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massimo cortese
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domenica 11 agosto 2024
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drammi della famiglia isolata
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Una famiglia problematica vive la sua ordinaria quotidianità.
Tutti i componenti del nucleo familiare vivono in isolamento rispetto al resto della società, ad eccezione del fratello maggiore, che ricopre anche il posto, rimasto scoperto, di capofamiglia, dal momento che la madre, vedova, è pure non vedente.
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Una famiglia problematica vive la sua ordinaria quotidianità.
Tutti i componenti del nucleo familiare vivono in isolamento rispetto al resto della società, ad eccezione del fratello maggiore, che ricopre anche il posto, rimasto scoperto, di capofamiglia, dal momento che la madre, vedova, è pure non vedente.
In questo originale contesto familiare, si fa lentamente strada un incontenibile stato emozionale che produrrà determinate conseguenze.
Molto bello questo giallo nevrotico che si sorseggia a poco a poco, a piccole dosi, con una attenzione scrupolosa per la cura dei singoli personaggi, ciascuno dei quali viene descritto esaurientemente.
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domenica 18 aprile 2021
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film sulla follia... e basta.
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Non si capisce come un personaggio inquietante come Sandro, psicotico omicida, possa contenere gli elementi dell’imminente rivoluzione del 1968. In prospettiva storica si potrebbe azzardare, forse, che il sessantotto sia stata una rivoluzione priva di una solida identità, ma questo assunto esula comunque da quello che il film rappresenta: una famiglia di malati. Far passare il messaggio che la struttura familiare media borghese dell’epoca fosse così e che pertanto il Sandro non sarebbe altro che un naturale moto di ribellione “un po’ mal gestito” dell’ordine costituito mi pare, per rimanere in tema, abbastanza delirante.
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stefanocapasso
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sabato 1 dicembre 2018
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sofferenze patologiche ed esistenziali
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In una villa di campagna piacentina vive una famiglia problematica. La madre è cieca, due figli soffrono di epilessia, Giulia è innamorata dei due fratelli e Augusto, il maggiore è l’unico che conduce una vita normale, ha un lavoro ed esce. Tutti gli altri sono quasi rinchiusi nella antica villa, lontana dalla società che è in evoluzione. Per Bellocchio però il malessere sociale arriva anche li, l’istituzione famiglia è in piena crisi, la malattia sociale è in questo caso anche malattia patologica. Se nella prima parte il maggiore dei fratelli si erge a protagonista, lui che dirige le cose di casa, nella seconda parte Alessandro si erge ad assoluto problematico protagonista.
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In una villa di campagna piacentina vive una famiglia problematica. La madre è cieca, due figli soffrono di epilessia, Giulia è innamorata dei due fratelli e Augusto, il maggiore è l’unico che conduce una vita normale, ha un lavoro ed esce. Tutti gli altri sono quasi rinchiusi nella antica villa, lontana dalla società che è in evoluzione. Per Bellocchio però il malessere sociale arriva anche li, l’istituzione famiglia è in piena crisi, la malattia sociale è in questo caso anche malattia patologica. Se nella prima parte il maggiore dei fratelli si erge a protagonista, lui che dirige le cose di casa, nella seconda parte Alessandro si erge ad assoluto problematico protagonista. Un’esistenza profondamente tormentata e un’energia che non riesce ad essere indirizzata e trasformandosi in rabbia repressa finisce per trovare obietto, facile i componenti più deboli della famiglia, quelli che a suo avviso tengono tutti immobilizzati impedendogli di vivere liberamente la vita. Il film caratterizzato da una grammatica che a tratti rimanda alla Nouvelle Vague prende una piega tragica nel finale, quando il giovane pensa di eliminare le cause di tanto malessere. Eliminerà le cause patologiche della grande sofferenza che tutti vivono, ma i motivi esistenziali rimarranno intatti, chiedendo di essere affrontati in altro modo
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etmovie
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domenica 25 giugno 2017
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52 anni e non sentirli
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Sono un po’ stupito di trovare ancor oggi recensioni, anche non amatoriali, improntate ad un’analisi da sinistra come unica possibile interpretazione del film: ci stava fino a 40 anni fa, ma oggi questo film è più attuale che mai, e decisamente supera queste interpretazioni. Perché per esempio non vederlo allora in chiave di “etica del capitalismo” Weberiana? Ci scorgeremmo la storia di una famiglia che, un tempo ricca (a giudicare dalla casa padronale in disarmo, piena di ricordi del passato sui muri ) non impegnandosi a stare attiva, come il capitalismo richiederebbe, non ha più flussi in entrata. La madre è una povera cieca, il padre chissà dov’è, e quindi ecco una progenie tarata, per la quale anch emantenere la madre cieca non è la goccia nel mare che sarebbe stato nelle generazioni precedenti.
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Sono un po’ stupito di trovare ancor oggi recensioni, anche non amatoriali, improntate ad un’analisi da sinistra come unica possibile interpretazione del film: ci stava fino a 40 anni fa, ma oggi questo film è più attuale che mai, e decisamente supera queste interpretazioni. Perché per esempio non vederlo allora in chiave di “etica del capitalismo” Weberiana? Ci scorgeremmo la storia di una famiglia che, un tempo ricca (a giudicare dalla casa padronale in disarmo, piena di ricordi del passato sui muri ) non impegnandosi a stare attiva, come il capitalismo richiederebbe, non ha più flussi in entrata. La madre è una povera cieca, il padre chissà dov’è, e quindi ecco una progenie tarata, per la quale anch emantenere la madre cieca non è la goccia nel mare che sarebbe stato nelle generazioni precedenti.
L’unico “giusto di testa” secondo i canoni sociali vigenti è una persona di poco spessore, come tanti particolari nel film evidenziano (il primo è la fidanzata, carina ma completamente insipida); un altro è un povero mentecatto; paola pitagora è una personalità infantile e senza altri sviluppi di quelli che avrebbe potuto cogliere seppellendosi nella villa di famiglia: pur essendo bella (e quanto, a proposito: P.P. avrebbe meritato un successo più esteso che nell’ambito nazionale), non ha migliori opportunità che innamorarsi del fratello.
E alla fine il protagonista, Ale. Anche qui, mi stupisco di quanta gente insista nell’identificarlo un ribelle sociale. Per me l’aspetto principale è quello di un povero psicopatico, completamente immorale, rammollito dal non aver mai fatto nulla in vita sua (probabilmente anche iperprotetto, dove l’alibi dell’epilessia deve avere permesso alla sua famiglia di confondere iperprotezione con mancanza di impegno a dare un’educazione), Ale è privo di qualunque autocontrollo, specie quello che serve per negoziare qualcosa con la società in cui vivi (durante la festa, ad esempio, la ragazza che ci starebbe sui due piedi, lo invita ad insegnargi il ballo del mattone: niente, è troppo un mettersi in gioco).
Sul finale, è geniale il dilemma che Bellocchio ci lascia: ma la Pitagora, è paralizzata o sceglie proprio di non soccorrere il fratello?
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contrammiraglio
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martedì 29 novembre 2016
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dunque
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Se si condidera l'anno dell'esordio penso non bastino le stelle, ma è invecchiato, quindi tre sono il numero giusto per questo interessante film; ma come è bella e brava la Pitagora!
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rinogaetanoforever
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martedì 20 ottobre 2015
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esordio folgorante
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Non è un film sul disagio giovanile,ma semplicemente la voglia di Ale di fuoriscire dagli schemi imposti da una società,che all'epoca era falsamente perbenista e bachettona.
Il desiderio di distruggere,tutto ciò che di spontaneo non si vuol fare,come assistere chi ha bisogno,annientare il buonismo imperante nell'italia delle famiglie perfette,uscire dal recinto della "normalità".
L'alienazione umana,che culmina con i doveri stantii e dogmatici nei confronti della famiglia,viene derisa da Marco Bellocchio,attraverso la sincerità dei personaggi,che si può notare nella mancanza di dolore,alla morte della madre,dove traspare solo consapevolezza di un evento atteso da tempo,ma ami davvero dichiarato.
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Non è un film sul disagio giovanile,ma semplicemente la voglia di Ale di fuoriscire dagli schemi imposti da una società,che all'epoca era falsamente perbenista e bachettona.
Il desiderio di distruggere,tutto ciò che di spontaneo non si vuol fare,come assistere chi ha bisogno,annientare il buonismo imperante nell'italia delle famiglie perfette,uscire dal recinto della "normalità".
L'alienazione umana,che culmina con i doveri stantii e dogmatici nei confronti della famiglia,viene derisa da Marco Bellocchio,attraverso la sincerità dei personaggi,che si può notare nella mancanza di dolore,alla morte della madre,dove traspare solo consapevolezza di un evento atteso da tempo,ma ami davvero dichiarato..
Additare,come malato,chi fugge dalla realtà precostituità,è quanto di più sbagliato ci possa essere,la disabilità è uno stato mentale,qualunque essa sia.
In Ale ,subentrano le crisi di epilessia ,ogni qualvolta si sente in colpa con il giudizio degli altri, e il folgorante esordio del regista piacentino,scardina le resistenze culturali,di un'Italia rinchiusa nella sua ipocrisia.
Pugni in tasca,per nascondere la propria rabbia sincera e vera e condivisibile,verso l'abominevole "normalità",sinonimo di schiavitù.
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noia1
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domenica 5 aprile 2015
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vicenda forte film intenso
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Una famiglia e il rapporto particolare tra i vari componenti.
Incredibile, una provocazione nella provocazione. Un ritratto di famiglia attraverso i suoi elementi più disfunzionali, in mostra vengono poste le difficoltà, le tensioni, gli intoppi che crea l’ambiente. Non è però il banale ritratto di una media famiglia borghese, bensì un gruppo di fratelli con ciascuno i propri difetti e le proprie caratteristiche, un gruppo però malato dove l’emblema di questa disgraziata situazione è la madre, depressa e malinconica. Gli atteggiamenti sono quelli dei ragazzini infantili eppure tutti hanno superato di gran lunga i vent’anni, età che, soprattutto nell’Italia anni ’60, è significato di maturità, un’età dove ci si prende la vita sulla spalle.
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Una famiglia e il rapporto particolare tra i vari componenti.
Incredibile, una provocazione nella provocazione. Un ritratto di famiglia attraverso i suoi elementi più disfunzionali, in mostra vengono poste le difficoltà, le tensioni, gli intoppi che crea l’ambiente. Non è però il banale ritratto di una media famiglia borghese, bensì un gruppo di fratelli con ciascuno i propri difetti e le proprie caratteristiche, un gruppo però malato dove l’emblema di questa disgraziata situazione è la madre, depressa e malinconica. Gli atteggiamenti sono quelli dei ragazzini infantili eppure tutti hanno superato di gran lunga i vent’anni, età che, soprattutto nell’Italia anni ’60, è significato di maturità, un’età dove ci si prende la vita sulla spalle.
Il fratello maggiore, l’unico apparentemente sano e su cui grava il peso dell’intera famiglia, chiarisce fin da subito il proprio distacco emotivo e pratico rispetto al resto dei familiari badandoli appena quanto, tutti insieme, si trovano in pubblico. Tutte le caratteristiche familiari sono dettagliatamente disegnate attraverso atteggiamenti, dialoghi, rapporti, eventi tipici familiari ma nel loro lato più sfiduciante, un rapporto dove tutti sono vicinissimi e si amano ma sono anche inesorabilmente destinati ad autodistruggersi. Emblematica è la reazione alla morte della vecchia madre.
Con una precisione spiazzante sono messi in mostra i vari membri del gruppo: c’è Alessandro, disturbato ed incapace di controllarsi, gravemente affetto da attacchi epilettici; Giulia, apparentemente normale, è in realtà in un’eterna fase preadolescenziale; la triste madre cieca; l’indifeso ritardato mentale Leone e Augusto, l’unico normale, forse troppo, tanto da essere insignificante, smanioso d’integrarsi in una società e di mantenere la propria superiorità rispetto al resto della famiglia ad ogni costo.
Alla fine, l’unico forse a capire veramente come risolvere questa triste situazione è Alessandro, schiacciato da un ambiente soffocante perfettamente rappresentato dalle strette mura della piccola villa. In ogni caso, malgrado il pesante soggetto, la trama prosegue veloce attraverso la bravura di Paola Pitagora, l’imponenza di Marino Masé e la spregiudicatezza di Lou Castel, vero e proprio trascinante protagonista in una cupa, avvincente e dissacrante trama.
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sisto razzino
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giovedì 20 giugno 2013
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debotto.
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Quando si parla di Nouvelle Vague, la cinematografia italiana mette sul tavolo i due suoi assi nella manica per contribuire a quello che fu un cambio di pelle del cinema mondiale: ''Prima della rivoluzione'' ( secondo film di Bertolucci ), ed''I pugni in tasca'' di Bellocchio.
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Quando si parla di Nouvelle Vague, la cinematografia italiana mette sul tavolo i due suoi assi nella manica per contribuire a quello che fu un cambio di pelle del cinema mondiale: ''Prima della rivoluzione'' ( secondo film di Bertolucci ), ed''I pugni in tasca'' di Bellocchio. Il debutto dell'appena venticinquenne regista di Bobbio non è solo uno scolorito vessillo del cinema Made in Italy, ma è un colpo fragoroso di livelli altissimi. La pellicola infatti fa incetta di premi in ogni festival a cui viene presentata, avrà un posto di riguardo in diverse classifiche, accanto a molti film di indubbia qualità, divenendo vanto di teorici e scrittori del cinema della ''nuova ondata''. Marco Bellocchio, con una classe che potrebbe affiancarlo al già maturo Visconti, dirige il suo occhio per fotografare in maniera spietata la piccola borghesia di quegli anni, dando un tono sicuramente grottesco a tutte le paure, ai drammi e alla crisi per mancanza di fondamenta di quella classe che a tutti i costi si lancia nella scalata della piramide sociale. Diverse delle cifre stilistiche che accompagneranno il regista nella sua carriera emergono in questo suo primo lavoro, pensiamo alla sua attenzione verso i modi di attuazione della repressione, alla ricerca di situazioni individuali estreme, al suo essere a sinistra senza fare film di propaganda, solo per elencarne alcune. La repressione in questo film è sempre presente ed in maniera emblematica, mostrandoci il piccolo (una famiglia) Bellocchio vuole parlarci del più vasto ( la classe borghese), essa non è contropotere, non viene colpita dall'alto, non ne ha bisogno, poichè essa si autoreprime, si autodistrugge per la sua ideologia malata che produce continuamente non-valori. Assieme ad istantanee memorabili della follia, della malattia, dell'incesto e di complessi edipici irrisolti, l'autore ci mostra il furore di una generazione di giovani che vuole una rottura con tutto quello che rappresenta il passato e il prestabilito. Lo fa in maniera profetica. Siamo nell'anno 1965 e di lì a poco si scateneranno rivolte giovanili e studentesche da Berkeley a Valle Giulia passando per la Francia. Il miracolo di questo film avviene sicuramente anche grazie a due dei suoi interpreti, Lou Castel che con la sua imprevedibilità e il suo volto inusuale, meglio esprimono tutto il tormento del suo personaggio, Paola Pitagora con una bellezza così pudica, che celando in trasparenza le perversioni all'interno del suo personaggio, amplifica l'immaginario erotico dello spettatore medio-borghese di quegli anni. Durante tutta la sua carriera rimarrà un regista di riguardo (da non perdere ''Buongiorno notte'',''L'ora di religione'','' Il regista di matrimoni'','' Sbatti il mostro in prima pagina'' e ''Vincere'') ma Bellocchio per diversi anni pagherà dazio per essere arrivato tanto in alto così presto.
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sisto razzino
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mercoledì 19 giugno 2013
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debotto.
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Quando si parla di Nouvelle Vague, la cinematografia italiana mette sul tavolo i due suoi assi nella manica per contribuire a quello che fu un cambio di pelle del cinema mondiale: ''Prima della rivoluzione'' ( secondo film di Bertolucci ), ed''I pugni in tasca'' di Bellocchio. Il debutto dell'appena venticinquenne regista di Bobbio non è solo uno scolorito vessillo del cinema Made in Italy, ma è un colpo fragoroso di livelli altissimi. La pellicola infatti fa incetta di premi in ogni festival a cui viene presentata, avrà un posto di riguardo in diverse classifiche, accanto a molti film di indubbia qualità, divenendo vanto di teorici e scrittori del cinema della ''nuova ondata''.
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Quando si parla di Nouvelle Vague, la cinematografia italiana mette sul tavolo i due suoi assi nella manica per contribuire a quello che fu un cambio di pelle del cinema mondiale: ''Prima della rivoluzione'' ( secondo film di Bertolucci ), ed''I pugni in tasca'' di Bellocchio. Il debutto dell'appena venticinquenne regista di Bobbio non è solo uno scolorito vessillo del cinema Made in Italy, ma è un colpo fragoroso di livelli altissimi. La pellicola infatti fa incetta di premi in ogni festival a cui viene presentata, avrà un posto di riguardo in diverse classifiche, accanto a molti film di indubbia qualità, divenendo vanto di teorici e scrittori del cinema della ''nuova ondata''. Marco Bellocchio, con una classe che potrebbe affiancarlo al già maturo Visconti, dirige il suo occhio per fotografare in maniera spietata la piccola borghesia di quegli anni, dando un tono sicuramente grottesco a tutte le paure, ai drammi e alla crisi per mancanza di fondamenta di quella classe che a tutti i costi si lancia nella scalata della piramide sociale. Diverse delle cifre stilistiche che accompagneranno il regista nella sua carriera emergono in questo suo primo lavoro, pensiamo alla sua attenzione verso i modi di attuazione della repressione, alla ricerca di situazioni individuali estreme, al suo essere a sinistra senza fare film di propaganda, solo per elencarne alcune. La repressione in questo film è sempre presente ed in maniera emblematica, mostrandoci il piccolo (una famiglia) Bellocchio vuole parlarci del più vasto ( la classe borghese), essa non è contropotere, non viene colpita dall'alto, non ne ha bisogno, poichè essa si autoreprime, si autodistrugge per la sua ideologia malata che produce continuamente non-valori. Assieme ad istantanee memorabili della follia, della malattia, dell'incesto e di complessi edipici irrisolti, l'autore ci mostra il furore di una generazione di giovani che vuole una rottura con tutto quello che rappresenta il passato e il prestabilito. Lo fa in maniera profetica. Siamo nell'anno 1965 e di lì a poco si scateneranno rivolte giovanili e studentesche da Berkeley a Valle Giulia passando per la Francia. Il miracolo di questo film avviene sicuramente anche grazie a due dei suoi interpreti, Lou Castel che con la sua imprevedibilità e il suo volto inusuale, meglio esprimono tutto il tormento del suo personaggio, Paola Pitagora con una bellezza così pudica, che celando in trasparenza le perversioni all'interno del suo personaggio, amplifica l'immaginario erotico dello spettatore medio-borghese di quegli anni. Durante tutta la sua carriera rimarrà un regista di riguardo (da non perdere ''Buongiorno notte'',''L'ora di religione'','' Il regista di matrimoni'','' Sbatti il mostro in prima pagina'' e ''Vincere'') ma Bellocchio per diversi anni pagherà dazio per essere arrivato tanto in alto così presto.
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gianleo67
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sabato 8 dicembre 2012
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macabra ballata familiare
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Giovane avvocato vive con la famiglia,la mamma cieca due fratelli e una sorella, in una isolata villa nelle campagne di Piacenza. I suoi progetti prevedono il matrimonio con la giovane Lucia e l'indipendenza dalle esigenze economiche della sua famiglia. Lascia così che il diturbato fratello Sandro elimini la madre e l'altro fratello minorato (Leone) prima di morire egli stesso durante un attacco epilettico.
Tra gli spunti grotteschi di una tetra ironia e le ambigue sottigliezze di un'acuta indagine psicologica va in scena lo psicodramma familiare dell'esordiente Bellocchio; commedia nera che partecipa del nuovo e sorprendente filone del cinema italiano e che (con varietà tematiche e peculiarità stilistiche diverse) si snoda su di un percorso autoriale cui attingeranno i cineasti nostrani della contestazione e del '68 (Bertolucci,Ferreri e in certa misura anche Samperi).
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Giovane avvocato vive con la famiglia,la mamma cieca due fratelli e una sorella, in una isolata villa nelle campagne di Piacenza. I suoi progetti prevedono il matrimonio con la giovane Lucia e l'indipendenza dalle esigenze economiche della sua famiglia. Lascia così che il diturbato fratello Sandro elimini la madre e l'altro fratello minorato (Leone) prima di morire egli stesso durante un attacco epilettico.
Tra gli spunti grotteschi di una tetra ironia e le ambigue sottigliezze di un'acuta indagine psicologica va in scena lo psicodramma familiare dell'esordiente Bellocchio; commedia nera che partecipa del nuovo e sorprendente filone del cinema italiano e che (con varietà tematiche e peculiarità stilistiche diverse) si snoda su di un percorso autoriale cui attingeranno i cineasti nostrani della contestazione e del '68 (Bertolucci,Ferreri e in certa misura anche Samperi). Lo sconcertante e paradossale spaccato di vita familiare, tra le tare genetiche di una discendenza degenere e le insane pulsioni di relazioni incestuose, mira a definire con chirurgica esattezza un momento di irreversibile disgregazione di quei valori, mendaci e illusori, alla base della famiglia borghese e di una civiltà fondata sul mercimonio (matrimonio), ovvero sugli sterili rituali di una vuotà cristianità (il prete che impartisce una sbrigativa benedizione di commiato alla salma della povera madre, l'irriverente conciliabolo tra Sandro e Giulia nella camera ardente, il blasfemo ed irridente sberleffo di Sandro in una chiesa deserta). L'anarchica irriverenza di Bellocchio sembra quasi implodere in un osceno gioco al massacro dove l'indifferenza e l'apatia sembrano essere le colpe più gravi, dove l'ignavia di un bieco opportunismo economico prevarica perfino le ragioni, comprensibili e accettabili, di una patetica deformità fisica o mentale (la cecità della madre, la minorazione di Leone, l'epilessia e la sociopatia di Sandro, il narcisismo patologico di Giulia). L'autore non mantiene un atteggiamento neutrale di fronte a questa deriva , tendendo a sottolineare (in un complesso gioco delle parti) le responsabilità prevalente dell'unico componente 'sano' del nucleo familiare il quale, tra omissioni e connivenze, ne decreta il tragico ed ineluttabile destino. E' pur vero che il rigore formale talvolta mostra i segni cedevoli del didascalismo (la citazione 'Homo omini lupus' di Hobbes) o dell'eccesso grottesco, ma questi sono peccati veniali di un'opera prima sorprendente e acuta che colpisce lo spettatore come un pugno allo stomaco, sedimentando nella memoria il segno indelebile della sconfitta umana e culturale della moderna società del possesso (i soldi, il matrimonio, la patente, gli affari) che però rimane sullo sfondo di una trama prigioniera di una inconfessabile follia domestica. Eccellenti prove d'attore: Lou Castel a suo agio nel ruolo di un geniale psicotico omicida (si ripeterà in 'Grazie Zia!' di Samperi) e Paola Pitagora dal candore impudico, quale perversa musa ispiratrice di nequizie. Nastro d'Argento 1966 come migliore soggetto. Inverecondo.
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