Shutter |
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Un film di Banjong Pisanthanakun, Parkpoom Wongpoom.
Con Ananda Everingham, Natthaweeranuch Thongmee, Achita Sikamana, Unnop Chanpaibool.
continua»
Horror,
durata 97 min.
- Tailandia 2004.
uscita venerdì 30 giugno 2006.
MYMONETRO
Shutter
valutazione media:
3,17
su
-1
recensioni di critica, pubblico e dizionari.
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SENZA PERDONO
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| lunedì 3 luglio 2006 | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||
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Shutter, l’opera di esordio di due giovani talenti del cinema tailandese, Banjong Pisanthanakun e Parkpoom Wongpoom, ha avuto grande successo di pubblico in patria e arriva nelle desolate sale italiane d’estate a far da riempitivo assieme a un drappello di film dello stesso genere. L’affinità però è solamente apparente e riguarda l’intreccio non particolarmente originale e neppure del tutto convincente nelle delucidazioni conclusive: la solita anima di adolescente ingiustamente oltraggiata non trova pace nell’al di là e si vendica di coloro che l’hanno offesa da viva, utilizzando i mezzi messi a disposizione di tutti dalla tecnologia contemporanea, telefonini, computer, foto camere e schermi. Pellicole come The ring o The eye, probabile fonte di ispirazione per la coppia d’autori, danno voce alle contraddizioni irrisolvibili delle società avanzate particolarmente eclatanti nei Paesi del sud est asiatico interessati più di recente da uno sviluppo innaturale e disordinato: da un lato i vertiginosi progressi della rivoluzione tecnologica subordinati in modo esclusivo alle vecchia legge del profitto e dall’altro credenze, superstizioni e paure riflesso di un’anima arcaica disorientata dallo smarrimento degli antichi legami e dalla perdita del cosiddetto conglomerato ereditario, ovvero l’insieme di valori ed ideali consolidati da una tradizione secolare, collante etico ormai inadeguato ovunque. In Shutter il male è costituito da rapporti interpersonali ridotti a una cinica e feroce solidarietà di branco, il bene, evocato dalla coscienza e dalla memoria che fa riaffiorare le immagini impresse dei delitti compiuti, ombre evanescenti fra i volti sorridenti e i gesti innocui di una subdola quotidianità, si incarna in un implacabile angelo giustiziere: l’esito fatale dello scontro è la definitiva capitolazione di intelligenza e sensibilità nell’uomo incapace di sopravvivere ai sensi di colpa. Il lungometraggio attualizza così tematiche universali quali la fragilità della giovinezza, l’evanescenza della bellezza e l’amore oltre la morte e la vicenda assume quasi i contorni di un dramma classico svolto tutto all’interno della psiche del fotografo protagonista, metaforizzata con studiata abilità di regia dall’obiettivo della sua Polaroid, dalle sfumature di luce e di colore, dal formarsi incerto di figure sull’acido, dal nervoso alternarsi di oscurità e chiarore, dallo shutter ovvero dall’otturatore che blocca il dispositivo fotografico. L’uso sofisticato e professionale dell’apparecchio alimenta la visione estraniante di un caotico ed indecifrabile universo, ove la realtà ha la consistenza di un fumo nebbioso, un passato di orrori ricostruito da una dilacerante indagine potrebbe essere un incubo o l’allucinazione di un folle, le percezioni sconfinano nelle allucinazioni, fantasmi e incubi costringono in spazi angusti e clastrofobici gesti e sentimenti. Dalla strettoia non ci si salva che saltando nel vuoto e l’unica certezza è la cosa più spaventevole: il nascere senza nessuna possibilità di perdono.
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