Gus Van Sant, il regista di " Belli e dannati" e "Will Hunting " , torna al cinema con un film ispirato a una storia vera accaduta a indianapolis negli anni 70. Sappiamo che il cinema del regista di Lousville , è piuttosto minimale, che sta sempre tra il confine tra il mainstream hollywoodiano e la sperimentazione più radicale, i suoi personaggi spesso sono degli outsiders, giovani inquieti, persone che non hanno più nulla da perdere, appunto come in questo suo ultimo lavoro. Tony Kiritis , un uomo esasperato dai debiti, convinto di essere stato truffato da un'agenzia di mutui, la Meridian Mortgage Company, prende in ostaggio il figlio del presidente usando un meccanismo terrificante, , un fucile a canne mozze collegato al collo del prigioniero con un filo metallico ( il filo del morto), in modo che se avesse cercato di fuggire o la polizia gli avesse sparato , il fucile avrebbe fatto fuoco, lo porta a casa sua e detta le sue richieste, cinque milioni di dollari, immunità e scuse personali .
[+]
Gus Van Sant, il regista di " Belli e dannati" e "Will Hunting " , torna al cinema con un film ispirato a una storia vera accaduta a indianapolis negli anni 70. Sappiamo che il cinema del regista di Lousville , è piuttosto minimale, che sta sempre tra il confine tra il mainstream hollywoodiano e la sperimentazione più radicale, i suoi personaggi spesso sono degli outsiders, giovani inquieti, persone che non hanno più nulla da perdere, appunto come in questo suo ultimo lavoro. Tony Kiritis , un uomo esasperato dai debiti, convinto di essere stato truffato da un'agenzia di mutui, la Meridian Mortgage Company, prende in ostaggio il figlio del presidente usando un meccanismo terrificante, , un fucile a canne mozze collegato al collo del prigioniero con un filo metallico ( il filo del morto), in modo che se avesse cercato di fuggire o la polizia gli avesse sparato , il fucile avrebbe fatto fuoco, lo porta a casa sua e detta le sue richieste, cinque milioni di dollari, immunità e scuse personali . Ci si chiede fino a che punto saremmo disposti a spingerci se ci togliessero tutto, rimanendo chiusi in quella stanza con Tony, diventiamo quasi suoi complici, vediamo il mondo esterno ( la polizia, i media , le banche), come il vero nemico, come lo vede lui, grazie alla fragilità che il protagonista trasmette,non vediamo il criminale, ma un uomo arrabbiato che urla contro un muro di gomma. E’ il paradosso del cinema da camera, più lo spazio fisico si restringe, lo spazio psicologico cresce e la tensione si taglia con il coltello. E fuori il mondo segue la diretta delle 63 ore di sequestro , mangiando muffin e popcorn, un ritratto dell’America di quel periodo che sembra parlare molto anche del nostro presente, quella sensazione che nulla sia reale finché non viene trasmesso. In questo circo mediatico c’è tutto, la giornalista in cerca della notizia sensazionale, lei non vuole che la situazione finisca, vuole che finisca in modo memorabile, e poi c’è il DJ, la voce amica”che funge da ponte surreale, Tony si fida di lui perché lo sente come uno del popolo, ma il DJ cavalca l’onda dell’audience, la radio al tempo era l’unico social nedia in diretta. Forse non tutti sanno che Gus Van Sant è anche fotografo , pittore e musicista e questo spiega la cura per la composizione dell’inquadratura e per il design del suono, come nella scena al telefono con il padre del sequestrato ( Ad Al Pacino bastano pochi frammenti per confermarsi grande attore), che crea un contrasto insopportabile, l’imperturbabilità di marmo del padre mentre discute di termini legali con il figlio letteralmente “al guinzaglio “ del fucile e il sudore di Tony in primi piani che ti fanno sentire il peso dell’aria che sta respirando.Il personaggio di Al Pacino incarna quel tipo di orgoglio che preferisce rischiare la tragedia familiare piuttosto che ammettere un errore sistemico. Forse anche per questo Tony Kkiritis divenne una specie di eroe popolare per una parte dell’opinione pubblica dell’epoca s,tanca delle banche e del sistema creditizio, il film di Van Sant sembra suggerire che nonostante siano passati 50 anni, quel sentimento di frustrazione sociale sia ancora estremamente attuale, non si limita a girare un semplice thriller, ma esegue un’anatomia chirurgica del potere. Bill Skarsgard è magnetico, la sua performance è fisica, febbrile, incarna perfettamente un uomo comune spinto al limite, è intenso nelle contratture d’immagini, riesce a gestire perfettamente le esplosioni di rabbia alternandole a momenti di lucidità quasi commoventi, riempie lo spazio filmico con la sua statura, in modo inquietante, trasmette tensione, pretende attenzione, E la ottiene.
[-]
|
|