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cinephilo
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giovedì 20 giugno 2024
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il solito bravo kore''eda
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Film minore del regista giapponese che riesce comunque come suo solito a fotografare in maniera magnifica quegli attimi magici di famiglia destinati sì all'impermanenza ma a rimanere nel cuore di chi vive il momento.
Bel film.
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luca scialo
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venerdì 3 giugno 2022
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un uomo che ha perso tutto ma non i suoi difetti
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Dopo il primo romanzo di successo, Shinoda Ryota non riesce più a scrivere. Pesa anche una vita privata disastrata, con la ormai ex moglie che gli ha chiesto il divorzio e ha già un nuovo partner, il figlio che vede a stento una volta al mese, una madre e una sorella che lo aiutano sempre meno economicamente. Ha così avviato un'agenzia investigativa ma il vizio del gioco divora i già magri guadagni. Un monsone ricompone per una notte il quadro familiare, ma a pioggia finita, il dipinto si dissolve nuovamente. La pellicola più famosa di Kore'eda Hirokazu, che ha dedicato quasi tutta la sua filmografia agli affreschi familiari giapponesi. Famiglie però problematiche e mai ordinarie. Il film scorre lento, come una lunga poesia in pieno stile giapponese.
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Dopo il primo romanzo di successo, Shinoda Ryota non riesce più a scrivere. Pesa anche una vita privata disastrata, con la ormai ex moglie che gli ha chiesto il divorzio e ha già un nuovo partner, il figlio che vede a stento una volta al mese, una madre e una sorella che lo aiutano sempre meno economicamente. Ha così avviato un'agenzia investigativa ma il vizio del gioco divora i già magri guadagni. Un monsone ricompone per una notte il quadro familiare, ma a pioggia finita, il dipinto si dissolve nuovamente. La pellicola più famosa di Kore'eda Hirokazu, che ha dedicato quasi tutta la sua filmografia agli affreschi familiari giapponesi. Famiglie però problematiche e mai ordinarie. Il film scorre lento, come una lunga poesia in pieno stile giapponese. Manca però almeno un risvolto che possa scuotere la storia, la quale appare lineare come un elettroencefalogramma piatto. Resta comunque un piacevole spaccato di vita vissuta delle periferie del Sol Levante.
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stefano capasso
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lunedì 3 gennaio 2022
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quando la fine porta a fare i conti con se stessi
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Shinoda vive nel ricordo del momento di gloria avuto 15 anni prima, quando grazie ad un suo libro fu uno scrittore di successo. Da allora la sua vita è andato sempre peggio, il gioco d’azzardo, espedienti per sbarcare il lunario e la disgregazione della famiglia. Proprio il recupero del rapporto col figlio, e perché no, anche della ex moglie, sono ancora a distanza di tempo obiettivi che tra mille difficoltà tenta di raggiungere. L’occasione di svelare le carte si presenta durante la notte di un tifone.
Kore'eda Hirokazu racconta una storia di famiglia, che diviene l’occasione per parlare di temi universali dell’uomo. Tutti i protagonisti hanno a che fare con “la fine”, sia della vita, com’è il caso della madre del protagonista, sia della relazione, com’è il caso dei due interpreti principali.
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Shinoda vive nel ricordo del momento di gloria avuto 15 anni prima, quando grazie ad un suo libro fu uno scrittore di successo. Da allora la sua vita è andato sempre peggio, il gioco d’azzardo, espedienti per sbarcare il lunario e la disgregazione della famiglia. Proprio il recupero del rapporto col figlio, e perché no, anche della ex moglie, sono ancora a distanza di tempo obiettivi che tra mille difficoltà tenta di raggiungere. L’occasione di svelare le carte si presenta durante la notte di un tifone.
Kore'eda Hirokazu racconta una storia di famiglia, che diviene l’occasione per parlare di temi universali dell’uomo. Tutti i protagonisti hanno a che fare con “la fine”, sia della vita, com’è il caso della madre del protagonista, sia della relazione, com’è il caso dei due interpreti principali. E proprio insieme al concetto di “fine” si incastra l’idea dell’autorealizzazione: ogni fine diviene il momento ideale per fare i conti con se stessi, su cosa si è fatto, se si è arrivati ad essere ciò che si era sperato. In prossimità della fine il protagonista scopre che più della soddisfazione di aver raggiunto quello che si era prefissato, è importante essere sempre in quel cammino di autorealizzazione, un cammino che diventa motore e fonte di vita. Durante la notte del tifone, che simbolicamente, spazza via tutte le impurità, il confronto trai protagonisti permette loro di fare chiarezza e riposizionarsi su posizioni di vita più consone, anche se, a volte, dolorose.
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sabato 13 febbraio 2021
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da rivedere
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Ci sono degli errori sui alcuni nomi, articolo da rivedere. Scritto molto bene, aiuta a capire l'opera.
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roberteroica
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domenica 24 settembre 2017
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ritratto di famiglia
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Con un futuro ben dietro le spalle, lo scrittore di un unico libro si barcamena come detective privato. Ma non si limita a rintracciare le prove di adulteri e tradimenti, si mette anche a ricattare. E’ separato dalla moglie, che ha una nuova storia con un altro uomo ed è tollerato dalla vecchia madre, che gli rimprovera di non assisterla in modo adeguato dopo la morte del marito. Unica consolazione, il bel rapporto col figlioletto. Un microcosmo familiare non troppo originale che Kore-eda gira con la consueta eleganza, ma anche con una programmata lentezza, per far emergere senza squilli (si noti anche la colonna sonora) le piccole e grandi dissonanze del quotidiano, disegnando un personaggio senza qualità e senza volontà, moralmente esecrabile (l’episodio col liceale è emblematico) che ha il difetto di risultare anche simpatico allo spettatore.
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Con un futuro ben dietro le spalle, lo scrittore di un unico libro si barcamena come detective privato. Ma non si limita a rintracciare le prove di adulteri e tradimenti, si mette anche a ricattare. E’ separato dalla moglie, che ha una nuova storia con un altro uomo ed è tollerato dalla vecchia madre, che gli rimprovera di non assisterla in modo adeguato dopo la morte del marito. Unica consolazione, il bel rapporto col figlioletto. Un microcosmo familiare non troppo originale che Kore-eda gira con la consueta eleganza, ma anche con una programmata lentezza, per far emergere senza squilli (si noti anche la colonna sonora) le piccole e grandi dissonanze del quotidiano, disegnando un personaggio senza qualità e senza volontà, moralmente esecrabile (l’episodio col liceale è emblematico) che ha il difetto di risultare anche simpatico allo spettatore. Qua è là spunta anche qualche fraseggio poetico, qualche puntuale annotazione ambientale, ed è interessante lo sviluppo che non arriva al facile gioco al massacro, ma tenta un percorso di comprensione e ripartenza. Ma ci si aspettava di più da questo “Ritratto di famiglia con tempesta”, cosi’ acclamato ovunque. Del regista ci era piaciuto molto di più “The third murder” in concorso all’ultimo festival veneziano.
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riccardotavani
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martedì 1 agosto 2017
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il rifugio nella tempesta del tempo
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Il tempo ha questa doppia accezione nel linguaggio umano: quello cronologico e quello atmosferico. In entrambi i significati esso sembra sovra determinare la vicenda esistenziale umana. Non possiamo arrestare né il suo scorrere, né il suo scatenarsi tra la terra, il cielo e il mare. Ma il tempo cronologico è invisibile, intangibile, addirittura impensabile, impronunciabile, tanto che Sant’Agostino afferma che se qualcuno gli chiede di spiegare cosa sia, lui non sa, non può farlo in nessun modo. E il cinema è soprattutto visione. Ecco, allora, che niente meglio dello scorrere sullo schermo delle immagini verso lo scatenamento di una tempesta notturna sulla città può mettere l’uomo di fronte a una forza ineluttabile che non può in nessun modo arrestare, evitare.
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Il tempo ha questa doppia accezione nel linguaggio umano: quello cronologico e quello atmosferico. In entrambi i significati esso sembra sovra determinare la vicenda esistenziale umana. Non possiamo arrestare né il suo scorrere, né il suo scatenarsi tra la terra, il cielo e il mare. Ma il tempo cronologico è invisibile, intangibile, addirittura impensabile, impronunciabile, tanto che Sant’Agostino afferma che se qualcuno gli chiede di spiegare cosa sia, lui non sa, non può farlo in nessun modo. E il cinema è soprattutto visione. Ecco, allora, che niente meglio dello scorrere sullo schermo delle immagini verso lo scatenamento di una tempesta notturna sulla città può mettere l’uomo di fronte a una forza ineluttabile che non può in nessun modo arrestare, evitare. Il tempo si fa concreto.
Ryoto se la passa abbastanza male. Da luminosa promessa della letteratura giapponese, si è ridotto alla consunzione esistenziale a causa del gioco d’azzardo. Nella casa in cui Ryoto è cresciuto da ragazzo, vive da sola ancora sua madre Yoshinko. Qui abbiamo un’altra immagine del tempo: quello sul volto di una donna, di una nonna che ha attraversato tante tempeste nella vita. È anzi le sue sembianze, i suoi modi, le sue parole sono proprio l’essenza del titolo del film. Perché la “famiglia con tempesta” è la condizione stessa dell’esistenza umana. Se non possiamo impedire l’abbattersi di un nubifragio, di un ciclone, di un potente rovescio del tempo sulle strade delle nostre vite, possiamo sempre tornare a un luogo della nostra infanzia che è anche un rifugio originario in noi. Per quanto piccolo, banale possa apparire, esso assume un risalto di segreta fortezza affettiva e potenza immaginativa proprio in relazione e in mezzo alla tempesta di pioggia e di vento che imperversa implacabile là fuori. E ancora prima che il flagello e il buio cessino, la luce di una nuova alba, di nuove parole da scrivere e dirsi è già spuntata dentro quel riparo giù nel nostro inconscio.
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luca60
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venerdì 14 luglio 2017
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grande delusione
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Tanto era bello, commovente, delicato, coinvolgente, appassionato Little sister, il precedente film di questo regista, tanto è vuota questa pellicola. Non è neanche brutto, è noioso (che è anche peggio).
Non succede quasi mai che io guardi l'orologio per vedere quanto manca alla fine, ma in questo caso l'ho guardato almeno due - tre volte.
Due ore (due ore!) nelle quali non succede assolutamente niente. I personaggi sono macchiette poco o niente affatto empatiche, la nonna è il prototipo del "Vecchio-saggio-orientale" che spara battute di filosofia spiccia (e neanche troppo convinta), il padre è quello che a Roma si definisce con affetto "un coglione", disonesto (ricatta i clienti della sua ditta di investigazione, gioca e perde alle corse, butta i soldi nelle lotterie, mente a madre, figlio, sorella e ex moglie) cui si è rinzelato il sentimento di paternità quando il figlio è ormai grandicello, gli altri personaggi sono tirati via.
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Tanto era bello, commovente, delicato, coinvolgente, appassionato Little sister, il precedente film di questo regista, tanto è vuota questa pellicola. Non è neanche brutto, è noioso (che è anche peggio).
Non succede quasi mai che io guardi l'orologio per vedere quanto manca alla fine, ma in questo caso l'ho guardato almeno due - tre volte.
Due ore (due ore!) nelle quali non succede assolutamente niente. I personaggi sono macchiette poco o niente affatto empatiche, la nonna è il prototipo del "Vecchio-saggio-orientale" che spara battute di filosofia spiccia (e neanche troppo convinta), il padre è quello che a Roma si definisce con affetto "un coglione", disonesto (ricatta i clienti della sua ditta di investigazione, gioca e perde alle corse, butta i soldi nelle lotterie, mente a madre, figlio, sorella e ex moglie) cui si è rinzelato il sentimento di paternità quando il figlio è ormai grandicello, gli altri personaggi sono tirati via... La tematica della paternità (tanto cara al regista) è trattata con sciatteria. L'ambientazione non è neanche troppo giapponese, tutto il film è girato in quartieri di tipo occidentale. L'ultima parte del film è claustrofobica, tutta dentro il miniappartamento della nonna...
Insomma, per me, è no, decisamente.
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vincenzovalorani
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martedì 13 giugno 2017
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precorritori in italia: i vitelloni e il sorpasso
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Un processo di maturazione può incepparsi perché esso non procede “senza l’intervento o la partecipazione diretta dell’attenzione o della volontà”, a differenza di quanto avviene nella crescita del fisico (per le parole virgolettate, v. Diz. il Devoto-Oli, voce: “meccanicamente”).
Nel film «si tocca con mano» l’«impalpabilità» del processo di completamento di una costruzione interiore. Ho usato un gioco di parole, per dire che il regista avverte la difficoltà di quest’operazione. Tuttavia, egli mostra come gradi di responsabilizzazione emergano dalle microscelte quotidiane:
Innanzitutto, il chiedersi: “Cosa ti proponevi di diventare?” e “Ti sei impegnato per conseguire l’obiettivo?” serve a compiere il primo passo verso una maturazione, specialmente nel campo dei sentimenti.
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Un processo di maturazione può incepparsi perché esso non procede “senza l’intervento o la partecipazione diretta dell’attenzione o della volontà”, a differenza di quanto avviene nella crescita del fisico (per le parole virgolettate, v. Diz. il Devoto-Oli, voce: “meccanicamente”).
Nel film «si tocca con mano» l’«impalpabilità» del processo di completamento di una costruzione interiore. Ho usato un gioco di parole, per dire che il regista avverte la difficoltà di quest’operazione. Tuttavia, egli mostra come gradi di responsabilizzazione emergano dalle microscelte quotidiane:
Innanzitutto, il chiedersi: “Cosa ti proponevi di diventare?” e “Ti sei impegnato per conseguire l’obiettivo?” serve a compiere il primo passo verso una maturazione, specialmente nel campo dei sentimenti. Nel film tali domande sono poste con naturalezza; ma nella realtà non siamo altrettanto diretti.
La sceneggiatura pone in primo piano le espressioni “essere” e “dover essere”.
Il proprio mondo interiore è la fucina in cui il «come è» è trasformato nel “come dovrebbe essere”.
La maturazione a causa della sua natura polifattoriale impone un lavoro costante, che è disatteso da chi si lascia fascinare da altre priorità.
Secondo Lev Tolstoj (1828-1910), il dominio di sé è la virtù che, trovandosi al primo gradino, schiude l’ascesa ai gradini successivi.
Generalmente, poiché il lavoro costante su se stessi ci proietta anche verso l’ignoto, temiamo il futuro, ritenendolo incontrollabile.
Ma una cosa è calcolare il rischio, altro entrare nell’ottica dello sbando: paradossalmente, in modo infantile, tendiamo a vedere “più controllabile” un futuro affidato alla magia del caso, come se sotto quel cielo non aleggiassero oscuri elementi d’indeterminatezza (nel film è usato come esempio il gioco d’azzardo).
Nella sceneggiatura la parola talento ricorre spesso, come una risorsa da cercare attentamente e da mettere a frutto.
Il padre del protagonista era giunto al termine della sua vita senza aver raggiunto un grado di maturazione interiore che gli consentisse di non essere di peso alla famiglia: si può essere inadeguati rispetto ad un obiettivo, in ogni fase dell'esistenza. Egli, per debolezza, tendeva a vedere come sue le doti del figlio; ma, più di lui, credeva in esse.
L’insicurezza, esponendo alla paura le proprie qualità, giunge a volte a bloccare sul nascere una carriera. Il regista lascia aperto il problema: non sappiamo se il protagonista riprenderà a scrivere, dopo aver vinto un premio per la sua Opera Prima.
La madre del protagonista afferma che non trova la felicità chi non impara a distinguere ciò che deve trattenere, da ciò che deve lasciar andare: “liberi dal” male, per essere “liberi di” fare il bene.
Un concetto analogo è espresso nel versetto paolino:
«esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono», 1Ts 5, 21.
Segno questo che flash di verità sono presenti in ogni cultura.
Coltivare lo spirito di adattamento concorre alla formazione di una identità, giacché chi è immaturo tende a isolarsi nel suo mondo. Il protagonista era stato invitato anche dalla moglie a seguire il gusto letterario del pubblico: una carta questa da giocare quando l’ispirazione stentava ad emergere dal cuore.
Il film, confrontato con I vitelloni (It.-Fr. 1953) e con Il sorpasso (It. 1962), affronta il problema della maturazione senza usare il linguaggio distintivo della Commedia all’italiana: qui, il dramma dell’autorealizzazione non è presentato in chiave ironica.
Vincenzo Valorani
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fabiofeli
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mercoledì 7 giugno 2017
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un talento sbocciato presto o tardi?
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Un veloce scambio di battute tra Yoshiko (Kirin Kiki, di recente commovente protagonista de “Le ricette della signora Toku”) e sua figlia in un minuscolo appartamento giapponese rivela che la anziana madre non rimpiange il marito scomparso, un uomo sempre indebitato e costretto a inventare fantasiose menzogne. La radio annuncia l’arrivo dell’ennesimo temporale monsonico e tutti dovranno proteggersi. Appare in scena Ryota (Hiroshi Abe), uno stangone di 190 cm, figlio di Yoshiko. Sta recandosi a casa di sua madre; lo accompagna una canzone tipo The lazy whistler, ma molto più strascicata e sfaticata quasi ad annunciare il carattere dell’uomo; questi sale sulla metro, fa una sosta ad un mini-bar e divora in piedi con frettolosa bulimia una zuppa con spaghetti; passa vicino ad un parco giochi, dove c’è una piovra di plastica rosa con numerosi anfratti nei quali Ryota si nascondeva da bambino.
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Un veloce scambio di battute tra Yoshiko (Kirin Kiki, di recente commovente protagonista de “Le ricette della signora Toku”) e sua figlia in un minuscolo appartamento giapponese rivela che la anziana madre non rimpiange il marito scomparso, un uomo sempre indebitato e costretto a inventare fantasiose menzogne. La radio annuncia l’arrivo dell’ennesimo temporale monsonico e tutti dovranno proteggersi. Appare in scena Ryota (Hiroshi Abe), uno stangone di 190 cm, figlio di Yoshiko. Sta recandosi a casa di sua madre; lo accompagna una canzone tipo The lazy whistler, ma molto più strascicata e sfaticata quasi ad annunciare il carattere dell’uomo; questi sale sulla metro, fa una sosta ad un mini-bar e divora in piedi con frettolosa bulimia una zuppa con spaghetti; passa vicino ad un parco giochi, dove c’è una piovra di plastica rosa con numerosi anfratti nei quali Ryota si nascondeva da bambino. Yoshiko non è in casa e Ryota ne approfitta per cercare denaro nei cassetti, ma trova e intasca solo biglietti della lotteria nazionale. Come il padre defunto è sempre indebitato e bugiardo: non paga puntualmente gli alimenti alla ex-moglie, che cresce il loro figlio Shingo. Vivacchia lavorando per una ditta di investigazioni private; ricatta assieme ad un giovane socio le vittime dei pedinamenti, bruciando subito il denaro in scommesse sulle corse ciclistiche Keirin. Eppure anni prima ha pubblicato un romanzo autobiografico salutato come la rivelazione di un grande talento; l’editore si informa sul romanzo che Ryota dovrebbe scrivere, ma sa che non uscirà mai …
Il regista 55enne torna sul tema della paternità, al centro dei suoi ultimi due film del 2013 e 2015, buoni frutti della maturità. Nel primo, Father and son, premiato a Cannes 2013, lo scambio tra due neonati di famiglie di opposte condizioni sociali crea il dilemma della scelta tra amore familiare già radicato nel tempo e richiamo del sangue. Nel secondo, Little sister, le due sorelle maggiori scelgono di costruire una famiglia allargata con la sorellastra minore, nata da un successivo matrimonio del padre defunto. In questo film Ryota deve superare ed elaborare il peso della figura paterna, assente nel suo passato; ha un presente insostenibile, privo di bussola per orientarsi, tanto che sembra non esserci un futuro per lui né come figlio né come padre. Ma forse no; il “deus ex machina” potrebbe essere proprio il monsone che potrà provocare la maturazione di Ryota restituendogli almeno il dono smarrito del rapporto con il figlio.
L’accostamento di Kore-eda a Ozu, del quale sono stati riproposti diversi film in una recente rassegna, da Viaggio a Tokyo a Buon giorno, trova fondamento nella descrizione del contrasto giapponese non tanto tra tradizione e modernità, tra personaggi che vivono in una grande città ed altri relegati in zone periferiche o addirittura rurali, ma quanto tra i chiari e gli scuri psicologici - con un analogo registro narrativo - dei protagonisti, preda di incomunicabilità generazionale. Il Giappone di oggi, come buona parte del mondo industrializzato, è quasi un unico agglomerato nel quale i treni vanno e vengono, un ambiente nel quale le persone vivono la loro esistenza comunicando poco o niente. Il regista firma anche sceneggiatura e montaggio; dirige bene tutti i suoi attori, tra i quali spiccano Hiroshi Abe e Kirin Kiki. Ne esce un film ironico, divertente, dolce-amaro e vero: da non mancare.
Valutazione ****
FabioFeli
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lbavassano
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domenica 4 giugno 2017
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meno convincente dei precedenti
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I conoscitori del cinema di Kore-eda Hirokazu, "Father and son", "Little sister", ben sanno come il regista giapponese sia narratore sensibile e partecipe delle dinamiche famigliari, delle complessità dei rapporti genitori-figli innanzitutto, ritrattista attento alle sfumature in cui infinitamente trascolorano i drammi, tutte caratteristiche ben presenti anche in "Ritratto di famiglia con tempesta". Mi ha convinto meno però, forse perché l'incanto che sottolineava ogni inquadratura di "Little sister" viene a mancare, o risalta comunque solo a sprazzi, forse perché i personaggi mi sono apparsi più stereotipati.
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I conoscitori del cinema di Kore-eda Hirokazu, "Father and son", "Little sister", ben sanno come il regista giapponese sia narratore sensibile e partecipe delle dinamiche famigliari, delle complessità dei rapporti genitori-figli innanzitutto, ritrattista attento alle sfumature in cui infinitamente trascolorano i drammi, tutte caratteristiche ben presenti anche in "Ritratto di famiglia con tempesta". Mi ha convinto meno però, forse perché l'incanto che sottolineava ogni inquadratura di "Little sister" viene a mancare, o risalta comunque solo a sprazzi, forse perché i personaggi mi sono apparsi più stereotipati. Restano sicuramente nella memoria scene capaci di conciliare l'intensità emotiva con la stilizzazione rituale del codice dei comportamenti, chiave di volta della bellezza del cinema di Kore-eda Hirokazu, nell'insieme però mi è sembrata opera meno riuscita. Comunque pur sempre di qualità alta.
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