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domenica 29 novembre 2020
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bellamy, arguto e pacato...
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Un'accoppiata di lusso per questo atipico thriller girato in ambito familiare davvero inconsueto. Depardieu e Chabrol stupiscono e di fatto creano un personaggio notevole, soprattutto per la sua pacatezza e arguzia. Il corpulento ispettore Bellamy vuole concedersi un mese di riposo nella casa di Nime, lontano dal frastuono di Parigi. È sposato con una donna non particolarmente bella ma piacente e con lei si trova benissimo. Due fattori però disturbano già dai primi giorni la vacanza. Uno sconosciuto, ben vestito, si aggira in giardino chiedendo di incontrarlo. E poi arriva il fratellastro Jacques, più giovane, a passare con loro qualche giorno. Jacques è prepotente, invidioso e sempre in cerca di guai.
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Un'accoppiata di lusso per questo atipico thriller girato in ambito familiare davvero inconsueto. Depardieu e Chabrol stupiscono e di fatto creano un personaggio notevole, soprattutto per la sua pacatezza e arguzia. Il corpulento ispettore Bellamy vuole concedersi un mese di riposo nella casa di Nime, lontano dal frastuono di Parigi. È sposato con una donna non particolarmente bella ma piacente e con lei si trova benissimo. Due fattori però disturbano già dai primi giorni la vacanza. Uno sconosciuto, ben vestito, si aggira in giardino chiedendo di incontrarlo. E poi arriva il fratellastro Jacques, più giovane, a passare con loro qualche giorno. Jacques è prepotente, invidioso e sempre in cerca di guai. Bellamy comunque si adatta e dapprima glissa sui due contrattempi. Si addormenta sulle parole crociate sul divano, beve un caffè e un liquore e poi si reca a comprare del legno per fare dei mobili, un bricolage che lo appassiona. Però lo sconosciuto gli ha rovinato l'aiuola, e allora lo contatta per dirgli semplicemente di fare più attenzione. Però questa persona lo incuriosisce e allora accetta di ascoltarlo. Un uomo che vive con fantasmi che lo tormentano, un vecchio caso risolto ma con formula dubbia, quindi si potrebbe nuovamente indagare... Jacques, invece, è una spina nel fianco e lo tormenta di continuo. La moglie tuttavia è il punto fermo di Bellamy e con lei trova sempre attimi di serenità. L'ispettore risolve poi tutto, o quasi, ma il fulcro del film è il nuovo personaggio che Depardieu plasma sulla sua figura corpulenta e obesa. Arguto ma pacato, sempre tranquillo e distaccato, esattamente l'opposto del Denis Klein nel capolavoro di Olivier Marchal "36 Quai des Orfèvres", spietato "polar" del 2004. Depardieu è facilitato perché Bellamy, come lui stesso, ama il cibo e il buon vino... Ciò non toglie che offra un'interpretazione superba. Forse può irritare il fatto che Bellamy non si veda mai veramente alterato nonostante il fratellastro sia davvero insopportabile e pieno di pretese, al punto di chiedergli soldi, vettura e impermeabile, ma il personaggio è quello, e se per Chabrol va bene così... Il finale triste mostra un Bellamy che crolla sotto il peso della morte accidentale del fratello ma lui, davvero, non poteva fare di più per lo sciagurato. Esilarante l'arringa del giovane avvocato che si accaparra subito la simpatia di tutti e davvero deliziosa la commessa del Bricomarché che era stata fidanzata con un uomo che è stato poi ucciso per simulare uno scambio di persona. Un film innovativo, Chabrol e Depardieu perfetti e non dimentichiamo Jacques Gamblin, che ancora una volta impersona un individuo incapace di ridere e tormentato interiormente. - di "Joss" -
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dario
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sabato 2 maggio 2015
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piatto
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Praticamente non c'è storia, ma solo un pretesto per esibire un virtuosismo narrativo (nascosto e saccente) di nessuna consistenza. Chabrol che imita Resnais senza la sua facciatosta e il suo geniaccio sopra le righe. Depardieu inutile. Tutto è inutile.
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francesco2
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venerdì 24 giugno 2011
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un altro colore della menzogna
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Non mi pare propr una delle migliori opere del regista , che qui appare e forse è un "giallista", etichetta che rischia di precludere un interesse più approfondito per determinate opere. Tra queste c'è il film che ho citato nel titolo di questa recensione: anche in questo caso non sappiamo se e perché il personaggio di Gamblin stia mentendo: il tutto è reso più interessante dal ruolo che avrebbe o meno avuto nella scomparsa del barbone. Si potrebbe ipotizzare un paragone coi "Soliti sospetti", dove si ha una storia raccontata da Kaizer Sosa e bisogna valutarne la veridicità: ma qui il tutto è reso più interessante , p r esempio, dalla coesistenza di due vicende parallele, ognuna delle quali intrecciata all'altra.
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Non mi pare propr una delle migliori opere del regista , che qui appare e forse è un "giallista", etichetta che rischia di precludere un interesse più approfondito per determinate opere. Tra queste c'è il film che ho citato nel titolo di questa recensione: anche in questo caso non sappiamo se e perché il personaggio di Gamblin stia mentendo: il tutto è reso più interessante dal ruolo che avrebbe o meno avuto nella scomparsa del barbone. Si potrebbe ipotizzare un paragone coi "Soliti sospetti", dove si ha una storia raccontata da Kaizer Sosa e bisogna valutarne la veridicità: ma qui il tutto è reso più interessante , p r esempio, dalla coesistenza di due vicende parallele, ognuna delle quali intrecciata all'altra. Se per esempio il barbone si fosse suicidato per davvero, che ruolo avrebbe avuto Gamblin? Ma in questo caso, perché rivolgersi a Bellamy?
Accanto a questa storia, Chabrol ne inserisce un'altra (Relativamente) di sfondo: quella del fratello del protagonista, un giovane (Ma non troppo) maledetto (Un pò troppo) stile baudeleriano, La dialettica tra i due, in realtà. se c'è è piuttosto annacquata, e certi (Ma non tutti) i personaggi appaionopiù prevedibili di quelli come il film citato, "La ceremonie", "Grazie della cioccolata", forse "Il fiore del male". Nel finale, la frase "Ha avuto l'ultima parola", successiva rispetto ad una scena che richiama il miglior Chabrol, sembra suggerire che paradossalmente entrambi i "casi" sono risolti: Bellamy ha raggiunto il proprio scopo nella (Relativa) ordinarietà di poliziotto, il fratello si è ritagliato uno spazio da vincitore perdendo un'altra lotta, a differenza per esempio della Bonaiuto nell'"Amore molesto", che (Ri) trova sé stessa decodificando morte (E vita?) della madre; è un finale diverso da altri chabroliani, dove chi fosse assetato di morte falliva un nuovo tentativo (La Huppert in "Merci pour le chocolat"); od ove la Bonnaire riceveva una "Semplice" confessione che dava un (Non) senso alle piccole e grandi bugie della (Tanto per cambiare) provincia francese.
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