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fabio secchi frau
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giovedì 1 settembre 2005
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tutto sulla donna
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Il declino di una donna che per amore e per la difficoltà di comunicare verrà condannata alla solitudine. Uno dei migliori drammi del defunto regista tedesco Rainer Werner Fassbinder (nato come lavoro teatrale scritto per l’amico Peer Raben) che molto si avvicina al più contemporaneo Tutto su mia madre di Almodovar. Un racconto corale al femminile con tre delle più grandi attrici tedesche degli anni 70: Margit Carstensen, Hanna Schygulla e Irm Hermann.
Petra von Kant (la camaleontica Carstensen), madre di una figlia adolescente e stilista di moda, ha una vita che si svolge in un ambiente colto e raffinato, ma in fondo chiuso e gelido. Ha una carriera luminosa davanti a sé, ma è irrigidita nella manifestazione dei propri sentimenti da un matrimonio fallito, infatti non degna di alcun riguardo la sua (forse) muta factotum, sempre presente e sottomessa, Marlene (la bravissima Hermann) che invece le è silenziosamente devota.
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Il declino di una donna che per amore e per la difficoltà di comunicare verrà condannata alla solitudine. Uno dei migliori drammi del defunto regista tedesco Rainer Werner Fassbinder (nato come lavoro teatrale scritto per l’amico Peer Raben) che molto si avvicina al più contemporaneo Tutto su mia madre di Almodovar. Un racconto corale al femminile con tre delle più grandi attrici tedesche degli anni 70: Margit Carstensen, Hanna Schygulla e Irm Hermann.
Petra von Kant (la camaleontica Carstensen), madre di una figlia adolescente e stilista di moda, ha una vita che si svolge in un ambiente colto e raffinato, ma in fondo chiuso e gelido. Ha una carriera luminosa davanti a sé, ma è irrigidita nella manifestazione dei propri sentimenti da un matrimonio fallito, infatti non degna di alcun riguardo la sua (forse) muta factotum, sempre presente e sottomessa, Marlene (la bravissima Hermann) che invece le è silenziosamente devota. Sarà l’incontro con una giovane proletaria, Karin (la perfettamente antipatica Schygulla), a segnare per sempre la vita di Petra. Arrivista e decisa a far carriera come modella, dà inizio a un rapporto d’amore vissuto in modo ossessivo con Petra, che la giovane interrompe per tornare dal marito che l’aveva abbandonata. Petra, subisce dolorosamente l’abbandono, spera in qualche segnale di riavvicinamento, ma poi si rende conto della realtà… Ma proprio quando è pronta per una nuova vita, rivolgendo il suo amore a Marlene, anche questa la lascia sola.
Costruito con uno stile tipicamente fassbinderiano che comprende il manierismo e il kitch, il film conserva i tratti caratteristici del dramma teatrale (rispettando l’unità di luogo e utilizzando inquadrature fisse). Girato in soli dieci giorni (la 1° proiezione fu il 28/6/72) con la dedica “Dedicato a colei che qui divenne Marlene”, sonda il terreno del dualismo servo/padrone e amore/denaro incarnati di volta in volta dalle 3 attrici principali, bravissime e perfettamente calate nei loro ruoli. Prolisso, ma estremamente pungente e claustrofobico se si pensa che le donne del film sono tutte chiuse in un universo immobile.
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ediesedgwick
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giovedì 3 maggio 2018
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le lacrime amare..
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Un parere di sintesi sul rinomato (forse il più rinomato) film di Reiner Fassbinder. "Le lacrime amare di Petra Von Kant" sono quelle che si nascondono ben sotto la superficie di uno psicodramma tutto al femminile, statico fondamentalmente, è indubbio e sarebbe sciocco pretendere altrimenti, perché difatti questa è la pellicola che getta praticamente le basi dello psico-drammone tedesco d'interni di inizio anni '70, condito di riflessioni sulla persona, sui generi e soprattutto sull'innamoramento, la vita condivisa, la coniugalità, ma l'andamento è molto "soap" per una volta va detto, comunque diverso sempre perché il punto di vista è dettato da un sicuro e apprezzabile 'passeggio' di camera che si svolge come confessionale aperto tra le confidenze, noie, e infine le rimostranze delle protagoniste che si spalancano in prossimità del finale, tutto però sembra procedere francamente con un "fare" e una regia abbastanza freddo, sotto controllo, fuor di dialogo e monologo.
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Un parere di sintesi sul rinomato (forse il più rinomato) film di Reiner Fassbinder. "Le lacrime amare di Petra Von Kant" sono quelle che si nascondono ben sotto la superficie di uno psicodramma tutto al femminile, statico fondamentalmente, è indubbio e sarebbe sciocco pretendere altrimenti, perché difatti questa è la pellicola che getta praticamente le basi dello psico-drammone tedesco d'interni di inizio anni '70, condito di riflessioni sulla persona, sui generi e soprattutto sull'innamoramento, la vita condivisa, la coniugalità, ma l'andamento è molto "soap" per una volta va detto, comunque diverso sempre perché il punto di vista è dettato da un sicuro e apprezzabile 'passeggio' di camera che si svolge come confessionale aperto tra le confidenze, noie, e infine le rimostranze delle protagoniste che si spalancano in prossimità del finale, tutto però sembra procedere francamente con un "fare" e una regia abbastanza freddo, sotto controllo, fuor di dialogo e monologo. Nel visionarlo non ho pensato e non credo si possa parlare di flessione di profondità psicologica né di intimismo così lucido e brillante come ha avuto fama di presentare. Non mi è parso prendersi alcun rischio tipico d'autore, che forse sarebbe stato necessario per un soggetto così stabile, impostato, rigoroso, dai ritmi bassissimi, volendo anche solo quello di balenare le conseguenze della stimolazione di confidenzialità che ne emerge fin da subito e non lascia più spazio a niente di altrettanto importante dai commenti, pareri sui propri e altrui trascorsi, esperienze, amore, ribrezzo eccetera. Girato, come detto, tutto in interni, reso noto a una fascia di pubblico più o meno ristretta per lecita passione e gusto cinematografico, quello di un Fassbinder in buono spolvero, anche già a giudicare da certe inquadrature studiate a dovere in un'ottica proprio psicologica (in primis ad esempio quella celebre sfocatura sulla serva di Petra con il cambio di piano quando l'attenzione di questa volge verso Petra, un passaggio degno di nota in effetti e molto celebre, indice di una sua inconsistenza o latenza caratteriale che si avvverte anche nel fatto di essere personaggio taciturno e relegato a mansioni di contorno, una parte muta del mosaico). E ancora infatti, per rimanere in tema, nel merito, l'uso dei manichini sullo sfondo, ricorrente, come suggestione retorica "umana" e gli squisiti costumi evocativi fuori contesto. Eppure non può vantare nemmeno un momento, un istante davvero fulminante, come invece si può dire del contempraneo dramma da camera di Bergman (peraltro dello stesso anno) "Sussurri e Grida", con il quale ha delle sfumature tematiche da sparitre, ma con cui a mio parere perderebbe di certo il confronto. Senz'altro un film che richiede un'attenzione al limite dell'atto teatrale, sebbene la recitazione sia (almeno a mio avviso, non me ne intendo troppo) abbastanza scipita, scarna, inadatta al paragone con una compagine di teatranti che per un fatto di atmosfera (come teatro vero e proprio, scene calcate, in un rapporto più diretto) magari avrebbe reso meglio i sentimenti provati, descritti e abnegati a più riprese. Al di là di questo, la sofferenza terminale di Petra, presumibile dal dialogo e dalle crescenti "anti-patie", non mi ha colpito; tutto quel raffronto verbale sterminato alla fine diluisce troppo l'attenzione (ben venga il kammerspiel ma con riserva, cioè se fatto con quel 'sale' di genio oltre il semplice mestiere). In conclusione, ha qualche cosa di banale, poco o affatto espressivo, fino all'epilogo che dovrebbe forse disattendere la visione ma non trasmette in verità alcunché, non emoziona, né porta a ricredersi in nessun aspetto, Non ci ho trovato nulla di imprescindibile p memorabile, non una frase, solo dei particolari isolati, atteggiamenti, pose e angolazioni significative appunto sol che in chiave psicologica o implicita, perché senza dubbio la "mise en scene" è ad arte, degna di nota, ma sterile e perlopiù fuori di dettaglio. Anche questione di minutaggio ma piuttosto di una parte eccessiva di diffusione del parlato, con quel distacco intrinseco eventualmente alla sensibilità di Fassbinder ma la cui arte, eleganza storica e importanza registica non mi è arrivata, sovvenuta per nulla di là da quest'opera. Uno scorcio noiosetto e trasparente di vita agiata, alto-borghese e con intrusioni e divagazioni generiche sulla donna, i propositi e lo "scarto" coniugale nelle ambizioni fra la delusione cocente a posteriori, ma è più una delusione quella dal canto mio perché a esser sincero mi aspettavo molto di più, anche in tutta lentezza per cui non mi considero prevenuto, anzi, preferisco solitamente. Consiglio di tenere in considerazione, a scapito di questo, il capolavoro bergmaniano "Sussurri e Grida", decisamente superiore in qualsiasi ottica, come tocco fotografico, scenografico, introspettivo e recitativo. Voto: 6/10
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carloalberto
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domenica 19 luglio 2020
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l''arte nella sua nuda essenza
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E’ una riflessione sull’Arte, trasfigurata in un dramma psicologico, che sviluppa il rapporto servo-padrone hegeliano in un triplice amore saffico. L’arte non è qui impersonata dalla sola figura della protagonista, come accadrà con Maria Braun e Veronika Voss, ma è declinata nei ruoli che assume nella società e nei confronti del potere, attraverso tre diverse figure femminili. Marlene, la dipendente tuttofare, segretaria, disegnatrice di modelli, cameriera, è l’arte nella sua funzione storica di ancella del potere, che ambisce soltanto a compiacere, obbedendo servile ai capricci del mecenate-padrone.
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E’ una riflessione sull’Arte, trasfigurata in un dramma psicologico, che sviluppa il rapporto servo-padrone hegeliano in un triplice amore saffico. L’arte non è qui impersonata dalla sola figura della protagonista, come accadrà con Maria Braun e Veronika Voss, ma è declinata nei ruoli che assume nella società e nei confronti del potere, attraverso tre diverse figure femminili. Marlene, la dipendente tuttofare, segretaria, disegnatrice di modelli, cameriera, è l’arte nella sua funzione storica di ancella del potere, che ambisce soltanto a compiacere, obbedendo servile ai capricci del mecenate-padrone. Petra, la modista di successo, raffinata, colta, razionale, è l’arte che impone al potere, che seduce e da cui è sedotta, un prezzo alto, che intrattiene relazioni ipocrite con il mondo che conta, codificate sinteticamente in uno squillante e falso ciao al telefono,ed ambisce al riconoscimento sociale. Karim è l’arte popolare, istintiva, vitale, volgare nella sua prorompente fisicità, che si concede, per opportunismo o per denaro, traendo profitto dal rapporto con l’arte raffinata, che abbandona dopo averla sfruttata, per mettere a frutto gli stilemi rubati in una nuova forma di meretricio. Karim, allegoria del cinema tedesco asservito ai modelli hollywoodiani, raggiunge, infatti, il marito, non a caso, americano, e sfilerà per importanti case di moda. Fassbinder non si identifica in nessuna delle tre, anche se la sua soggettività emerge a sprazzi nel personaggio di Petra, come quando, ubriaca ed al culmine di una crisi parossistica e dionisiaca, rifiuta, rinnegando sé stessa, tutti i ruoli, assunti fino a quel momento, di madre, di figlia, di amante, ed infine anche quello di imprenditrice dominatrice della serva masochista. La nudità dell’artista, privo di ogni ruolo nella società, è la frustrante inarrivabile aspirazione al sublime, che collima con la solitudine e preannuncia la morte. Nella scena finale, l’alcova si tramuta in un letto funebre. La trasposizione filmica della piece teatrale consente all’autore di proiettare lo spettatore sulla scena, rendendolo simile ai manichini, simbolo di un pubblico muto fruitore, la cui presenza passiva è imprescindibile per la realizzazione dell’opera d’arte. Il grande quadro di Poussin assorbe cromaticamente i personaggi tra le forme nude e le pose classiche di Bacco e di Mida, contrappasso mitico e metafora dell’arte nel mondo capitalistico, che, mutando tutto ciò che tocca in oro, anche la propria ispirazione, non avrà più niente di cui nutrirsi e morirà ricca e affamata. Il frastuono della vita, che si muove freneticamente tra Miami, Parigi, Milano, arriva come un’eco all’interno della grande stanza-utero-laboratorio-fucina artistica, dove, danzando al ritmo lento dei Platters, l’eroina, immaginando viaggi da intraprendere, si consuma nell’autoanalisi di un monologo interiore, interrogandosi sulla propria identità, mentre delega di fatto la creazione artistica all’ancella del Potere. Quando Petra incontra l’arte popolare e se ne innamora all’istante è una fascinazione reciproca che stravolge i canoni dell’arte borghese, e che, tuttavia, si muterà nel desiderio di possesso trasformando l’oggetto sconosciuto della propria passione nella bambola feticcio con le sembianze di Hanna Schygulla, estrema reificazione dell’arte mercificata. Marlene esce di scena portandosi via proprio quel feticcio, a significare che l’arte, quale serva fedele, è pronta ad assumere il nuovo ruolo impostole dalla società, ovvero di industria culturale per la produzione seriale destinata al consumo delle masse.
Film da vedere rigorosamente in lingua originale per non perdersi la recitazione, soprattutto di Margit Carstensen, e vuoi anche per il deludente doppiaggio in italiano, che, in questo caso, sarebbe stato necessario affidare ad attrici professioniste.
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stefano
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mercoledì 7 dicembre 2005
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luoghi comuni
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Non è possibile paragonare "Tutto su mia madre" di Almodovar con "Le lacrime amare di Petra Von Kant" di Fassbinder in quanto il primo, a mio giudizio, è un film molto intimista, delicato e profondo mentre il secondo (al di là della fotografia) è un concentrato di luoghi comuni. Chiaro ogni pellicola va giudicata anche tenendo conto del contesto sociale e storico in cui è stata prodotta ma il melodramma di Fassbinder è davvero scontato e noiosissimo con tempi..imbarazzanti per lo spettatore. Non vedo che ci sia di geniale nel raccontare di una donna ricca, famosa, autonoma che perde la propria identità e dignità azzerandosi per amore. Questa è la storia di molte persone, non c'è nulla di straordinario (anzi è propria scontata) nella pellicola di Fassbinder.
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Non è possibile paragonare "Tutto su mia madre" di Almodovar con "Le lacrime amare di Petra Von Kant" di Fassbinder in quanto il primo, a mio giudizio, è un film molto intimista, delicato e profondo mentre il secondo (al di là della fotografia) è un concentrato di luoghi comuni. Chiaro ogni pellicola va giudicata anche tenendo conto del contesto sociale e storico in cui è stata prodotta ma il melodramma di Fassbinder è davvero scontato e noiosissimo con tempi..imbarazzanti per lo spettatore. Non vedo che ci sia di geniale nel raccontare di una donna ricca, famosa, autonoma che perde la propria identità e dignità azzerandosi per amore. Questa è la storia di molte persone, non c'è nulla di straordinario (anzi è propria scontata) nella pellicola di Fassbinder. Con l'aggravante di rendere i personaggi non melodrammatici ma a mio parere tragicomici!
Stefano
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(di whs86)
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