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frenky 90
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giovedì 30 maggio 2024
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perché chiamarla recensione
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Questa non è una recensione. È la trama.
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balunzen
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lunedì 11 novembre 2019
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una gradita sorpresa: carrey
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E' un piacere constatare che J.Carrey è anche un buon attore e non solo un clown come in quasi tutte le sue "performances". Il film è troppo poco valutato, come pure F.Darabont, definito regista "old style", "non irresistibile". Beh, lascio a voi i vari Greenaway, Gilliam, Cronenberg, von Trier, Linch, Jarmusch ecc.
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balunzen
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domenica 10 novembre 2019
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ma ... allora carrey è anche un buon attore!
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E' un piacere constatare che J.Carrey è anche un buon attore e non solo un clown come in quasi tutte le sue "performances". Il film è troppo poco valutato, come pure F.Darabont, definito regista "old style", "non irresistibile". Beh, lascio a voi i vari Greenaway, Gilliam, Cronenberg, von Trier, Linch, Jarmusch ecc. Come ha detto qualcuno: "Il processo creativo va dalla complessità alla semplicità".
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welles
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venerdì 20 ottobre 2017
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l'america che non piace all'america
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Meraviglioso Jim Carrey che finalmente dà prova della sua grande verve recitativa. Film ben fatto, ben confezionato, molto interessante, non ha avuto il successo meritato perché parla dell'America per quello che è, ossia una Nazione di tirannici guerrafondai da una parte e di ignoranti pecoroni dall'altra, produttori perlopiù di paccottiglia. Ma all'americano medio non piace che gli venga ricordato, infarcito com'è di falso patriottismo e di distorto senso della realtà. Ci sono film ben più banali, con protagonisti muscolosi e super acrobatici, ma che se ne escono con frasi del tipo "Dio benedica l'America", e questi hanno successo.
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Meraviglioso Jim Carrey che finalmente dà prova della sua grande verve recitativa. Film ben fatto, ben confezionato, molto interessante, non ha avuto il successo meritato perché parla dell'America per quello che è, ossia una Nazione di tirannici guerrafondai da una parte e di ignoranti pecoroni dall'altra, produttori perlopiù di paccottiglia. Ma all'americano medio non piace che gli venga ricordato, infarcito com'è di falso patriottismo e di distorto senso della realtà. Ci sono film ben più banali, con protagonisti muscolosi e super acrobatici, ma che se ne escono con frasi del tipo "Dio benedica l'America", e questi hanno successo. The Majestic strizza l'occhio a Frank Capra e si presenta come una favola piena di citazioni più o meno colte. Elegiaca e strepitosamente recitata dal protagonista e da una spalla d'eccezione, l'immenso Martin Landau, la pellicola vorrebbe rappresentare un'America ma nel contempo piacere anche a quell'America che tanto biasima, ed è forse questo il suo vero limite.
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giuvannin
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mercoledì 28 agosto 2013
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comunista?
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forse mario_platonov è comunista?
non si spiega diversamente...
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rescart
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sabato 14 gennaio 2012
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tutto giova.
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Questo film strizza l’occhio a una prassi che è vecchia quanto il mondo, quella di costruire accuse inesistenti o risibili intorno a personaggi più o meno pubblici, attuali o future promesse del mondo dello spettacolo. Forse si doveva bloccare la carriera di qualunque potesse in futuro ambire ad una visibilità politica? Guarda caso quella a cui ambiva Ronald Reagan, che a differenza dello sceneggiatore di bocca buona protagonista del film, poteva vantare una fedeltà inossidabile alla causa capitalistica e neo-liberista. Come poi dimostrò nelle sue scelte politiche. Il pensiero non può fare a meno di andare all’attualità del nostro paese dove si grida alla persecuzione giudiziaria quando un deputato viene accomunato ad altri anonimi 56 cittadini con l’assurda pretesa di trattarlo alla stessa maniera.
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Questo film strizza l’occhio a una prassi che è vecchia quanto il mondo, quella di costruire accuse inesistenti o risibili intorno a personaggi più o meno pubblici, attuali o future promesse del mondo dello spettacolo. Forse si doveva bloccare la carriera di qualunque potesse in futuro ambire ad una visibilità politica? Guarda caso quella a cui ambiva Ronald Reagan, che a differenza dello sceneggiatore di bocca buona protagonista del film, poteva vantare una fedeltà inossidabile alla causa capitalistica e neo-liberista. Come poi dimostrò nelle sue scelte politiche. Il pensiero non può fare a meno di andare all’attualità del nostro paese dove si grida alla persecuzione giudiziaria quando un deputato viene accomunato ad altri anonimi 56 cittadini con l’assurda pretesa di trattarlo alla stessa maniera. Mi riferisco alla carcerazione preventiva negata dal Palamento per Cosentino ma automaticamente concessa per coloro che, a parere di chi di competenza, si trovavano nella sua stessa identica situazione, tranne che per lo status sociale di onorevole. A ben vedere l’argomentazione centrale di questo atteggiamento discriminatorio e anacronistico (l’immunità era presente nella Costituzione come ricordo di quanto fatto dal regime fascista nei confronti degli oppositori politici) sta nella persecuzione politica che certa magistratura politicizzata metterebbe in atto nei confronti di una sola parte politica. Argomentazione regolarmente demolita dai casi di “persecuzione politica” di segno opposto di politici “comunisti” (o almeno lo sarebbero stati per Joseph McCarthy), al salvataggio dei quali si prodigano in modo “bipartisan” i loro colleghi. In ultima analisi si può affermare che la libertà di opinione rivendicata nel film da Peter con il suo sfogo davanti alla corte, da noi si è degradata al livello di possibilità di avere rapporti con elementi poco raccomandabili, come dimostrano le intercettazioni. Ma con un vulnus al principio costituzionale sempre valido di uguaglianza fra i cittadini. E con un’aggravante, che tale immunità vale solo per chi ha più potere e quindi con la sua connivenza può fare più danni all’economia e alla società: i parlamentari. Insomma il tema è quello della casta, anche quella degli sceneggiatori, a cui Peter ha rischiato di far parte, con il suo inevitabile grado di accondiscendenza untuosa che mina alla base il principio del merito. Chissà che da manager e bigliettaio di una sala cinematografica di provincia non riesca a sfondare lo stesso come sceneggiatore, evitando la banalità di tanti film solo commerciali. Non si dice forse che il miglior scrittore è colui che ha saputo dimenticare la sua identità per vestire totalmente i panni dei personaggi che racconta? Peter sperimenta questa modalità la prima volta solo involontariamente, la seconda volta volontariamente.
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mario_platonov
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sabato 18 settembre 2010
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raffiche di banalità, si salvi chi può.
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Il limite dell’opera è molto semplice: in rapporto alla complessità dei temi trattati, è di una banalità sconcertante.
Diventa difficile perdonare certe trovate ad un film che ha la pretesa di essere, allo stesso tempo, una storia d’amore, uno spaccato dell’America della caccia alle streghe rosse e, in particolare nella parte iniziale, un classico esempio di cinema sul cinema. Ebbene, tutto fallisce miseramente di fronte a delle trovate imbarazzanti e qualunquiste, al pressappochismo con il quale un periodo così controverso viene affrontato, al suo manicheismo da brividi e alla prevedibilità di ogni singola sequenza (per non parlare della trama generale).
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Il limite dell’opera è molto semplice: in rapporto alla complessità dei temi trattati, è di una banalità sconcertante.
Diventa difficile perdonare certe trovate ad un film che ha la pretesa di essere, allo stesso tempo, una storia d’amore, uno spaccato dell’America della caccia alle streghe rosse e, in particolare nella parte iniziale, un classico esempio di cinema sul cinema. Ebbene, tutto fallisce miseramente di fronte a delle trovate imbarazzanti e qualunquiste, al pressappochismo con il quale un periodo così controverso viene affrontato, al suo manicheismo da brividi e alla prevedibilità di ogni singola sequenza (per non parlare della trama generale). Alcune scene sfiorano il grottesco involontario; il pre-finale in tribunale offre un raro esempio – in tempo di pericolo rosso – di massa ipercritica pronta a seguire il primo capopopolo che ricama un paio di balordaggini sulla costituzione americana. A momenti lo spettatore non aspetta altro che vedere una sventolante bandiera a stelle e strisce dietro l’oratore Jim Carrey, ai minimi della sua carriera, quasi non credesse lui per primo a queste due ore e trenta di noia e melensaggini politico-amorose.
Per tacere della ridicola motivazione data all’allucinazione collettiva che porta all’equivoco che è alla base del film.
Un polpettone dalla sceneggiatura agghiacciante, che, se fosse volontaria, sarebbe la migliore parodia dei clichè hollywoodiani vista da un po’ di tempo a questa parte.
Purtroppo, è tutto vero.
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[+] padronanza del limite
(di goldy)
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concetto
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sabato 31 gennaio 2009
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film bello e pulito
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Un film gradevole e pieno di significati con Carrey attorniato da un microcosmo surreale di persone che nella società odierna non potrebbero esistere. Peccato! il paesino è meraviglioso e troppo bello per essere vero ma aiuta a sognare una vita migliore legata ai veri valori della vita.
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jim
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giovedì 15 gennaio 2009
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un meraviglioso dicorso
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Un film eccezionale, con uno straordinario jim Carrey che pronuncia un memorabile discorso sui veri valori della democrazia Americana.
Qualcuno potrebbe dirmi dove recuperare il testo del discorso pronunciato davanti alla commisione da Peter Appleton??
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max67
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giovedì 1 gennaio 2009
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certa america assurda
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Frank Daradont si conferma (a mio modo di vedere ) uno dei pochi cineasti al pari di M.Mann che sanno raccontare una storia, anche se la dilatano non la depauperano di interesse e sanno come pochi gestire gli attori, ne è un esempio lampante quì un dosatissimo e tenero (ma mai melense) J.Carrey.
Una storia degli anni 50 che però è metafora attualissima sul fatto che la politica o meglio i "politicanti" non dovrebbero mai giudicare i cineasti o gli sceneggiatori per quello che propongono..basta l'intelligenza del pubblico (spesso sottovalutata) a giudicare.
Sembra un film dalla caratura favolistica ma è realistico molto più di altri.
Forse le scenografie ricordano troppo il lavoro degli "Studios" ma il percorso drammaturgico è ben congeniato.
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Frank Daradont si conferma (a mio modo di vedere ) uno dei pochi cineasti al pari di M.Mann che sanno raccontare una storia, anche se la dilatano non la depauperano di interesse e sanno come pochi gestire gli attori, ne è un esempio lampante quì un dosatissimo e tenero (ma mai melense) J.Carrey.
Una storia degli anni 50 che però è metafora attualissima sul fatto che la politica o meglio i "politicanti" non dovrebbero mai giudicare i cineasti o gli sceneggiatori per quello che propongono..basta l'intelligenza del pubblico (spesso sottovalutata) a giudicare.
Sembra un film dalla caratura favolistica ma è realistico molto più di altri.
Forse le scenografie ricordano troppo il lavoro degli "Studios" ma il percorso drammaturgico è ben congeniato.
Bravissimo Landau oltre a Carrey che meriterebbe un oscar prima o poi ( ma se non lo prese con Man on the Moon...).
Continua così Darabont a raccontare storie forse fantastiche (vedi Le ali della libertà, Il miglio verde) ma mai povere di significato ed ottima cifra stilistica.
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