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a. p. lights
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giovedì 5 febbraio 2026
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l oscar ad anora e il paradosso marty supreme
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Volete sapere perché lo scorso anno Anora ha vinto l’Oscar come miglior film e Marty Supreme non lo vincerà? Perché Marty Supreme non è attuale, non è ruffiano, non è politicamente corretto e non ha la pretesa di piacere a tutti.
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Volete sapere perché lo scorso anno Anora ha vinto l’Oscar come miglior film e Marty Supreme non lo vincerà? Perché Marty Supreme non è attuale, non è ruffiano, non è politicamente corretto e non ha la pretesa di piacere a tutti. Un po’ come accadrà a marzo, quando Another Battle After Another, una delle migliori produzioni dell’anno, finirà per aggiudicarsi la statuetta più ambita per gli stessi e prevedibili meccanismi.
La storia, ambientata negli anni Cinquanta, ha come protagonista Marty Mauser, uno sfigatello dei sobborghi newyorkesi che, tra scappatelle, scommesse ed espedienti, coltiva il sogno di diventare il miglior giocatore di ping pong al mondo, in un’epoca in cui questo sport non aveva ancora la dignità mediatica odierna. Marty girovaga per il globo inseguendo il suo obiettivo, partecipando a tornei, esibendosi e truffando senza troppi scrupoli pur di racimolare il denaro necessario a continuare la corsa.
Più che a La ricerca della felicità, si ha la sensazione di trovarsi davanti a una versione ‘grezza’ del Lupo di Wall Street. Marty è arrogante, talentuoso, affamato. É “Supreme”, ma la verità è che lo è fin dall’inizio. Ed è proprio qui che il film spiazza: non c’è una vera parabola morale, non c’è una crescita rassicurante. Solo una leggera incrinatura emotiva nel finale, quasi un accenno di empatia. Josh Safdie si muove controcorrente rispetto al cinema contemporaneo. Lo fa con l’uso della pellicola, con dialoghi dissacranti, con personaggi che manipolano, mentono e non vengono puniti per questo. Safdie non è interessato a rendere Marty “giusto”, né a trasformarlo in un simbolo. Lo lascia libero di essere ambiguo, contraddittorio, spesso sgradevole. Ed è proprio questa libertà a rendere il film vivo.
Le ambizioni del protagonista vanno a braccetto con quelle di Timothée Chalamet, qui anche produttore. La sontuosa campagna pubblicitaria e la sua ricerca ossessiva nel diventare un vero giocatore di ping pong (senza ricorrere a controfigure), non sono passate inosservate. Questo ruolo rischia di restargli addosso a lungo, proprio come la sua onnipresenza sullo schermo per 150 minuti, o come quei baffetti e quegli occhiali che indossa in ogni scena, o ancora come la sequenza iniziale sulle note di Forever Young, dichiarazione d’intenti tanto sfacciata quanto coerente.
Quando in sala si sono spente le luci e il pubblico si è alzato dalle poltrone, sono stato avvolto da una sensazione rara: non di conforto ma di fiducia.
In definitiva, Marty Supreme avrebbe potuto uscire negli anni Ottanta come fra vent’anni e risultare comunque impattante. Un film talmente incisivo che, col tempo, sarà ricordato come uno dei successi più interessanti del decennio. A differenza di Anora non verrà ricordato come il vincitore della più prestigiosa statuetta, ma come un film libero, vivo, imperfetto e brillante. Per la sua scrittura, per i dialoghi, per i costumi, per il coraggio di non chiedere scusa. Ci sono film che si dimenticano una settimana dopo averli visti. Altri restano, anche quando smettono di essere comodi.
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a. p. lights
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giovedì 5 febbraio 2026
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l?oscar ad anora e il paradosso marty supreme
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Volete sapere perché lo scorso anno Anora ha vinto l’Oscar come miglior film e Marty Supreme non lo vincerà? Perché Marty Supreme non è attuale, non è ruffiano, non è politicamente corretto e non ha la pretesa di piacere a tutti.
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Volete sapere perché lo scorso anno Anora ha vinto l’Oscar come miglior film e Marty Supreme non lo vincerà? Perché Marty Supreme non è attuale, non è ruffiano, non è politicamente corretto e non ha la pretesa di piacere a tutti. Un po’ come accadrà a marzo, quando Another Battle After Another, una delle migliori produzioni dell’anno, finirà per aggiudicarsi la statuetta più ambita per gli stessi e prevedibili meccanismi.
La storia, ambientata negli anni Cinquanta, ha come protagonista Marty Mauser, uno sfigatello dei sobborghi newyorkesi che, tra scappatelle, scommesse ed espedienti, coltiva il sogno di diventare il miglior giocatore di ping pong al mondo, in un’epoca in cui questo sport non aveva ancora la dignità mediatica odierna. Marty girovaga per il globo inseguendo il suo obiettivo, partecipando a tornei, esibendosi e truffando senza troppi scrupoli pur di racimolare il denaro necessario a continuare la corsa.
Più che a La ricerca della felicità, si ha la sensazione di trovarsi davanti a una versione ‘grezza’ del Lupo di Wall Street. Marty è arrogante, talentuoso, affamato. É “Supreme”, ma la verità è che lo è fin dall’inizio. Ed è proprio qui che il film spiazza: non c’è una vera parabola morale, non c’è una crescita rassicurante. Solo una leggera incrinatura emotiva nel finale, quasi un accenno di empatia. Josh Safdie si muove controcorrente rispetto al cinema contemporaneo. Lo fa con l’uso della pellicola, con dialoghi dissacranti, con personaggi che manipolano, mentono e non vengono puniti per questo. Safdie non è interessato a rendere Marty “giusto”, né a trasformarlo in un simbolo. Lo lascia libero di essere ambiguo, contraddittorio, spesso sgradevole. Ed è proprio questa libertà a rendere il film vivo.
Le ambizioni del protagonista vanno a braccetto con quelle di Timothée Chalamet, qui anche produttore. La sontuosa campagna pubblicitaria e la sua ricerca ossessiva nel diventare un vero giocatore di ping pong (senza ricorrere a controfigure), non sono passate inosservate. Questo ruolo rischia di restargli addosso a lungo, proprio come la sua onnipresenza sullo schermo per 150 minuti, o come quei baffetti e quegli occhiali che indossa in ogni scena, o ancora come la sequenza iniziale sulle note di Forever Young, dichiarazione d’intenti tanto sfacciata quanto coerente.
Quando in sala si sono spente le luci e il pubblico si è alzato dalle poltrone, sono stato avvolto da una sensazione rara: non di conforto ma di fiducia.
In definitiva, Marty Supreme avrebbe potuto uscire negli anni Ottanta come fra vent’anni e risultare comunque impattante. Un film talmente incisivo che, col tempo, sarà ricordato come uno dei successi più interessanti del decennio. A differenza di Anora non verrà ricordato come il vincitore della più prestigiosa statuetta, ma come un film libero, vivo, imperfetto e brillante. Per la sua scrittura, per i dialoghi, per i costumi, per il coraggio di non chiedere scusa. Ci sono film che si dimenticano una settimana dopo averli visti. Altri restano, anche quando smettono di essere comodi.
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lunedì 2 febbraio 2026
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una cagata mai vista
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Inguardabile, non andate a vederlo per nessun motivo: una cagata cos? non si vedeva da anni luce!!!
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lunedì 2 febbraio 2026
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una cagata mai vista
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Inguardabile, non andate a vederlo per nessun motivo al mondo!Non si vedeva un film senza senso cos? da anni!!!
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nino pellino
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domenica 1 febbraio 2026
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chalamet si conferma attore di grande talento
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Il film narra la storia del giovane Marty Mauser vissuto nella New York degli anni '50 il quale si arrangia a vivere lavorando in un negozio di scarpe ma che, nel tempo libero, nutre e coltiva la grande passione del tennis da tavolo a tal punto che ne diventerà un vero campione mondiale. Durante la finale del torneo viene però sconfitto da un bravissimo giocatore di origine giapponese di nome Endo. Da questa spiacevole esperienza maturerà nel giovane Marty il forte desiderio di rivincita che, a causa della sua precaria condizione economica, risulta alquanto impossibile da realizzarsi.
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Il film narra la storia del giovane Marty Mauser vissuto nella New York degli anni '50 il quale si arrangia a vivere lavorando in un negozio di scarpe ma che, nel tempo libero, nutre e coltiva la grande passione del tennis da tavolo a tal punto che ne diventerà un vero campione mondiale. Durante la finale del torneo viene però sconfitto da un bravissimo giocatore di origine giapponese di nome Endo. Da questa spiacevole esperienza maturerà nel giovane Marty il forte desiderio di rivincita che, a causa della sua precaria condizione economica, risulta alquanto impossibile da realizzarsi. Ma la sua caparbietà e la sua notevole forza caratteriale lo spingeranno ben oltre ogni possibile aspettativa. Alla fine Marty, nonostante i tanti ostacoli che si sovrappongono al suo scopo e dopo tante peripezie, riuscirà a realizzare la sua soddisfazione personale da sportivo ed inoltre la vita gli offrirà una gratificazione ancora più importante e preziosa per quanto riguarda la sua vita personale. Per quanto riguarda le mie impressioni su questo film del regista Josh Safdie, trovo che il suo stile sia tipicamente americano, nel senso che la narrazione si espande fino all'inverosimile, comprendendo tutta una serie di situazioni paradossali, se non addirittura esagerate per giungere poi ad un finale che ritengo comunque molto bello e decisamente significativo. Anche la storia d'amore di Marty con la bella moglie di un importante impresario che viene qui interpretata dalla sempre affascinante attrice Gwyneth Paltrow, mi trasmette un senso di forzatura nel racconto e ha il sapore quasi della solita americanata. Detto questo ciò che giganteggia in tutto il film è sicuramente l'ottima interpretazione del giovane attore Timothéè Chalamet il quale, dopo averci pienamente convinto in altre precedenti pellicole come il remake del famoso film fantascientifico "Dune", nel difficile ruolo di Bob Dylan in "A complete unknown" e dopo averci anche fatto sorridere in spassosi film come il remake di "Piccole donne" o nel film di Woody Allen dal titolo "Un giorno di pioggia a New York", continua a confermare la sua validità di giovane attore di talento
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paul hackett
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domenica 1 febbraio 2026
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viaggio febbrile nella new york ebraica anni ''50
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Non mi aspettavo un film del genere, o meglio pur consapevole del talento di Josh Safdie e pur avendo amato "Diamanti grezzi" mi chiedevo che senso avesse un film sul ping pong... mi sembrava quasi ridicolo dedicare un'opera cinematografica da parte di un grande cineasta con un cast stellare e talentuoso a questo sport. Poi mi sono seduto... Biopic liberamente ispirato alla vita di Marty Reisman è un viaggio ansiogeno e febbrile nella vita e nella mente di un divoratore dell'esistenza, ostinato, senza scrupoli, astuto, eroico, cialtrone, egoista, sentimentale. E' il nonno o lo zio di Howard Ratner, il gioielliere di "Diamanti grezzi". Bellissima fotografia, intensa interpretazione di Timothée Chalamet che si è preparato per sette anni in vista della realizzazione di questo film.
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Non mi aspettavo un film del genere, o meglio pur consapevole del talento di Josh Safdie e pur avendo amato "Diamanti grezzi" mi chiedevo che senso avesse un film sul ping pong... mi sembrava quasi ridicolo dedicare un'opera cinematografica da parte di un grande cineasta con un cast stellare e talentuoso a questo sport. Poi mi sono seduto... Biopic liberamente ispirato alla vita di Marty Reisman è un viaggio ansiogeno e febbrile nella vita e nella mente di un divoratore dell'esistenza, ostinato, senza scrupoli, astuto, eroico, cialtrone, egoista, sentimentale. E' il nonno o lo zio di Howard Ratner, il gioielliere di "Diamanti grezzi". Bellissima fotografia, intensa interpretazione di Timothée Chalamet che si è preparato per sette anni in vista della realizzazione di questo film. Prezioso cameo di Abel Ferrara, ma tutto il cast è perfettamente nel ruolo. Era dai tempi di "C'era una volta in America" che la New York ebraica della Lower Eaasrt Side non veniva dipinta in maniera così nitida e intensa. Originale ed entusiasmante la colonna sonora anni '80.
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nino pellino
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domenica 1 febbraio 2026
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timoth?? chamalet si conferma grande attore
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Il film narra la storia del giovane Marty Mauser vissuto nella New York degli anni '50 il quale si arrangia a vivere lavorando in un negozio di scarpe ma che, nel tempo libero, nutre e coltiva la grande passione del tennis da tavolo a tal punto che ne diventerà un vero campione mondiale. Durante la finale del torneo viene però sconfitto da un bravissimo giocatore di origine giapponese di nome Endo. Da questa spiacevole esperienza maturerà nel giovane Marty il forte desiderio di rivincita che, a causa della sua precaria condizione economica, risulta alquanto impossibile da realizzarsi. Ma la sua caparbietà e la sua notevole forza caratteriale lo spingeranno ben oltre ogni possibile aspettativa.
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Il film narra la storia del giovane Marty Mauser vissuto nella New York degli anni '50 il quale si arrangia a vivere lavorando in un negozio di scarpe ma che, nel tempo libero, nutre e coltiva la grande passione del tennis da tavolo a tal punto che ne diventerà un vero campione mondiale. Durante la finale del torneo viene però sconfitto da un bravissimo giocatore di origine giapponese di nome Endo. Da questa spiacevole esperienza maturerà nel giovane Marty il forte desiderio di rivincita che, a causa della sua precaria condizione economica, risulta alquanto impossibile da realizzarsi. Ma la sua caparbietà e la sua notevole forza caratteriale lo spingeranno ben oltre ogni possibile aspettativa. Alla fine Marty, nonostante i tanti ostacoli che si sovrappongono al suo scopo e dopo tante peripezie, riuscirà a realizzare la sua soddisfazione personale da sportivo ed inoltre la vita gli offrirà una gratificazione ancora più importante e preziosa per quanto riguarda la sua vita personale. Per quanto riguarda le mie impressioni su questo film del regista Josh Safdie, trovo che il suo stile sia tipicamente americano, nel senso che la narrazione si espande fino all'inverosimile, comprendendo tutta una serie di situazioni paradossali, se non addirittura esagerate per giungere poi ad un finale che ritengo comunque molto bello e decisamente significativo. Anche la storia d'amore di Marty con la bella moglie di un importante impresario che viene qui interpretata dalla sempre affascinante attrice Gwyneth Paltrow, mi trasmette un senso di forzatura nel racconto e ha il sapore quasi della solita americanata. Detto questo ciò che giganteggia in tutto il film è sicuramente l'ottima interpretazione del giovane attore Timothéè Chamalet il quale, dopo averci pienamente convinto in altre precedenti pellicole come il remake del famoso film fantascientifico "Dune", nel difficile ruolo di Bob Dylan in "A complete unknown" e dopo averci anche fatto sorridere in spassosi film come il remake di "Piccole donne" o nel film di Woody Allen dal titolo "Un giorno di pioggia a New York", continua a confermare la sua validità di giovane attore di talento
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jacobdb
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domenica 1 febbraio 2026
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innovativo e folle
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Ho trovato questo film molto particolare, originale e molto inaspettato in certi punti. Al di l? che Timoth?e Chalamet sia il mio attore preferito avrei sarei lo stesso stato contento della sua recitazione. Trovo che Marty sia un personaggio apparentemente arrogante ma che credeva al suo obbiettivo pi? di se stesso e la sua motivazione mi ha colpito. Trovo che tutti gli attori sono ben entrati nella parte e sono molto talentuosi Odessa A'zion fantastica anche lei, gi? vista in Until Dawn e mi era piaciuta Alla fine di questo credo sia il film pi? bello che abbia mai visto nel 2026 per ora, speriamo vinca un oscar.
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eugenio
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domenica 1 febbraio 2026
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la parabola di un campione
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Troppo lungo e ridondante. Così appare il Marty Supreme di Josh Safdie con protagonista Timothée Chalamet, ispirato dalla vicenda di Marty Reisman, medaglia di bronzo ai mondiali di tennistavolo, ambizioso venditore di scarpe che coltiva l’evanescente sogno di sfondare e battere tutti nella disciplina dove sente di eccellere.
E non si ferma dinanzi a nessuno, Marty, vuole la sua rivincita contro il silente giapponese che lo ha sconfitto, vuole raggiungere Tokyo, lui spiantato, ma faccia di bronzo che finirà per portarsi a letto l’ex attrice moglie di un magnate delle penne (Gwyneth Paltrow immancabile mistress). Vivrà ogni tipo di avventura nel segno di una parabola decrescente come una pallina da ping-pong tra hotel fatiscenti, ladri di cani, figli di imprenditori locali, con tanti cazzotti e finti incontri d’affari.
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Troppo lungo e ridondante. Così appare il Marty Supreme di Josh Safdie con protagonista Timothée Chalamet, ispirato dalla vicenda di Marty Reisman, medaglia di bronzo ai mondiali di tennistavolo, ambizioso venditore di scarpe che coltiva l’evanescente sogno di sfondare e battere tutti nella disciplina dove sente di eccellere.
E non si ferma dinanzi a nessuno, Marty, vuole la sua rivincita contro il silente giapponese che lo ha sconfitto, vuole raggiungere Tokyo, lui spiantato, ma faccia di bronzo che finirà per portarsi a letto l’ex attrice moglie di un magnate delle penne (Gwyneth Paltrow immancabile mistress). Vivrà ogni tipo di avventura nel segno di una parabola decrescente come una pallina da ping-pong tra hotel fatiscenti, ladri di cani, figli di imprenditori locali, con tanti cazzotti e finti incontri d’affari. Un personaggio abbastanza ostico che arriva pure ad umiliarsi per ottenere ciò che serve e quindi non molto simpatico. Ma in questo film fiume, la necessaria redenzione del personaggio, il riscatto sociale, deve per forza seguire logiche consumistiche retoriche. E così Marty trionfa su tutti anche se a nulla serve, si redime socialmente con la sua riscossa e pure piange di un sogno grande. L’essere padre. L’eroe vincente. Con cara grazia dell’umiltà.
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jonnylogan
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sabato 31 gennaio 2026
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film senza infamia n? lode. ma chalamet ....
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I fratelli Safdie (Ben e Josh) per una volta si dividono portando al cinema due pellicole incentrate su storie realmente accadute e con sullo sfondo la magia, è il caso di dirlo, dello sport. E se per Ben il mondo dell’MMA, le arti marziali miste, non ha più segreti, grazie a The Smashing Machine (id.; 2025) con protagonisti Emily Blunt e Dwayne “The Rock” Johnson, per il fratello Josh il tennis tavolo diventa lo sport, e conseguentemente l’ispirazione, per la pellicola con la quale potrebbe sbancare la prossima notte degli Oscar. Una pellicola Ispirata alla vita di Marty Reisman, tennista da tavolo noto per le sue spacconate perennemente sopra le righe, ma anche dotato di carisma al di fuori del comune, il tutto però senza citarlo apertamente perché la sceneggiatura è solo liberamente ispirata alla sua biografia.
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I fratelli Safdie (Ben e Josh) per una volta si dividono portando al cinema due pellicole incentrate su storie realmente accadute e con sullo sfondo la magia, è il caso di dirlo, dello sport. E se per Ben il mondo dell’MMA, le arti marziali miste, non ha più segreti, grazie a The Smashing Machine (id.; 2025) con protagonisti Emily Blunt e Dwayne “The Rock” Johnson, per il fratello Josh il tennis tavolo diventa lo sport, e conseguentemente l’ispirazione, per la pellicola con la quale potrebbe sbancare la prossima notte degli Oscar. Una pellicola Ispirata alla vita di Marty Reisman, tennista da tavolo noto per le sue spacconate perennemente sopra le righe, ma anche dotato di carisma al di fuori del comune, il tutto però senza citarlo apertamente perché la sceneggiatura è solo liberamente ispirata alla sua biografia.
Stiamo parlando di un film d’azione e una dramedy nella quale a impersonare questo ex commesso e (anti)eroe, abile con parole e racchetta, è il trentenne Timothée Chalamet, giunto alla terza candidatura, dopo Chiamami col tuo nome (Call Me by Your Name; 2018) diretto da Luca Guadagnino, e il ruolo di Dylan nel Biopic A Complete Unknown (id.; 2025) firmato da James Mangold. Chalamet offre una prova Larger Than Life esattamente come le gesta del suo personaggio, riuscendo a occupare lo schermo nella sua totalità. Trasformando in semplici comprimari tutti gli altri membri del cast, fra i quali si apprezzano sia il ritorno di Gwyneth Patlrow a sei anni di distanza da Avengers: Endgame (id; 2019). Il ritorno sul grande schermo per il rapper Tyler, the Creator. Fran Drescher divenuta celebre per il ruolo di protagonista nella sitcom La Tata (the Nanny; 1993-1999) e il regista Abel Ferrara che per una volta si trova davanti, e non dietro, la macchina da presa.
Ma è Cahalamet che come detto, diviene un tutt'uno con il copione, il palco e il proprio ruolo. Rendendo quasi di contorno, sia la trama che il resto della troupe. Una trama che funziona perché veloce, come un servizio di rovescio; piena di colpi di scena, situazioni ai limiti dell’assurdo, create per giustificare le scelte di un personaggio che pensava di essere benedetto da un talento inaudito e per questo si sentiva autorizzato a fare di tutto per ottenere quel che gli serviva, incluso il furto e il raggiro.
Film che difficilmente rimarrà impresso nella memoria di chi lo vede. Per quanto stiamo parlando di una pellicola ben confezionata e altrettanto ben diretta, ma senza che giunti alla sua conclusione si possano cercare ulteriori chiavi di lettura che vadano oltre una sinossi accattivante. Probabilmente però tutto questo sarà sufficiente per convertire qualcuna delle nove candidature in altrettante statuette. E di certo è altrettanto difficile rimanere impassibili di fronte a uno Chalamet che arrivato alla sua ennesima candidatura, potrebbe finalmente ottenere la tanto agognata statuetta Oscar.
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