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daniele ciavatti
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giovedì 19 febbraio 2026
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il gelo del cocito dantesco nella famiglia.
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Che cos’è l’inferno? Nella teologia moderna è spesso definito come l’assenza dell’amore di Dio: un vuoto che non resta neutro ma viene riempito dall’odio, dal rancore, dall’incapacità di perdonare. L’enfer di Tanović può essere letto proprio come la rappresentazione cinematografica di questa condizione interiore. La vicenda prende avvio da un evento traumatico: il padre delle tre sorelle (Céline, Anne e Sophie) viene sorpreso dalla moglie e da Céline nel suo ufficio con un ragazzo nudo, Sébastien. La moglie lo denuncia per pedofilia. Dopo il carcere l’uomo tenta di rivedere le figlie ma l’irruzione nell’appartamento si conclude con un’aggressione che lascia la moglie paralizzata e incapace di parlare.
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Che cos’è l’inferno? Nella teologia moderna è spesso definito come l’assenza dell’amore di Dio: un vuoto che non resta neutro ma viene riempito dall’odio, dal rancore, dall’incapacità di perdonare. L’enfer di Tanović può essere letto proprio come la rappresentazione cinematografica di questa condizione interiore. La vicenda prende avvio da un evento traumatico: il padre delle tre sorelle (Céline, Anne e Sophie) viene sorpreso dalla moglie e da Céline nel suo ufficio con un ragazzo nudo, Sébastien. La moglie lo denuncia per pedofilia. Dopo il carcere l’uomo tenta di rivedere le figlie ma l’irruzione nell’appartamento si conclude con un’aggressione che lascia la moglie paralizzata e incapace di parlare. Poco dopo, disperato, si suicida gettandosi dalla finestra. Questo episodio segna in modo indelebile la vita delle tre ragazze. L’odio della madre verso il marito diventa l’asse portante della loro crescita: le figlie diventano, per così dire, “analfabete dei sentimenti”. Incapaci di costruire relazioni solide, non comprendono fino in fondo le persone che amano, né riescono a decifrarne i moti interiori. Emblematica è la scena in cui Sébastien cerca di confessare a Céline la verità: il suo tentativo viene frainteso come un approccio sentimentale, segno di una profonda incapacità di ascolto emotivo. Quando Sébastien rivela di essersi spogliato spontaneamente, mosso da un amore non ricambiato per il padre di Céline, l’innocenza dell’uomo si profila in tutta la sua tragicità. Céline contatta le sorelle e decide di affrontare la madre. Il viaggio in treno che le conduce da lei è uno dei pochi momenti di luce: per la prima volta le vediamo sorridere, come se fosse possibile una riconciliazione postuma con la memoria del padre. Ma la risposta della madre, «Non sono pentita», annulla ogni speranza. Quelle parole, scritte e fredde, lasciano intendere un movente più profondo della semplice accusa. Qui si manifesta l’essenza dell’inferno: uno stato che non ammette riappacificazioni né perdono. Il discorso di Anne durante l’esame di laurea sulla tragedia di Medea rafforza la chiave interpretativa del film. Come Medea uccide i figli per vendicarsi di Giasone, così la madre sembra sacrificare la serenità futura delle figlie per punire il marito. Il suo sguardo lascia intendere che non si tratta soltanto dell’episodio denunciato, ma di un inganno più radicale: quello dei sentimenti.
Il film suggerisce che l’odio è il sentimento più vicino all’amore: ne rappresenta la forma rovesciata e assoluta. In questo senso, richiama dinamiche già esplorate da grandi autori del passato. Evoca il lirismo fiammeggiante di King Vidor in Duello al sole, dove l’attrazione tra i protagonisti è una forza selvaggia che può risolversi solo nel sangue, come se l’annientamento fosse l’unica forma possibile di possesso. Richiama anche la crudeltà grottesca di Danny DeVito ne La guerra dei Roses, dove la casa diventa un ring e l’amore coniugale si decompone in una meticolosa strategia di distruzione reciproca. In entrambi i casi, come nell’opera di Tanović, passione e rancore si intrecciano fino a consumare chi li prova e chi ne è oggetto. Non è casuale che Tanović scelga la famiglia come teatro di questo inferno: luogo consacrato ai legami più profondi, coniugali e filiali, che qui si trasformano in strumenti di dannazione.
Straordinaria l’interpretazione di Carole Bouquet nel ruolo della madre: i suoi occhi comunicano dall’inizio alla fine un odio trattenuto, compatto, incapace di dissolversi. È una recitazione che richiama l’immagine dantesca del fondo dell’Inferno: nel Cocito, il punto più lontano da Dio, non arde il fuoco ma regna il ghiaccio. Questo gelo metafisico simboleggia l’assenza totale di calore divino e umano, trasformando il cuore della madre in qualcosa di immobile e durissimo, dove l’odio non è una passione fiammeggiante ma una condanna al gelo dell’isolamento.
La regia di Tanović è generalmente essenziale, concentrata sui volti e sui silenzi, coerente con la sceneggiatura firmata da Krzysztof Kieślowski e Krzysztof Piesiewicz. Tuttavia, si avverte talvolta un uso eccessivo di soluzioni tecniche che stride con la sobrietà quasi sacrale del testo. Si pensi, ad esempio, alla sequenza in cui la macchina da presa ruota ossessivamente attorno a Sophie: un virtuosismo circolare che vorrebbe tradurre visivamente la vertigine del sospetto ma che finisce per risultare un esercizio di stile troppo esibito. In quei momenti, la regia sembra voler “spiegare” il dolore attraverso il movimento, laddove la scrittura di Piesiewicz avrebbe magari preferito lasciarlo decantare nell’immobilità.
Nonostante queste sporadiche concessioni all’estetica, L’enfer resta un film di grande intensità morale e psicologica: una riflessione severa sull’impossibilità del perdono quando l’amore si trasforma in rancore assoluto e sull’eredità devastante che l’odio lascia nelle generazioni successive. È un’opera che invita lo spettatore a interrogarsi sul peso delle scelte, sulla responsabilità morale e sulla possibilità, o impossibilità, della redenzione. Non offre risposte consolatorie ma lascia aperta una domanda fondamentale: è possibile spezzare la catena dell’odio prima che diventi destino?
Daniele Ciavatti
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silvana14
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martedì 6 settembre 2011
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i drammi familiari
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ecco come una famiglia o una sola persona della famiglia può distruggere la stabilità di tutti i componenti. Tre sorelle che cercano per strade diverse un bisogno di colmare l'amore che è mancato per colpa degli adulti- Ma quello che è peggio non un ombra d pentimento in tutto questo da parte di chi lo ha provocato. ma forse è stata proprio questa ricerca alla verità che ha riportato le tre sorelle unite e trovare la madre.
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mari
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venerdì 27 giugno 2008
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noia mortale
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Non posso credere che un soggetto così banale abbia interessato Kieslowski, proprio lui che sceglieva sempre temi interessanti, inquietanti, pregnanti. Non basterebbe la più splendida delle regie a rendere interessante una storia tanto insulsa. Ma forse sbaglio, forse Kieslowski o altri ne avrebbero tratto un capolavoro. Quello che è certo è che Tanovic non lo ha fatto. Noia mortale, banalità prevedibili, luoghi comuni, personaggi convenzionali, dialoghi già sentiti, tutto già visto e rivisto mille volte... risparmiatevelo.
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francesco
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martedì 20 giugno 2006
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l'inferno?leggere crespi
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Spiace notare come Crespi,faticoso preambolo a parte,esprima qualcosa che veramente possa importare al lettore soltanto alla riga 28,propinandoci per giunta uno dei più inveterati luoghi comuni della trivialkritik: è peccato mortale parlare dell'inferno borghese. Opere come l'Enfer, una volta dimessa la sindrome da parricidio kieslowskiano,sono auspicabili negli anni a venire. Così come è auspicabile che prima o poi si smetta di tributare al trito cerimoniale del demone borghese,parte della propria tensione intellettuale. Se per un verso l'attitudine alla querelle ha più di una radice storico-filosofica,per così dire, risulta invece meno comprensibile quanto Crespi afferma riguardo al giovane che segue Celine.
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Spiace notare come Crespi,faticoso preambolo a parte,esprima qualcosa che veramente possa importare al lettore soltanto alla riga 28,propinandoci per giunta uno dei più inveterati luoghi comuni della trivialkritik: è peccato mortale parlare dell'inferno borghese. Opere come l'Enfer, una volta dimessa la sindrome da parricidio kieslowskiano,sono auspicabili negli anni a venire. Così come è auspicabile che prima o poi si smetta di tributare al trito cerimoniale del demone borghese,parte della propria tensione intellettuale. Se per un verso l'attitudine alla querelle ha più di una radice storico-filosofica,per così dire, risulta invece meno comprensibile quanto Crespi afferma riguardo al giovane che segue Celine. Credo che solo Crespi, forse su influsso dello stesso Maigret,di cui senz'altro sarà instancabile aficionado, abbia arguito che si trattasse di un ragazzo legato alla scomparsa del padre. Secondo poi, le "coincidenze eccessivamente didascaliche" di cui Crespi rimprovera Tanovic, sono secondo molti la vera forza dello stesso Kieslowski:non c'è mai levità o leggerezza romheriana nel grande polacco: c'è l'imponenza stessa del simbolo, che non può occultarsi se non mostrandosi con vigore. non si vede quindi ragione perchè si debba rimprovare a Tanovic l'identica modalità di messa in scena. Per concludere, che l'Enfer sia "invasivo" trovo sia un involontario elogio per film,che come quello di Tanovic ti attanagliano per molto tempo anche dopo la visione. L'Enfer è uno di quei film che scavano, scavano solchi fra chi sguazza nell'insopportabile retorica del borghese perciò brutto e un valore artistico che invece è trasversale, e per rimanere in tema di perversioni politichesi, può trovare "larghe convergenze" presso tutte le fasce sociali. Di "isterico",l'Enfer non ha nulla. E' un dramma muto. E' un dramma che non ha oggi le parole per raccontare la tragedia. A Tanovic un grande plauso: è stato umile e rispettoso. A Crespi soltanto un consiglio:riguardi il film senza fare il detective che ha già capito tutto alla prima scena. Borghese,o rurale quando ci si confronta con la propria (in)coscienza,non significa nulla.
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samuele siani
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venerdì 16 giugno 2006
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un omaggio non riuscito
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E' un gran peccato. Ci si aspettava qualcosa di più da un regista di talento come Tanovic e uno sceneggiatore come K. Piesiewicz, scenaggiatore di tutti i capolavori di Kieslowski, regista polacco naturalizzato francese, morto nel 1996.
E'a quest'ultimo che il film è chiaramente dedicato (a K.K., che fu l'ideatore del soggetto di questa trilogia che vedrebbe l'inferno come suo primo episodio)e forse per questo, molte scene sono come estrapolate dai suoi stessi film (la vecchietta che getta la bottiglia, l'ape che esce dal bicchiere, etc.), così come l'uso di una fotografia differente per caratterizzare le tre sorelle protagoniste, si rifà al suo stile.
Purtroppo, nessuna delle tre attrci ha lo stesso peso dell'Irene Jacob di Film rosso o di Juliette Binoche di Film blu.
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E' un gran peccato. Ci si aspettava qualcosa di più da un regista di talento come Tanovic e uno sceneggiatore come K. Piesiewicz, scenaggiatore di tutti i capolavori di Kieslowski, regista polacco naturalizzato francese, morto nel 1996.
E'a quest'ultimo che il film è chiaramente dedicato (a K.K., che fu l'ideatore del soggetto di questa trilogia che vedrebbe l'inferno come suo primo episodio)e forse per questo, molte scene sono come estrapolate dai suoi stessi film (la vecchietta che getta la bottiglia, l'ape che esce dal bicchiere, etc.), così come l'uso di una fotografia differente per caratterizzare le tre sorelle protagoniste, si rifà al suo stile.
Purtroppo, nessuna delle tre attrci ha lo stesso peso dell'Irene Jacob di Film rosso o di Juliette Binoche di Film blu.
In questo Enfer, niente è effettivamente ben spiegato chiaramente - è una caratteristica, questa, anche di tutti i film di Kieslowski - ma qualcosa qui non passa, non arriva a toccare le corde dell'animo dello spettatore.
La trama non supporta degnamente il dramma delle tre sorelle e il riferimento alla Medea troppo superficiale.
Restiamo lì, all'uscita del film, a chiederci che cosa avrebbe fatto il grande maestro polacco di questo soggetto.
Purtroppo la sua morte lascia cadere la domanda per sempre.
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