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roberteroica
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lunedì 16 aprile 2018
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cruciverba facilitati
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Wind River, riserva indiana del Wyoming, chilometri di deserto di ghiaccio, luogo di prede e cacciatori. In questa terra desolata, improvviso si manifesta il Male: una ragazza viene trovata massacrata nella neve dopo essere stata stuprata. Assieme al capo della polizia locale viene inviata un’acerba agente dell’ FBI che, capendo di essere a mal partito in una zona a lei sconosciuta, chiede l’aiuto diretto di una esperta guardia forestale. Potrebbe essere il soggetto per una variazione poetica sulle declinazioni feroci del noir. In realtà il film di Taylor Sheridan (spinto da intenti di denuncia, la statistica sul dato dei nativi scomparsi sarebbe allarmante) è puntuale nel servire già alla prima mano tutte le carte: il cinismo del cacciatore Cory Lambert (un Jeremy Renner fin troppo in parte) è giustificato dall’aver perso una figlia adolescente in circostanze sanguinose e mai chiarite; la bionda dagli occhi azzurri (Elizabeth Olsen, aderente allo stereotipo, ma evidentemente agli autori piace non rischiare) inviata quasi scosciata a trenta gradi sotto zero dall’FBI un McGuffin narrativo davvero troppo semplicistico; i tossici che fanno di una baracca la loro piccola oasi di nulla e hanno il grilletto fin troppo facile.
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Wind River, riserva indiana del Wyoming, chilometri di deserto di ghiaccio, luogo di prede e cacciatori. In questa terra desolata, improvviso si manifesta il Male: una ragazza viene trovata massacrata nella neve dopo essere stata stuprata. Assieme al capo della polizia locale viene inviata un’acerba agente dell’ FBI che, capendo di essere a mal partito in una zona a lei sconosciuta, chiede l’aiuto diretto di una esperta guardia forestale. Potrebbe essere il soggetto per una variazione poetica sulle declinazioni feroci del noir. In realtà il film di Taylor Sheridan (spinto da intenti di denuncia, la statistica sul dato dei nativi scomparsi sarebbe allarmante) è puntuale nel servire già alla prima mano tutte le carte: il cinismo del cacciatore Cory Lambert (un Jeremy Renner fin troppo in parte) è giustificato dall’aver perso una figlia adolescente in circostanze sanguinose e mai chiarite; la bionda dagli occhi azzurri (Elizabeth Olsen, aderente allo stereotipo, ma evidentemente agli autori piace non rischiare) inviata quasi scosciata a trenta gradi sotto zero dall’FBI un McGuffin narrativo davvero troppo semplicistico; i tossici che fanno di una baracca la loro piccola oasi di nulla e hanno il grilletto fin troppo facile. Le caselle da riempire sono pochissime e la soluzione arriva senza sforzi, telefonata e preparata da un flashback sconsiderato che azzera di colpo la (poca) suspense. Ma insomma, quali sarebbero i “segreti” a Wind River ? Chi si attende David Lynch si astenga. E pensare che questa roba è stata anche premiata a Cannes. Mah.
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carloalberto
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venerdì 13 aprile 2018
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i misteri di wind river
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Il film si sarebbe dovuto intitolare non i Segreti, bensì, i Misteri di Wind River. Primo mistero, ovvero non sapremo mai,: perché Taylor Sheridan, dopo un’onesta carriera come attore cinematografico e di serie televisive americane, decide improvvisamente nel 2018, all’età di 48 anni, di fare il regista? Secondo mistero: perché da qualche tempo si ambientano i thriller tra paesaggi innevati? Forse perché il rosso del sangue vi risalta meglio? Terzo mistero: perché il doppiaggio è così mal riuscito che la voce dello sceriffo della riserva indiana sembra risuonare in una stanza vuota, mentre invece si trova in mezzo alle montagne del Wyoming? Questi tuttavia sono i soli misteri del film, che, peraltro, non custodisce e non rivela nemmeno nessun segreto sconvolgente.
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Il film si sarebbe dovuto intitolare non i Segreti, bensì, i Misteri di Wind River. Primo mistero, ovvero non sapremo mai,: perché Taylor Sheridan, dopo un’onesta carriera come attore cinematografico e di serie televisive americane, decide improvvisamente nel 2018, all’età di 48 anni, di fare il regista? Secondo mistero: perché da qualche tempo si ambientano i thriller tra paesaggi innevati? Forse perché il rosso del sangue vi risalta meglio? Terzo mistero: perché il doppiaggio è così mal riuscito che la voce dello sceriffo della riserva indiana sembra risuonare in una stanza vuota, mentre invece si trova in mezzo alle montagne del Wyoming? Questi tuttavia sono i soli misteri del film, che, peraltro, non custodisce e non rivela nemmeno nessun segreto sconvolgente. La sceneggiatura è talmente banale che le battute si possono completare prima che vengano terminate. La trama, dopo le prime sequenze, che annunciano la presenza di un serial Killer, presto annaspa e si prolunga con una lentezza sbadigliante e senza alcuna tensione, indeciso se essere un documentario naturalistico sul rapporto cacciatore-preda, che sia lupo-agnello o uomo-puma, un film-denuncia sulla questione delle riserve indiane o un thriller tout court, per sfociare in un finale deludente e del tutto privo di realismo. Dalla commistione di temi così differenti, sviluppati in modo molto poco convincente e che restano progetti velleitari, viene fuori un polpettone a cui il novello regista aggiunge, come spezia sapidificante, il dolore dei genitori per la perdita traumatica di un figlio ed infine, come un pizzico di sale, una nascente storia d’amore, appena accennata, tra i due protagonisti, perché, evidentemente, qualcosa ancora mancava per rendere la pietanza completamente indigesta.
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