The Terminal

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Un film di Steven Spielberg. Con Tom Hanks, Catherine Zeta-Jones, Stanley Tucci, Diego Luna, Zoe Saldana.
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Titolo originale The Terminal. Commedia, durata 128 min. - USA 2004. uscita venerdý 3 settembre 2004. MYMONETRO The Terminal * * * - - valutazione media: 3,29 su 54 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Inaccettabile e in una falla? Non Ŕ un problema! Valutazione 3 stelle su cinque

di Great Steven


Feedback: 67994 | altri commenti e recensioni di Great Steven
mercoledý 14 settembre 2016

 THE TERMINAL (USA, 2004) diretto da STEVEN SPIELBERG. Interpretato da TOM HANKS, CATHERINE ZETA-JONES, STANLEY TUCCI, CHI MCBRIDE, DIEGO LUNA, BARRY SHABAKA HENLEY, KUMAR PALLANA, ZOE SALDANA
Viktor Navorski arriva al JFK Airport di New York dalla Krakhozia, immaginario paese geograficamente sito nella regione caucasica, mentre nella sua terra scoppia la guerra civile. Il direttore dell’aeroporto Frank Dickson gli comunica la sua condizione di apolide, in quanto la sua cittadinanza d’origine non può essere riconosciuta per colpa del conflitto e al contempo egli non può accedere negli Stati Uniti per problematiche legate ai documenti, e dunque si vede rifiutare il visto d’ingresso. Nei nove mesi che rimane intrappolato contro la sua volontà nell’aeroporto, Viktor impara il basic english, ristruttura i bagni e altre impalcature della struttura sfruttando le sue conoscenze e abilità da imprenditore edile, si fa nuovi amici, mangia numerose pietanze diverse, trova e conosce l’amore in una hostess morbosamente insicura che in lui individuerà un porto d’arrivo sentimentale. Per tutta la durata dei nove mesi, Dickson farà tutto quanto è in suo potere per impedire a Viktor di accedere negli States, convinto che si tratti di un rifugiato politico, un fuggiasco o addirittura una spia al soldo dei servizi segreti, ma il bonario e determinato imprenditore avrà infine la meglio, e riuscirà ad assolvere il compito affidatogli dal padre in punto di morte: recuperare la firma di un sassofonista jazz di pelle scura con cui suo padre aveva suonato negli anni 1950, l’unico dei cinquantasette musicisti che non gli aveva ancora lasciato un autografo prima della sua dipartita, mentre gli altri cinquantasei sono gelosamente custoditi da Navorski figlio in un comune barattolo di noccioline. Una commedia intelligente il cui tema principale ruota attorno all’integrazione fra culture diverse, e il luogo scelto per ospitare lo svolgimento delle vicende è, non casualmente, un aeroporto, il posto migliore per fungere da crocevia per personalità provenienti da realtà culturali e geografiche decisamente agli antipodi, e non è nemmeno un caso che i tre uomini con cui Viktor stringe amicizia sono un afroamericano, un indiano e un ispanico. Messe da parte le questioni giuridiche e civili, l’attenzione del terzo film di Spielberg con Hanks si concentra sulla struttura ingannevole degli equivoci, sullo strapotere di cui sono investiti i commissari generali delle principali istituzioni americane, sulle competenze pregresse e acquistabili da parte di chi visita una nazione straniera, sui rapporti d’amore e d’amicizia che nascono in posti di passaggio, sull’importanza del passato e la sua influenza riguardo il proseguimento dei fatti presenti e sul bisogno insopprimibile dell’amore per la serenità e lucidità della vita. Per nulla sofisticato, il film si mantiene con costanza su un registro di intermedia leggerezza, facendo scorrere piacevolmente le due ore di durata attraverso un incastro di gag che non scadono mai nella ripetitività, rispettano in modo magnifico i tempi comici e non perdono mai di vista la rilevanza ottimale della storia, accompagnando il percorso di crescita interiore del simpaticissimo protagonista con episodi di vita quotidiana in cui la sceneggiatura riesce sempre a scovare un aspetto positivo, ottimistico e di continua ostinazione alla banalità. Esemplari, a questo proposito, sono alcune sequenze di splendido rigore stilistico: le pressanti richieste di Navorski non appena giunto nell’ufficio della direzione, quando ancora non sa esprimersi in inglese; i ruzzoloni sul pavimento bagnato, occasione determinante per l’incontro con Amelia Warren, l’assistente di volo quasi psicolabile ma in fondo risoluta; i pasti abbondanti e compiaciuti che il personaggio principale va cercando ossessivamente, quasi sempre merito di un favore compiuto per conto di altri e celanti sorprese divertentissime ai fini della vicenda; i lavori di restauro dei muri decadenti, in cui Viktor dà prova della sua perizia nel lavoro edile; il lavoro di traduzione del contadino russo che tenta di introdurre nel Paese alcuni medicinali considerati erroneamente illegali; l’amicizia che nasce con l’impiegata che convalida i visti d’ingresso, la quale poi si sposerà col mulattiere di madrelingua spagnola che la corteggia a lungo; la soave e ovattata scena amorosa fra Amelia e Viktor, in cui il secondo spiega alla prima i motivi autentici della sua trasferta, correlati ad una promessa a cui non può mancare, ma anche ad una ragione che fin da subito si rivela non certo di secondo piano, ovvero la ricerca dell’amore. Una compagine di attori estremamente affiatati e coadiuvati da una sceneggiatura attenta ai dettagli e costruita per confezionare al pubblico un prodotto intelligente e ragionato, contrario ad ogni forma di xenofobia e favorevole alla pacifica assimilazione fra i popoli, capace perfino di ironizzare su argomenti serissimi e all’apparenza inattaccabili sul piano comico come sono appunto l’apolidia, la negazione dei documenti d’imbarco, i conflitti armati civili e la permanenza forzata in luoghi tutt’altro che adibiti ad un soggiorno prolungato. T. Hanks e C. Zeta-Jones eccezionali, mentre S. Tucci brilla nel ruolo di un insolito antagonista, malato di potere decisionale, paranoico, assetato di vendetta e ferocemente ligio al senso del dovere. Spielberg raddoppia il tiro mettendo in campo una regia sobria, quasi evanescente, il cui tocco, però, si riconosce nella dovizia di dettagli, nella precisione esecutiva dei contributi tecnici, nel tema musicale ricorrente che cade puntualmente al momento opportuno e nella rappresentazione della lieta fine che tuttavia non viene cercata in maniera forzata, ma raggiunta dopo un lungo, tribolato e sofferto calvario di peripezie, caratteristica immancabile nel suo repertorio cinematografico. Fra i suoi inossidabili collaboratori di sempre, anche qui compare il direttore della fotografia Janusz Kaminski. 

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