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deborah carraro
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lunedì 3 settembre 2012
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un film sulla paura di vivere
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Un film che non ti aspetti. Un film che dice tantissimo attraverso i suoi silenzi e i tempi dilatati di un'estate che perde l'innocenza dell'infanzia e diventa adolescenza e quindi contraddizione.
Ho letto da qualche parte che il regista voleva documentare i cambiamenti nella vita in un giovane sordo dopo l'intervento che lo porterà a sentire. Se è veramente così, questo film è l'ennesima prova che il talento di un regista non si trova nel suo intento programmatico, ma compare e lo prende per mano quando accende la macchina da presa e vive di vita propria. Quante interviste a registi vengono poi smentite letteralmente dai loro film! Certo lo stile è quello del documentario e la macchina da presa osserva l'estate di questo giovane ragazzo che sente attraverso un apparecchio acustico e ha avuto lunghe frequentazioni con logopedisti.
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Un film che non ti aspetti. Un film che dice tantissimo attraverso i suoi silenzi e i tempi dilatati di un'estate che perde l'innocenza dell'infanzia e diventa adolescenza e quindi contraddizione.
Ho letto da qualche parte che il regista voleva documentare i cambiamenti nella vita in un giovane sordo dopo l'intervento che lo porterà a sentire. Se è veramente così, questo film è l'ennesima prova che il talento di un regista non si trova nel suo intento programmatico, ma compare e lo prende per mano quando accende la macchina da presa e vive di vita propria. Quante interviste a registi vengono poi smentite letteralmente dai loro film! Certo lo stile è quello del documentario e la macchina da presa osserva l'estate di questo giovane ragazzo che sente attraverso un apparecchio acustico e ha avuto lunghe frequentazioni con logopedisti. Ma mentre si entra lentamente a in questa estate, non possiamo non vedere noi stessi alle prese con le nostre concrete o presunte menomazioni – lutti, delusioni, tradimenti della vita – che ci impediscono di vivere le cose belle che invece abbiamo vicino. E' la frase di Stefania a rendere universale questo film e a ricordarci che sono le piccole cose a renderci felici. Giacomo ha un'amica con cui può giocare, sentire musica, ballare e confidarsi. E' il primo grande amore di barbara. Eppure dice di non essere felice. Il regista ci parla della condizione umana con questo film, che porta a non afferrare le piccole cose che danno felicità nascondendoci dietro la paura di mettersi in gioco, dove le nostre piccole menomazioni diventano alibi per non vivere fino in fondo.
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renato volpone
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lunedì 6 agosto 2012
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giacomo e la tenerezza di chi ama
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Si sente proprio il calore dell'estate in questo film: i rumori, i suoni, i colori e ti entra dentro sorprendendoti come se fossi lì, con Giacomo e Stefi, su quella spiaggia isolata del Tagliamento. Ne percepisci i respiri, gli sguardi, i desideri, le resistenze. Ne senti la diversità di ragazzo e ragazza, di sordomuto e senza handicap, e ti chiedi che cosa avresti fatto al posto loro. I ricordi dell'adolescenza affiorano, ma anche l'imbarazzo di parlare con un "diverso" che poi, proprio come te lo insegna il film, tanto diverso non è. Un film fatto di poche parole, di silenzi, di sorrisi, con quel finale in cui Giacomo si rifugia nel mondo dei diversi pur amando Stefi, e lo spettatore si interroga su quanto non viene fatto in questa società per avvicinare tutti i "diversi" e condividere con loro la normalità.
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Si sente proprio il calore dell'estate in questo film: i rumori, i suoni, i colori e ti entra dentro sorprendendoti come se fossi lì, con Giacomo e Stefi, su quella spiaggia isolata del Tagliamento. Ne percepisci i respiri, gli sguardi, i desideri, le resistenze. Ne senti la diversità di ragazzo e ragazza, di sordomuto e senza handicap, e ti chiedi che cosa avresti fatto al posto loro. I ricordi dell'adolescenza affiorano, ma anche l'imbarazzo di parlare con un "diverso" che poi, proprio come te lo insegna il film, tanto diverso non è. Un film fatto di poche parole, di silenzi, di sorrisi, con quel finale in cui Giacomo si rifugia nel mondo dei diversi pur amando Stefi, e lo spettatore si interroga su quanto non viene fatto in questa società per avvicinare tutti i "diversi" e condividere con loro la normalità. Non è un film per tutti, ma solo per chi ha grande sensibilità.
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francesco di benedetto 1982
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domenica 18 novembre 2012
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oltre lo sguardo come focus della comunicazione
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Mai vista l'adolescenza trattata al cinema così.
Un'opera che fa riflettere molto su come il motivo dello sguardo (e dello scambio di sguardi fra gli astanti, tema che ingloba quello, anche esibizionistico, della nostra immagine che restituiamo all'esterno in quanto astanti presi nella rete degli sguardi degli altri, nello spazio pubblico) polarizzi la rappresentazione dell'adolescenza nel cinema corrente (anche nel caso del cinema d'autore; penso allo splendido Stella di Verheyde, dove lo sguardo diveniva veicolo/medium dell'esperienza, della crescita e della conoscenza: un film che narrava come un'undicenne, maturando e concependo via via in forme diverse la propria stessa immagine di soggetto, "vedesse" le persone intorno a sé cambiare gradualmente pelle, connotati caratteriali e ruoli inter-relazionali con cui si rapportavano e si erano rapportate nel corso del tempo a lei) e probabilmente, alla base, la cultura dell'adolescenza nella società contemporanea.
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Mai vista l'adolescenza trattata al cinema così.
Un'opera che fa riflettere molto su come il motivo dello sguardo (e dello scambio di sguardi fra gli astanti, tema che ingloba quello, anche esibizionistico, della nostra immagine che restituiamo all'esterno in quanto astanti presi nella rete degli sguardi degli altri, nello spazio pubblico) polarizzi la rappresentazione dell'adolescenza nel cinema corrente (anche nel caso del cinema d'autore; penso allo splendido Stella di Verheyde, dove lo sguardo diveniva veicolo/medium dell'esperienza, della crescita e della conoscenza: un film che narrava come un'undicenne, maturando e concependo via via in forme diverse la propria stessa immagine di soggetto, "vedesse" le persone intorno a sé cambiare gradualmente pelle, connotati caratteriali e ruoli inter-relazionali con cui si rapportavano e si erano rapportate nel corso del tempo a lei) e probabilmente, alla base, la cultura dell'adolescenza nella società contemporanea.
Qui invece a saltare, oltre a una buona fetta della sfera della comunicazione operante tramite il linguaggio orale (il protagonista maschile ha problemi seri all'udito e biascica poche parole), è anche la sfera comunicativa dello scambio di sguardi cui risultano fin troppo ancorati molti film "adolescenziali". E i correlati codici esibizionistici e la correlata valenza sessuata.
Inesistenti praticamente i campi-controcampi...
Non che gli sguardi tra il ragazzo e la ragazza protagonisti siano materialmente evasi dalla messa in scena... Ma il principio (e il canale) della comunicazione tra i due personaggi che viene valorizzato dalla regia sembra tutt'altro: il tatto, il contatto tra i corpi... La terra sabbiosa con cui si colpiscono giocosamente l'un l'altra durante i bagni nel fiume... Il gesto del corpo (e quindi, in caso, anche lo sguardo rivolto all'altro) caratterizzato quale contatto ravvicinato con l'astante, quale espressione della soggettività, ora discreta, ora ormonale e liberatoria, ma in ogni caso totalmente affrancata dalla minaccia/prova d'esame del giudizio/sguardo altrui: lontani i dispositivi scopici della sessualità, lontana la rete panottica delle relazioni nello spazio pubblico...
E' un film gravido di sensualità che passa però attraverso l'appercezione del contatto dei corpi, e non attraverso l'appercezione del soggetto che guarda/si espone allo sguardo degli altri.
Credo sia questo uno dei motivi principali per cui il film riesce a restituire innegabilmente l'esperienza di un'adolescenza "altra", fatta davvero di entusiasmo per la fisiologica "irregolarità" dell'essere, nel momento ludico e sessuato della crescita e della condivisione.
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