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dablin
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martedì 10 febbraio 2026
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inguardabile
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su questoi portale gli ho dato una stella perché non era possibile dargli di meno. capiamoci: buona qualità tecnica e pure la prova degli attori, otima la scenografia scarsa la regia, ma queste sono cose che capitano, così come pessimi i sottotili della versione in lingua originale (o io sto invecchiando oppure ho sentito un "would you marry me" tradotto con "qual'è il problema").
Il fatto è che risulta orrendo il soggetto e chi ha scritto la trame e approvato il copione dovrebbe essere sottoposto a un accurato esame psicologico, così come chi lo ha finanziato. Per farla breve, si tratta di un film che magnifica un autistico che manda in rovina la sua vita come quella di chi gli sta intorno per il solo gusto di giocare a ping pong.
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su questoi portale gli ho dato una stella perché non era possibile dargli di meno. capiamoci: buona qualità tecnica e pure la prova degli attori, otima la scenografia scarsa la regia, ma queste sono cose che capitano, così come pessimi i sottotili della versione in lingua originale (o io sto invecchiando oppure ho sentito un "would you marry me" tradotto con "qual'è il problema").
Il fatto è che risulta orrendo il soggetto e chi ha scritto la trame e approvato il copione dovrebbe essere sottoposto a un accurato esame psicologico, così come chi lo ha finanziato. Per farla breve, si tratta di un film che magnifica un autistico che manda in rovina la sua vita come quella di chi gli sta intorno per il solo gusto di giocare a ping pong.
Leggere le critiche positive di questo film mi fa stare male.
Mi sembrano il parallelo del commento di quei telecronisti che si sperticano a lodare per la sua caparbietà lo spunto di un terzino che ignora la possibilità di mettere la palla al centro così da permettere al suo compagno di squadra di andare facilmente in gol, mentre si ostina a spingere sulla fascia permettendo agli avversari di chiudersi in difesa e finendo con il perdere il possesso della palla ...... pessimo, veramente pessimo
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mauridal
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martedì 10 febbraio 2026
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le palline rosa
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Quando il personaggio è il film
Nella cinematografia di sempre e dovunque, quando il personaggio protagonista è unico e occupa tutta la storia, si potrebbe parlare di una biografia, ovvero del racconto di una vita intensamente vissuta da qualcuno che ha coinvolto altre persone, luoghi e sistemi di vita socialmente connotati. In questo film, però, non viene rappresentata una biografia in senso stretto, ma un tratto di vita intenso e dettagliato di Marty, giovane ebreo newyorkese degli anni Cinquanta.
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Quando il personaggio è il film
Nella cinematografia di sempre e dovunque, quando il personaggio protagonista è unico e occupa tutta la storia, si potrebbe parlare di una biografia, ovvero del racconto di una vita intensamente vissuta da qualcuno che ha coinvolto altre persone, luoghi e sistemi di vita socialmente connotati. In questo film, però, non viene rappresentata una biografia in senso stretto, ma un tratto di vita intenso e dettagliato di Marty, giovane ebreo newyorkese degli anni Cinquanta. Conosciamo subito Marty come commesso in un negozio di scarpe. La sua figura si presenta immediatamente come problematica e agitata: pretende dei soldi dallo zio, padrone del negozio, sostenendo di voler lasciare il lavoro per partire per Londra e partecipare al campionato mondiale di tennis da tavolo, il comune ping pong, di cui è appassionato ed eccellente giocatore. Questa premessa introduce fin dall’inizio l’intero film e il carattere del protagonista, che viene raccontato in modo ampio e insistito. La vicenda del campionato di ping pong è la traccia narrativa che mette in moto Marty in modo sempre più frenetico. Da semplice commesso di periferia lo vediamo trasformarsi in un giovane deciso e fermamente convinto di poter vincere, diventare campione e riscattare la propria vita attraverso ricchezza e benessere. La sua storia è un esempio classico del sogno americano: un’impresa da conquistare e vincere a tutti i costi. Marty non è un eroe, ma proprio per questo si trova coinvolto in una molteplicità di vicende e di rapporti: le donne lo amano e lo sostengono, mentre gli uomini — altri campioni sportivi, parenti o criminali — lo contrastano, cercando di abbattere la sua smisurata voglia di emergere. Marty riesce ad arrivare a Londra e a partecipare al torneo internazionale come rappresentante americano, forte di una grande fiducia in sé stesso. Qui affronta un avversario giapponese che vuole vincere per riscattare simbolicamente il Giappone dalla bomba atomica americana su Hiroshima. Lo scontro non è più soltanto sportivo, ma diventa il confronto tra due forze individuali di affermazione di sé. Le scene di gioco al tavolo da ping pong sono realistiche e frenetiche; il campione giapponese vince ai punti sullo scatenato Marty, che però non accetta l’esito dell’incontro, giudicando la giuria a lui sfavorevole. La storia si complica ulteriormente con l’intervento di altri personaggi che influiscono sulla vita del protagonista: Rachel, la fidanzata incinta; Kay Stone, anziana attrice che lo seduce; il marito industriale facoltoso. Tutti contribuiscono, in modi diversi, a modificare e alimentare l’ossessione di Marty per la vittoria e per l’affermazione sportiva. Il regista Josh Safdie dilata e complica il racconto attraverso una serie di episodi, tra cui uno scontro violento con un gangster legato a una truffa. Marty, tuttavia, continua ostinatamente a inseguire il proprio obiettivo: giocare e vincere. Il ricco industriale gli propone di organizzare una partita a Tokyo contro il campione giapponese, ma solo come operazione pubblicitaria per la sua azienda: la partita dovrà essere truccata e Marty, lautamente compensato, dovrà perdere. Inizialmente Marty rifiuta, offeso, ma dopo vari avvenimenti accetta. La partita si svolge davanti a un pubblico di ricchi americani e giapponesi; Marty perde secondo gli accordi, ma alla fine protesta pubblicamente, denuncia la farsa e chiede una rivincita autentica, che il campione giapponese concede sportivamente. Marty gioca da vero campione e vince, ma viene escluso da ogni campionato e torna a New York senza alcuna ricompensa. Ha raggiunto a caro prezzo le proprie pretese di supremazia sportiva, ma una volta rientrato in città raggiunge Rachel in ospedale, dove ha appena partorito un figlio che è suo. Finalmente Marty si ferma, abbandona ogni ambizione e si commuove davanti al bambino. Il film riesce a tenere insieme i suoi numerosi intrecci e personaggi soprattutto grazie all’interpretazione di Timothée Chalamet nel ruolo di Marty; vanno inoltre segnalati Abel Ferrara nei panni del gangster e Odessa Azion in quelli di Rachel. Il regista costruisce una storia molto articolata, che intreccia elementi sportivi, romantici e rapporti violenti tra i personaggi. In alcune scene l’esasperazione narrativa appare eccessiva e talvolta distante dalla personalità pacifica del giovane Marty, giocatore di ping pong.(mauridal)
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imperior max
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lunedì 9 febbraio 2026
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una cosa ? sicura, il personaggio migliore rimane dion che, avendone le palle piene tra urla e toni esacerbati, le getta fuori dalla finestra come scena pi? memorabile del film.
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(Le stelle sono 3,5/5)
MARTY SUPREME.
Dopo un lungo sodalizio col fratello Benny e due ottimi film come Good Time e Diamanti Grezzi, Josh Safdie si cimenta in questo biografico liberamente ispirato a Marty Reisman, medaglia di bronzo mondiale di tennistavolo negli anni ?50.
1952, New York. Marty Mauser, commesso in un negozio di scarpe dello zio e giocatore professionista di tennistavolo di origini ebraiche, ha come obiettivo di diventare campione al British Open di Londra, sia per i soldi che per dare visibilit? di questo sport negli Stati Uniti. Oltre che ad allenarsi racimola appunto denaro per l?iscrizione e il biglietto aereo. Costringe il cugino ad anticipargli 700 dollari (nonostante lo zio fosse gi? d?accordo), prende e parte per Londra, si indebita per una sistemazione migliore al lussuoso Ritz, incontra e seduce l?attrice matura di cinema e teatro Kay Stone insieme al marito Milton Rockwell, ricco industriale di penne stilografiche, gioca con grande impegno e spettacolo fino a sconfiggere il suo obiettivo iniziale B?la Kletzki, ma per poi essere a sua volta battuto dal nuovo campione giapponese Koto Endo, dotato di una racchetta particolare e leggera rivestita in spugna.
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(Le stelle sono 3,5/5)
MARTY SUPREME.
Dopo un lungo sodalizio col fratello Benny e due ottimi film come Good Time e Diamanti Grezzi, Josh Safdie si cimenta in questo biografico liberamente ispirato a Marty Reisman, medaglia di bronzo mondiale di tennistavolo negli anni ?50.
1952, New York. Marty Mauser, commesso in un negozio di scarpe dello zio e giocatore professionista di tennistavolo di origini ebraiche, ha come obiettivo di diventare campione al British Open di Londra, sia per i soldi che per dare visibilit? di questo sport negli Stati Uniti. Oltre che ad allenarsi racimola appunto denaro per l?iscrizione e il biglietto aereo. Costringe il cugino ad anticipargli 700 dollari (nonostante lo zio fosse gi? d?accordo), prende e parte per Londra, si indebita per una sistemazione migliore al lussuoso Ritz, incontra e seduce l?attrice matura di cinema e teatro Kay Stone insieme al marito Milton Rockwell, ricco industriale di penne stilografiche, gioca con grande impegno e spettacolo fino a sconfiggere il suo obiettivo iniziale B?la Kletzki, ma per poi essere a sua volta battuto dal nuovo campione giapponese Koto Endo, dotato di una racchetta particolare e leggera rivestita in spugna. Nonostante la sconfitta per? Rockwell, colpito dal talento di Marty, gli propone una rivincita su Endo a Tokyo prima dei Campionati Mondiali, ma essendoci dei conflitti d?interessi dove lo vedono perdere lui rifiuta pesantemente.
Dopo diversi mesi in giro per il mondo a giocare a tennistavolo come esibizione per il pubblico Marty ritorna a New York dove si innescheranno una serie di guai sia con la giustizia per l?estorsione al cugino che sentimentali per aver messo incinta la sua amica e amante Rachel Mizler. Da qui come una reazione a catena per le azioni ostinate di Marty tra multe internazionali, truffe al gioco, coinvolgimenti involontari con la malavita, compromessi familiari, amichevoli, amorosi e dignitosi, tenter? in maniera ossessionata di raggiungere Tokyo per battere definitivamente Koto Endo. Anche a costo di fare terra bruciata attorno a lui.
Vedendo un entusiasmo collettivo bello grande per questo film dove si vuol fargli vincere qualche Oscar quest?anno, io non me la sento di condividere pi? di tanto. Anche perch?, gi? per l?obiettivo della statuetta, di problemi ce ne sono.
Innanzitutto una regia di Josh Safdie che funziona a livello tecnico con le inquadrature, i movimenti, il montaggio e il ritmo. Le partite sono coinvolgenti nonostante alcune mosse decisamente sopra le righe. La musica ? sempre presente e partecipa molto all?enfasi delle scene con accompagnamenti quasi sempre con dei temi tra gli anni? 70-80 e ?90. Anche la direzione degli attori non ? malvagia, Timoth?e Chalamet ha il fisic du role giusto e un?interpretazione credibile del suo personaggio nel suo essere perennemente in movimento, concentrato e ambizioso, Gwyneth Paltrow ? sempre splendida e in bellissima forma e regala anche delle belle scene erotiche con Timoth?e, Abel Ferrara fa? un ottimo gangster. La volont? di raccontare un?ossessione compulsiva del nostro Marty in un?epoca dove il sogno americano si realizzava facendo carte false dappertutto a suon di furbizie, ostentazioni, atteggiamenti forti e sfrontati e raggiri in un mondo ostico, selvaggio dove i ricchi offrivano opportunit? compromettenti e i poveri rallentavano gli entusiasmi in vite mediocri e di poco valore.
Per? ? tutto troppo carico, soprattutto dal secondo tempo in poi, in parte per quantit? e in parte per poca credibilit?. Si passa da una situazione all?altra dove ci sta? anche che le cose non debbano per forza girare bene. Il problema per? ? che vanno tutte storte, a volte per cause retroattive parzialmente riuscite ed altre fin troppo sopra le righe. Quando sembra che stia andando bene ecco che si ricasca nel peggiorarle con forzature o colpi di scena che allungano inutilmente il brodo come nella sottotrama del cane del boss e dell?attrice Kay Stone. Marty alla lunga, anche a causa di Chalamet che lo carica fin troppo per overacting, diventa insopportabile. La durata ? eccessiva tanto che poteva finire ? d?ora prima, la musica diventa troppo invasiva, retorica e pomposa. Lo scontro con Koto Endo, seppur spettacolare e ben girato, ? fin troppo scontato e retorico alla Rocky IV, tanto che a momenti potevano entrare in scena Balboa e Drago da un momento all?altro. Mentre il finale in ospedale, per quanto finalmente silenzioso, pacifico e significativo, viene nuovamente frastornato dal peggior disturbo non richiesto alla Eraserhead di Lynchiana memoria, ma almeno quello durava meno ed era coerente dall?inizio alla fine.
Non lo so?, forse Josh senza il fratello Benny va? troppo a ruota libera senza nessuno che lo inibisce almeno un po?.
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mattia
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domenica 8 febbraio 2026
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bel film
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Che bello uscire soddisfatti dal cinema, sinceramente non capisco tante recensioni negative. Bel film, 2 ore e passa che sono volati, ritmo alto, non si hanno cali di tensione... consigliato.
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johnny1988
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domenica 8 febbraio 2026
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mica male
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Marty Mauser è un venditore di scarpe di giorno e ping-ponger di notte. È un ragazzo che ambisce alla gloria personale e vincere il campionato mondiale. Dotato di un carisma irrefrenabile, il suo unico ostacolo dal raggiungimento delle sue ambizioni sono sé stesso e un carattere così orgoglioso da cacciarlo in un turbine senza fine di guai. Non portato per la rassegnazione, Marty si reinventa con una velocità ipercinetica, mettendosi letteralmente sempre in gioco.
La sua epopea parte da New York, si estende a Parigi, dove il ragazzo subisce la prima grande batosta della sua carriera, e attracca in Giappone, dove Marty cerca il riscatto personale e di battere lo stesso rivale che lo aveva stracciato in Francia.
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Marty Mauser è un venditore di scarpe di giorno e ping-ponger di notte. È un ragazzo che ambisce alla gloria personale e vincere il campionato mondiale. Dotato di un carisma irrefrenabile, il suo unico ostacolo dal raggiungimento delle sue ambizioni sono sé stesso e un carattere così orgoglioso da cacciarlo in un turbine senza fine di guai. Non portato per la rassegnazione, Marty si reinventa con una velocità ipercinetica, mettendosi letteralmente sempre in gioco.
La sua epopea parte da New York, si estende a Parigi, dove il ragazzo subisce la prima grande batosta della sua carriera, e attracca in Giappone, dove Marty cerca il riscatto personale e di battere lo stesso rivale che lo aveva stracciato in Francia.
L’America, si dice da tanti anni, non è più la terra del sogno e delle seconde opportunità, secondo la versione portata sullo schermo da Josh Safdie, già conosciuto per la regia a 4 mani di Good Time (2017) e Diamanti grezzi (2019). L’America è qui una terra di illusioni e sfighe interminabili, alcune così grosse da tramutarsi in tragicomiche, basti pensare alla scena in cui Marty, mentre cerca di lavarsi, sprofonda due piani sotto con la vasca addosso a un vecchio gangster (uno sdentato Abel Ferrara) e il suo cane. Il Marty Supreme del film, che in comune con la biografia del personaggio al quale si ispira non rimane molto, è un prodotto fantozziano turbolento di un’America che non si arrende, che si umilia, che non pianifica e naviga a vista, alla ricerca confusa di un Sé e di una qualunque forma di realizzazione, qualunque cosa essa sia o comporti. Quello che importa è non perdere, lottare con le unghie e non riposarsi mai. Più che un film narrativo, sembra una risposta sarcastica a un clima contemporaneo e a una generazione invasata, megalomane e narcisistica, abbonata all’automotivazione tossica, al low fats food, ai selfie allo specchio, senza soluzione di continuità, che desidera innanzitutto esibirsi.
Il Marty del film, interpretato da Timothee Chalamet, mai visto prima così elettrico e incontenibile, è un demiurgo dell’improvvisazione, che estende la sfida sportiva fuori dai bordi del tavolo del gioco, che si arrampica e ricade, ma niente lo sepellisce, come un cartone animato. Solo alla fine, alla vista della figlia neonata, la sua corazza vacilla. E per la prima volta il ragazzo sembra farsi uomo e prendere una pausa dal mondo.
Costato circa 75 milioni di dollari, il più alto budget mai speso dalla A24, il film si classifica in testa ai botteghini, conquistando il doppio dei guadagni internazionali. Scritto da Ronald Bronstein e dallo stesso Josh Safdie, Marty Supreme ha fatto razzia di premi e corre agli Oscar con 9 candidature, fra cui per le categorie più importanti. Senza commentare la concorrenza, ciascun riconoscimento sarebbe legittimo. Menzione a parte merita la colonna sonora, anacronistica, ma estremamente vibrante e fantasmagorica come il protagonista che abita meravigliosamente l’inquadratura così come impugna la racchetta.
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a. p. lights
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giovedì 5 febbraio 2026
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l oscar ad anora e il paradosso marty supreme
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Volete sapere perché lo scorso anno Anora ha vinto l’Oscar come miglior film e Marty Supreme non lo vincerà? Perché Marty Supreme non è attuale, non è ruffiano, non è politicamente corretto e non ha la pretesa di piacere a tutti.
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Volete sapere perché lo scorso anno Anora ha vinto l’Oscar come miglior film e Marty Supreme non lo vincerà? Perché Marty Supreme non è attuale, non è ruffiano, non è politicamente corretto e non ha la pretesa di piacere a tutti. Un po’ come accadrà a marzo, quando Another Battle After Another, una delle migliori produzioni dell’anno, finirà per aggiudicarsi la statuetta più ambita per gli stessi e prevedibili meccanismi.
La storia, ambientata negli anni Cinquanta, ha come protagonista Marty Mauser, uno sfigatello dei sobborghi newyorkesi che, tra scappatelle, scommesse ed espedienti, coltiva il sogno di diventare il miglior giocatore di ping pong al mondo, in un’epoca in cui questo sport non aveva ancora la dignità mediatica odierna. Marty girovaga per il globo inseguendo il suo obiettivo, partecipando a tornei, esibendosi e truffando senza troppi scrupoli pur di racimolare il denaro necessario a continuare la corsa.
Più che a La ricerca della felicità, si ha la sensazione di trovarsi davanti a una versione ‘grezza’ del Lupo di Wall Street. Marty è arrogante, talentuoso, affamato. É “Supreme”, ma la verità è che lo è fin dall’inizio. Ed è proprio qui che il film spiazza: non c’è una vera parabola morale, non c’è una crescita rassicurante. Solo una leggera incrinatura emotiva nel finale, quasi un accenno di empatia. Josh Safdie si muove controcorrente rispetto al cinema contemporaneo. Lo fa con l’uso della pellicola, con dialoghi dissacranti, con personaggi che manipolano, mentono e non vengono puniti per questo. Safdie non è interessato a rendere Marty “giusto”, né a trasformarlo in un simbolo. Lo lascia libero di essere ambiguo, contraddittorio, spesso sgradevole. Ed è proprio questa libertà a rendere il film vivo.
Le ambizioni del protagonista vanno a braccetto con quelle di Timothée Chalamet, qui anche produttore. La sontuosa campagna pubblicitaria e la sua ricerca ossessiva nel diventare un vero giocatore di ping pong (senza ricorrere a controfigure), non sono passate inosservate. Questo ruolo rischia di restargli addosso a lungo, proprio come la sua onnipresenza sullo schermo per 150 minuti, o come quei baffetti e quegli occhiali che indossa in ogni scena, o ancora come la sequenza iniziale sulle note di Forever Young, dichiarazione d’intenti tanto sfacciata quanto coerente.
Quando in sala si sono spente le luci e il pubblico si è alzato dalle poltrone, sono stato avvolto da una sensazione rara: non di conforto ma di fiducia.
In definitiva, Marty Supreme avrebbe potuto uscire negli anni Ottanta come fra vent’anni e risultare comunque impattante. Un film talmente incisivo che, col tempo, sarà ricordato come uno dei successi più interessanti del decennio. A differenza di Anora non verrà ricordato come il vincitore della più prestigiosa statuetta, ma come un film libero, vivo, imperfetto e brillante. Per la sua scrittura, per i dialoghi, per i costumi, per il coraggio di non chiedere scusa. Ci sono film che si dimenticano una settimana dopo averli visti. Altri restano, anche quando smettono di essere comodi.
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a. p. lights
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giovedì 5 febbraio 2026
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l?oscar ad anora e il paradosso marty supreme
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Volete sapere perché lo scorso anno Anora ha vinto l’Oscar come miglior film e Marty Supreme non lo vincerà? Perché Marty Supreme non è attuale, non è ruffiano, non è politicamente corretto e non ha la pretesa di piacere a tutti.
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Volete sapere perché lo scorso anno Anora ha vinto l’Oscar come miglior film e Marty Supreme non lo vincerà? Perché Marty Supreme non è attuale, non è ruffiano, non è politicamente corretto e non ha la pretesa di piacere a tutti. Un po’ come accadrà a marzo, quando Another Battle After Another, una delle migliori produzioni dell’anno, finirà per aggiudicarsi la statuetta più ambita per gli stessi e prevedibili meccanismi.
La storia, ambientata negli anni Cinquanta, ha come protagonista Marty Mauser, uno sfigatello dei sobborghi newyorkesi che, tra scappatelle, scommesse ed espedienti, coltiva il sogno di diventare il miglior giocatore di ping pong al mondo, in un’epoca in cui questo sport non aveva ancora la dignità mediatica odierna. Marty girovaga per il globo inseguendo il suo obiettivo, partecipando a tornei, esibendosi e truffando senza troppi scrupoli pur di racimolare il denaro necessario a continuare la corsa.
Più che a La ricerca della felicità, si ha la sensazione di trovarsi davanti a una versione ‘grezza’ del Lupo di Wall Street. Marty è arrogante, talentuoso, affamato. É “Supreme”, ma la verità è che lo è fin dall’inizio. Ed è proprio qui che il film spiazza: non c’è una vera parabola morale, non c’è una crescita rassicurante. Solo una leggera incrinatura emotiva nel finale, quasi un accenno di empatia. Josh Safdie si muove controcorrente rispetto al cinema contemporaneo. Lo fa con l’uso della pellicola, con dialoghi dissacranti, con personaggi che manipolano, mentono e non vengono puniti per questo. Safdie non è interessato a rendere Marty “giusto”, né a trasformarlo in un simbolo. Lo lascia libero di essere ambiguo, contraddittorio, spesso sgradevole. Ed è proprio questa libertà a rendere il film vivo.
Le ambizioni del protagonista vanno a braccetto con quelle di Timothée Chalamet, qui anche produttore. La sontuosa campagna pubblicitaria e la sua ricerca ossessiva nel diventare un vero giocatore di ping pong (senza ricorrere a controfigure), non sono passate inosservate. Questo ruolo rischia di restargli addosso a lungo, proprio come la sua onnipresenza sullo schermo per 150 minuti, o come quei baffetti e quegli occhiali che indossa in ogni scena, o ancora come la sequenza iniziale sulle note di Forever Young, dichiarazione d’intenti tanto sfacciata quanto coerente.
Quando in sala si sono spente le luci e il pubblico si è alzato dalle poltrone, sono stato avvolto da una sensazione rara: non di conforto ma di fiducia.
In definitiva, Marty Supreme avrebbe potuto uscire negli anni Ottanta come fra vent’anni e risultare comunque impattante. Un film talmente incisivo che, col tempo, sarà ricordato come uno dei successi più interessanti del decennio. A differenza di Anora non verrà ricordato come il vincitore della più prestigiosa statuetta, ma come un film libero, vivo, imperfetto e brillante. Per la sua scrittura, per i dialoghi, per i costumi, per il coraggio di non chiedere scusa. Ci sono film che si dimenticano una settimana dopo averli visti. Altri restano, anche quando smettono di essere comodi.
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lunedì 2 febbraio 2026
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una cagata mai vista
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Inguardabile, non andate a vederlo per nessun motivo: una cagata cos? non si vedeva da anni luce!!!
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una cagata mai vista
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Inguardabile, non andate a vederlo per nessun motivo al mondo!Non si vedeva un film senza senso cos? da anni!!!
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nino pellino
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domenica 1 febbraio 2026
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chalamet si conferma attore di grande talento
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Il film narra la storia del giovane Marty Mauser vissuto nella New York degli anni '50 il quale si arrangia a vivere lavorando in un negozio di scarpe ma che, nel tempo libero, nutre e coltiva la grande passione del tennis da tavolo a tal punto che ne diventerà un vero campione mondiale. Durante la finale del torneo viene però sconfitto da un bravissimo giocatore di origine giapponese di nome Endo. Da questa spiacevole esperienza maturerà nel giovane Marty il forte desiderio di rivincita che, a causa della sua precaria condizione economica, risulta alquanto impossibile da realizzarsi.
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Il film narra la storia del giovane Marty Mauser vissuto nella New York degli anni '50 il quale si arrangia a vivere lavorando in un negozio di scarpe ma che, nel tempo libero, nutre e coltiva la grande passione del tennis da tavolo a tal punto che ne diventerà un vero campione mondiale. Durante la finale del torneo viene però sconfitto da un bravissimo giocatore di origine giapponese di nome Endo. Da questa spiacevole esperienza maturerà nel giovane Marty il forte desiderio di rivincita che, a causa della sua precaria condizione economica, risulta alquanto impossibile da realizzarsi. Ma la sua caparbietà e la sua notevole forza caratteriale lo spingeranno ben oltre ogni possibile aspettativa. Alla fine Marty, nonostante i tanti ostacoli che si sovrappongono al suo scopo e dopo tante peripezie, riuscirà a realizzare la sua soddisfazione personale da sportivo ed inoltre la vita gli offrirà una gratificazione ancora più importante e preziosa per quanto riguarda la sua vita personale. Per quanto riguarda le mie impressioni su questo film del regista Josh Safdie, trovo che il suo stile sia tipicamente americano, nel senso che la narrazione si espande fino all'inverosimile, comprendendo tutta una serie di situazioni paradossali, se non addirittura esagerate per giungere poi ad un finale che ritengo comunque molto bello e decisamente significativo. Anche la storia d'amore di Marty con la bella moglie di un importante impresario che viene qui interpretata dalla sempre affascinante attrice Gwyneth Paltrow, mi trasmette un senso di forzatura nel racconto e ha il sapore quasi della solita americanata. Detto questo ciò che giganteggia in tutto il film è sicuramente l'ottima interpretazione del giovane attore Timothéè Chalamet il quale, dopo averci pienamente convinto in altre precedenti pellicole come il remake del famoso film fantascientifico "Dune", nel difficile ruolo di Bob Dylan in "A complete unknown" e dopo averci anche fatto sorridere in spassosi film come il remake di "Piccole donne" o nel film di Woody Allen dal titolo "Un giorno di pioggia a New York", continua a confermare la sua validità di giovane attore di talento
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