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Anche se il tema del film è stato ampiamente presentato prima della visione, fin dalle prime immagini ero immerso nel vedere storie, pensieri e desideri di ragazzi e ragazze senza più associare tutto a qualche disagio psicologico, mentale o condizionato da patologie specifiche. Fin da subito cioè ero immerso nella visione di un film, che come sempre, cerca di raccontare storie, persone, vita.
La fluidità delle immagini, come accade nei film con racconti intrecciati, ha reso tutto molto fruibile, leggero nella sua capacità di porsi, concreto nei passaggi quotidiani delle vite e nelle vite di ragazzi dei nostri tempi.
La realtà resta realtà e diventa cinema. Diventa cinema nelle bellissime note di una colonna sonora mai invadente. Diventa cinema nel nascondere la macchina da presa pur essendo la stessa “addosso” alle persone. Diventa cinema quando Federika si siede a tavola con i “suoi” attori. È cinema quando si cita “Rocco e suoi fratelli”. “À bout de souffle” e quando il ragazzo legge il romanzo Titanic. Tutte storie dove i protagonisti alla fine muoiono, ma tutte storie che ti fanno sentire vivi quando le scopri, le leggi o le vedi nella loro bellezza.
Questi meravigliosi e potenti ragazzi, “senza pelle”, senza filtri con le idee “confusamente convinte” e la loro meravigliosa “certezza del dubbio”.
Il lavoro di regia è convincente ed ha proprio nella leggerezza dei dettagli e nella discrezione delle riprese la sua vera forza.
Quale migliore risposta al cosiddetto tema della diversità, quando durante tutto lo scorrere delle immagini, tutti si riconoscono.
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