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nino pellino
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domenica 14 dicembre 2025
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una tragedia immane nella periferia di colleferro
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La trama di questo film ci riporta alla memoria la triste vicenda del giovane ventunenne di nome Willy Monteiro Duarte di origine capoverdiana, il quale perse la vita esattamente agli inizi di settembre dell'anno 2020 per il solo fatto di aver tentato di sedare una lite tra ragazzi maturata nel corso di una nottata passata nella discoteca "Futura", nel paese di Colleferro in provincia di Roma. Mi è piaciuto molto lo stile diretto e asciutto del regista, riuscendo a trasmettere in coloro che guarderanno questo film una sensazione di forte e naturale impatto realistico. Il film inizia direttamente mostrandoci già il finale, a tragedia avvenuta, con immagini di pochi minuti in cui si intravedono un gruppo di ragazzi per strada che si avvicendano impauriti e scioccati accanto al corpo di un ragazzo disteso a terra che sembra ormai privo di vita.
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La trama di questo film ci riporta alla memoria la triste vicenda del giovane ventunenne di nome Willy Monteiro Duarte di origine capoverdiana, il quale perse la vita esattamente agli inizi di settembre dell'anno 2020 per il solo fatto di aver tentato di sedare una lite tra ragazzi maturata nel corso di una nottata passata nella discoteca "Futura", nel paese di Colleferro in provincia di Roma. Mi è piaciuto molto lo stile diretto e asciutto del regista, riuscendo a trasmettere in coloro che guarderanno questo film una sensazione di forte e naturale impatto realistico. Il film inizia direttamente mostrandoci già il finale, a tragedia avvenuta, con immagini di pochi minuti in cui si intravedono un gruppo di ragazzi per strada che si avvicendano impauriti e scioccati accanto al corpo di un ragazzo disteso a terra che sembra ormai privo di vita. Poi il regista Vincenzo Alfieri decide di mostrarci in tante sequenze suddivise in base ai personaggi principali, quei momenti salienti che hanno causato questo drammatico epilogo, usando in maniera convincente la tecnica del flashback. E così abbiamo la storia di Maurizio, un ragazzo fragile e insicuro che è stato appena lasciato dalla sua compagna e cerca conforto nel suo amico Cosimo, più grande di età e coinvolto a sua volta nei malaffari del paese; poi abbiamo Michelle, una giovane ragazza bionda che invece ha preso la decisione di lasciare Cristian in quanto si è accorta che il giovane non è compatibile con la sua sensibilità e con le sue aspirazioni future; e poi naturalmente si susseguono le vicende di Willy, aspirante cuoco di particolare bravura che lavora sotto le dipendenze di un aiutante chef decisamente autoritario e infine i gemelli Lorenzo e Federico, entrambi pugili ed emtrambi senza cervello e tutto muscoli. Dicevo quindi di Willy e dei gemelli, ossia rispettivamente della vittima e dei carnefici. Pertanto ogni singolo racconto riguardante ciascuno dei personaggi citati, si intreccerà per andare a confluire in ciò che saranno le sequenze finali. Nel film si percepisce tutta la dimensione di un mondo di periferia abbandonato a se stesso, perfino alcune scene che sembrerebbero secondarie e poco importanti, come le usanze familiari e culinarie che possiamo osservare all'interno delle abitazioni dei protagonisti, servono a infonderci tutta l'essenza e le usanze di di vite parallele rispetto allo strato medio della popolazione. L'unico momento del film che mi ha lasciato piuttosto perplesso e che forse non mi ha del tutto convinto è stata la violenza ingiustificata dei gemelli che si scagliano contro la povera vittima senza neanche aver capito bene come si sono svolti effettivamente i fatti, basando la loro aggressività da una semplice notizia ricevuta a telefono in cui si è chiesto il loro intervento. Ma allo stesso tempo, a giustificazione di questo aspetto tecnico della narrazione, ne deduco che evidentemente i fatti siano andati proprio così nella vicenda reale da cui ha preso spunto questo film. O forse per quanto concerne quest'ultimo aspetto, il regista ha inteso anche celare un significato radicato sul senso di emarginazione nei riguardi di chi è diverso, in questo caso per il colore della pelle, e ciò lo si deduce non solo dal violento svolgimento del finale ma anche dall'arroganza e supponenza dello chef aiutante con cui in precedenza il giovane Willy ha dovuto fare i conti. Un senso di emarginazione che a quanto pare non sussiste solo nei livelli alti della società, ma soprattutto in quelli più popolari.
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tom cine
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domenica 30 novembre 2025
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quei terribili secondi
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Alle prime ore del 6 settembre 2020, a Colleferro, un paese della provincia romana, avvenne uno di quei troppi fatti di fronte al quale la fiducia sulla razionalità umana vacilla e dove, purtroppo, una serie di tensioni portò ad una tragica conclusione: la morte di Willy Monteiro Duarte, un giovane di 22 anni, nato da genitori originari di Capo Verde, che fu ucciso a pugni e a calci da un gruppo di persone nel tentativo di sedare una rissa per difendere un amico.
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Alle prime ore del 6 settembre 2020, a Colleferro, un paese della provincia romana, avvenne uno di quei troppi fatti di fronte al quale la fiducia sulla razionalità umana vacilla e dove, purtroppo, una serie di tensioni portò ad una tragica conclusione: la morte di Willy Monteiro Duarte, un giovane di 22 anni, nato da genitori originari di Capo Verde, che fu ucciso a pugni e a calci da un gruppo di persone nel tentativo di sedare una rissa per difendere un amico. Ora, quella scioccante pagina di cronaca nera, è stata trasformata in un film dal titolo terribile (i quaranta secondi sono quelli durante i quali Willy fu pestato e ucciso) e che probabilmente susciterà non poche discussioni e polemiche, visto la materia scottante che tratta, ma che ha una forza e un coraggio che raramente si vedono nel cinema contemporaneo: “40 secondi” è un film di denuncia sociale e non assolve, non cerca ipocrite “giustificazioni” per gli assassini ma, nello stesso tempo, riesce a descrivere benissimo il contesto nel quale è avvenuto l’omicidio, indagando minuziosamente le molteplici cause che hanno innescato la spirale di follia ma senza mai dimenticare il dovere principale di tutti i film, ovvero coinvolgere emotivamente lo spettatore. Per raggiungere questo obiettivo, il regista ha adottato una tecnica davvero efficace: la cinepresa sta spesso, in maniera assai ravvicinata, accanto ai personaggi (soprattutto durante la parte finale) catturandone i sudori, le lacrime, ogni piega di ciascuna espressione e tutte le sfumature emotive che vanno dallo sgomento alla rabbia, dalla gioia alla paura. Riesce in pieno nell’impresa, anche perché è coadiuvato in maniera eccellente da una sceneggiatura di ferro (non ci sono scene di troppo o momenti di noia) che, in un andirivieni temporale (qui si comincia dalla morte di Willy), segue ogni singolo personaggio coinvolto nel dramma dandogli il giusto spazio per essere approfondito, toccando e approfondendo molti argomenti psicologici e sociali e generando un’atmosfera di violenza imminente e di tensione che inchioda davanti allo schermo e che esplode nel corso di quei terribili secondi. Inoltre è un film asservito da un montaggio serrato, da dialoghi scritti meravigliosamente e da un cast di attori, inclusi tutti i comprimari, diretti in maniera eccelsa e che lasciano tutti quanti il segno: da Francesco Di Leva nel ruolo di un amareggiato tutore dell’ordine, a Francesco Gneghi in quello (inquietante) di uno dei carnefici, fino a Justin De Vivo. Un esordiente, quest’ultimo, a cui è toccato il difficilissimo ruolo di Willy e che ha affrontato questo film toccante e duro con la bravura di un attore navigato e che accompagna gli spettatori nell’ultima parte della narrazione, quella dove emergono i sogni e le gioie di un giovane uomo infranti da una morte assurda e straziante.
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Alle prime ore del 6 settembre 2020, a Colleferro, un paese della provincia romana, avvenne uno di quei troppi fatti di fronte al quale la fiducia sulla razionalità umana vacilla e dove, purtroppo, una serie di tensioni portò ad una tragica conclusione: la morte di Willy Monteiro Duarte, un giovane di 22 anni, nato da genitori originari di Capo Verde, che fu ucciso a pugni e a calci da un gruppo di persone nel tentativo di sedare una rissa per difendere un amico.
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Alle prime ore del 6 settembre 2020, a Colleferro, un paese della provincia romana, avvenne uno di quei troppi fatti di fronte al quale la fiducia sulla razionalità umana vacilla e dove, purtroppo, una serie di tensioni portò ad una tragica conclusione: la morte di Willy Monteiro Duarte, un giovane di 22 anni, nato da genitori originari di Capo Verde, che fu ucciso a pugni e a calci da un gruppo di persone nel tentativo di sedare una rissa per difendere un amico. Ora, quella scioccante pagina di cronaca nera, è stata trasformata in un film dal titolo terribile (i quaranta secondi sono quelli durante i quali Willy fu pestato e ucciso) e che probabilmente susciterà non poche discussioni e polemiche, visto la materia scottante che tratta, ma che ha una forza e un coraggio che raramente si vedono nel cinema contemporaneo: “40 secondi” è un film di denuncia sociale e non assolve, non cerca ipocrite “giustificazioni” per gli assassini ma, nello stesso tempo, riesce a descrivere benissimo il contesto nel quale è avvenuto l’omicidio, indagando minuziosamente le molteplici cause che hanno innescato la spirale di follia ma senza mai dimenticare il dovere principale di tutti i film, ovvero coinvolgere emotivamente lo spettatore. Per raggiungere questo obiettivo, il regista ha adottato una tecnica davvero efficace: la cinepresa sta spesso, in maniera assai ravvicinata, accanto ai personaggi (soprattutto durante la parte finale) catturandone i sudori, le lacrime, ogni piega di ciascuna espressione e tutte le sfumature emotive che vanno dallo sgomento alla rabbia, dalla gioia alla paura. Riesce in pieno nell’impresa, anche perché è coadiuvato in maniera eccellente da una sceneggiatura di ferro (non ci sono scene di troppo o momenti di noia) che, in un andirivieni temporale (qui si comincia dalla morte di Willy), segue ogni singolo personaggio coinvolto nel dramma dandogli il giusto spazio per essere approfondito, toccando e approfondendo molti argomenti psicologici e sociali e generando un’atmosfera di violenza imminente e di tensione che inchioda davanti allo schermo e che esplode nel corso di quei terribili secondi. Inoltre è un film asservito da un montaggio serrato, da dialoghi scritti meravigliosamente e da un cast di attori, inclusi tutti i comprimari, diretti in maniera eccelsa e che lasciano tutti quanti il segno: da Francesco Di Leva nel ruolo di un amareggiato tutore dell’ordine, a Francesco Gheghi in quello (inquietante) di uno dei carnefici, fino a Justin De Vivo. Un esordiente, quest’ultimo, a cui è toccato il difficilissimo ruolo di Willy e che ha affrontato questo film toccante e duro con la bravura di un attore navigato e che accompagna gli spettatori nell’ultima parte della narrazione, quella dove emergono i sogni e le gioie di un giovane uomo infranti da una morte assurda e straziante.
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