetto di grazia: non come dono esterno, ma come atto intimo. La grazia diventa la capacità di orientarsi nel dubbio, di ascoltarsi, di accettare che una decisione — pur imperfetta — sia la migliore possibile in quell’istante. Decidere non è solo coraggio, è liberazione: una forma di auto-assoluzione che scioglie la pena dell’indecisione.
La narrazione mostra come restare ancorati al passato sia una sorta di eutanasia lenta dell’anima: una routine che protegge ma non fa evolvere, che impedisce di vedere nuove prospettive e di immaginare un futuro diverso. Anche il cambiamento più piccolo, suggerisce il film, può però aprire uno spiraglio e spostare lo sguardo.
Accanto a questo, emerge il tema del confronto generazionale: l’accettazione di sé passa anche dal riconoscere che altri — persino i figli — possano avere ragione. Ma la razionalità estrema, il bisogno di capire tutto e trovare il “vero”, rende le scelte pesanti, svuotando l’istinto emotivo.
Nella parte finale, il film si confronta con la vecchiaia e con il limite più duro: il corpo che cede. La libertà non è infinita, è legata al tempo e alla resistenza fisica. Per questo va vissuta finché è possibile.
Il film si chiude con una domanda che resta sospesa, senza risposta: i giorni che ci rimangono, di chi sono?
Una domanda che non chiede spiegazioni, ma presenza.
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mercoledì 4 febbraio 2026
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lento
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il film l'ho trovato lento e inutilmente lungo. Le tematiche trattate sono interessanti, ma sono solo accennate. Non mi ha convinto. Servillo molto bravo, come sempre.
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onufrio
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lunedì 2 febbraio 2026
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cemento armato
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Azioni,pensieri, ed opere degli ultimi mesi da Presidente della Repubblica di Mariano De Santis. Sorrentino non fa solo astrattismo, badando anche al sodo, attraverso una trama ben definita ed un finale che scioglie tutti i nodi. L'amore per la compianta moglie Aurora, il pensiero fisso del tradimento, il rapporto con i figli, con gli amici e con i propri "dipendenti", la questione dell'eutanasia, vista coi propri occhi attraverso i dolori dell'amato cavallo, e due casi di Grazia da studiare. Sorrentino si destreggia in questa varietà di temi forti, affiancato dal suo attore "feticcio", un sempre immenso Toni Servillo.
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fabriziog
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lunedì 2 febbraio 2026
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film incantevolmente quirinalizio
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Paolo Sorrentinoè indubbiamente uno dei più eleganti e raffinati registi del cinema italiano, affermatosi anche sullo scenario internazionale con il Premio Oscar 2014 a “La Grande Bellezza” come Miglior Film Straniero.
La nuova opera “La grazia” conferma certamente l’affascinante linea artistica e creatrice del grande cineasta partenopeo.
Il fido attore Toni Servillo questa volta ricopre le vesti di un Presidente della Repubblica, rigoroso (detto “cemento armato”) e autenticamente cattolico, durante il semestre bianco, affiancato da una figlia fine giurista (anche più del padre), caparbia e sua affettuosa tiranna (Anna Ferzetti).
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Paolo Sorrentinoè indubbiamente uno dei più eleganti e raffinati registi del cinema italiano, affermatosi anche sullo scenario internazionale con il Premio Oscar 2014 a “La Grande Bellezza” come Miglior Film Straniero.
La nuova opera “La grazia” conferma certamente l’affascinante linea artistica e creatrice del grande cineasta partenopeo.
Il fido attore Toni Servillo questa volta ricopre le vesti di un Presidente della Repubblica, rigoroso (detto “cemento armato”) e autenticamente cattolico, durante il semestre bianco, affiancato da una figlia fine giurista (anche più del padre), caparbia e sua affettuosa tiranna (Anna Ferzetti).
Entro ambienti quirinalizi maestosi e fascinosi sono cinque i temi intorno ai quali rotea la narrazione: la firma presidenziale ad un disegno di legge governativo sull’eutanasia, due domande di grazia in qualche modo correlate al fine vita, Aurora - l’amata moglie morta otto anni prima - e il suo presunto tradimento.
Di chi sono i giorni?
Bisogna essere così pervicaci nella ricerca della verità?
Il diritto è prospetticamente vicino o lontano dalla realtà?
Il Ministro della giustizia (Massimo Venturiello) volteggia nelle austere stanze intorno al Presidente, al pari di un rapace che, puntata la preda, cerca di ghermirla.
Di chi sono i giorni? A chi appartengono? Di chi è la vita?
Il Papa è nero (diversamente da “The Young Pope”), con capelli lunghi, orecchino e moto-dotato, ma non fatevi trarre in inganno dall’aspetto: non è un Pontefice progressista, tutt’altro.
L’amore indimenticato e indimenticabile per la moglie Aurora è aurorale.
I simbolismi sorrentiniani si sono ritratti come il mare dalla spiaggia. Non siamo dinanzi a “Youth”, alla “Grande Bellezza” o a “Parthenope”. I simboli sono più rarefatti, meno marcati e meno eccessivi, sicuramente maggiormente comprensibili: il vento gagliardo, il robot-cane che precede il Presidente e la sua scorta, il cavallo morente e sofferente.
La critica d’arte Coco Valori (Milvia Marigliano) punteggia il film con la sua intelligente sofferenza e comicità, mentre le musiche house e tecno ritmano l’incantevole fotografia scenica di Daria D’Antonio.
Rimaniamo in attesa di altri premi nazionali ed internazionali.
Fabrizio Giulimondi
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pierpaolo cioci
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lunedì 2 febbraio 2026
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pierpaolo
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Il solito grande bluff di Sorrentino.
Ormai lo hanno capito anche i sassi che avresti voluto essere un David Lynch o un Brian De Palma.
Mi dispiace, Paolo, sei rimasto solo tu a non comprenderlo.
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domenica 1 febbraio 2026
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pessimo
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Film pretenzioso e profondamente falso.
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vincenzo sorrentino
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sabato 31 gennaio 2026
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il fascino freddo della grazia
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La grazia conferma pregi e limiti del cinema di Sorrentino. La forma domina sul contenuto: immagini impeccabili, ritmo dilatato, simboli che chiedono allo spettatore uno sforzo continuo. La bellezza affascina, ma a tratti si chiude su se stessa, rischiando l?autocompiacimento. Non ? un film che accoglie, ? un film che pretende. E sta allo spettatore decidere se questo rigore sia profondit? o distanza.
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