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monfardini ilaria
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martedì 19 marzo 2024
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autobiografia di un serial-killer cinefilo valutaz
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Già il titolo è una genialata: Rorret, che letto al contrario dà Terror. Il regista Fulvio Wetzl ci introduce subito a quella che sarà la caratteristica principale di questa sua opera prima: l’ambiguità. Pare incredibile tutto quello che vediamo, in questo giallo/thriller classe 1987, e fino alla fine non si sa con certezza cosa sia reale e cosa sia invece finzione. Rorret è un film già diventato un piccolo cult, a causa della sua quasi introvabilità, sebbene nel 1988 sia uscito regolarmente nelle sale distribuito dalla Chance Film di Massimo Civilotti, dopo una prima proiezione avvenuta al Cineclub Labirinto di Roma, dove è stato girato.
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Già il titolo è una genialata: Rorret, che letto al contrario dà Terror. Il regista Fulvio Wetzl ci introduce subito a quella che sarà la caratteristica principale di questa sua opera prima: l’ambiguità. Pare incredibile tutto quello che vediamo, in questo giallo/thriller classe 1987, e fino alla fine non si sa con certezza cosa sia reale e cosa sia invece finzione. Rorret è un film già diventato un piccolo cult, a causa della sua quasi introvabilità, sebbene nel 1988 sia uscito regolarmente nelle sale distribuito dalla Chance Film di Massimo Civilotti, dopo una prima proiezione avvenuta al Cineclub Labirinto di Roma, dove è stato girato. Co-prodotto dalla società Nuova Dimensione dello stesso Wetzl e da Rai1, è stato quindi mandato in onda sulle reti Rai almeno una decina di volte durante questi 36 anni. Vincitore di svariati premi (Prix CICAE ad Annecy cinéma italien, Premio Miglior Opera Prima e Miglior Protagonista al Festival di Salerno), era l’unico film italiano al Festival Internazionale del Cinema di Berlino nel 1988, dove venne venduto alla New Yorker Film di Dan Talbot, che lo fece uscire anche nei cinema americani, a cominciare dal Forum One di New York gestito da David Byrne. Successivamente esce in VHS NTSC nella versione americana con sottotitoli.
Carlo trova lavora come proiezionista in un piccolo cinema, il Peeping Tom, il cui proprietario, Joseph Rorret, si rivela subito essere un tipo molto particolare: infatti non vuole mai essere visto dai suoi dipendenti, e comunica loro solo per telefono, ma la paga è buona e non sembrano esserci problemi di sorta, quindi Carlo accetta il lavoro e le condizioni del suo capo, che però appaiono piuttosto strane ed inquietanti alla fidanzata Sara, che comincia a credere che Rorret nasconda col suo anonimato qualcosa di poco buono. Inoltre il cinema ha una particolarità: vi vengono proiettati solo film di paura, e l’eccentrico proprietario, che vive proprio dietro lo schermo, all’insaputa di tutti, passa il suo tempo a spiare attraverso i tendaggi le spettatrici in sala, per poi chiedere loro di uscire. Tuttavia le prescelte da Rorret dovranno ritenersi tutto tranne che fortunate …
Perché Rorret cerca di far vivere alle donne che attraggono la sua attenzione un percorso iniziatico di tipo traumatico nella Paura? La risposta a questa domanda verrà data alla fine del film, e sarà quanto mai suggestivo il metodo meta cinematografico e meta teatrale che Wetzl sceglie per svelare l’arcano. Quasi sempre dietro a personaggi così bizzarri e fuori dal comune c’è un qualche trauma infantile, ma quale sarà quello di Joseph Rorret? Dovremo cercare di capire cosa si nasconde dietro ai modi quasi impacciati di questo buffo ometto, vestito come Peter Lorre in M – Il Mostro di Düsseldorf, capolavoro di Fritz Lang del 1931, e lo faremo insieme alle donne che lui deciderà di portare nell’antro oscuro della paura, la segretaria Sheila, la pittrice Barbara e l’attrice teatrale Cecilia. Più che un giallo o un thriller tradizionale, Rorret può essere considerato un elegante noir con un interessante substrato intellettuale di tipo cinefilo, in quanto il regista, anche importante critico cinematografico, si diverte a rigirare di sua mano ed a proiettare sullo schermo del Peeping Tom sequenze de L’Altro Uomo (1951), Il delitto Perfetto (1954) e Psyco (1960) di Alfred Hitchcock, ed anche de L’Occhio che Uccide di Michael Powell (1960), il cui titolo originale è proprio Peeping Tom, che, per altro, è la definizione inglese del termine voyeur. Rorret ha un problema ancestrale con la paura, cerca di vincerlo a modo suo, ed apre un cinema dove si proiettano solo film horror chiamandolo Peeping Tom, dove lui fa ogni sera il guardone. Insomma, una struttura ad incastri che senza un minimo di cultura cinefila sarebbe impossibile apprezzare fino in fondo.
Rorret è meta cinema dentro a un cinema, come lo era stato solo due anni prima, anche se in maniera differente, Dèmoni di Lamberto Bava, ma è anche meta teatro che viene rappresentato su un palco dietro lo schermo cinematografico. È un’operazione davvero affascinante, che non può non colpire per la maestria con cui il regista, allora alle prime armi, la mette sapientemente in atto. C’è un enorme compiacimento dell’edificio cinema e della sala cinematografica in tutta la pellicola: il proprietario ama così tanto stare lì che vi costruisce la sua casa. Ma, sorpresa!, sopra il cinema c’è una vecchia chiesa sconsacrata, quindi significa che l’odierna sala un tempo era la cripta sottostante, ed infatti ha ancora gli affreschi dei santi alle pareti, nascosti da pesanti tendaggi (curiosità: l’ex Cineclub Labirinto era effettivamente ospitato nel sotterraneo dell’adiacente chiesa di san Gioacchino in Prati). Il Peeping Tom è “cripta, teatro, cinema e casa”, e tutti questi aspetti albergano anche nella personalità del nostro affascinante e controverso protagonista. Bisognerebbe scrivere un saggio su un’opera così complessa e stratificata, nata dalla mente dello stesso Wetzl e di Enzo Capua.
Joseph porta le ragazze con cui esce in luoghi che possano suscitare la loro paura, di cui lui sembra abbeverarsi. Emblematica la lunga sequenza girata al luna park dell’EUR a Roma, realmente allucinatoria, che immagino sarebbe stata molto coinvolgente anche oggigiorno realizzata in 3D, con Rorret e Sheila sulle montagne russe, dove lui sembra quasi svenire dal terrore. La parte successiva, girata all’interno della casa degli orrori, mi ha ricordato a tratti le atmosfere di un grande classico horror dell’epoca, il Tunnel dell’Orrore di Tobe Hooper del 1981.
Di notevole valore anche la colonna sonora, che contiene, tra gli altri, alcuni pezzi del compositore Ferruccio Busoni, mentre i titoli di coda scorrono sulle mote dell’Otello di Verdi cantato da Plácido Domingo. Certo, a tratti la visione rischia di arenarsi a causa dell’eccessiva lentezza dei ritmi e del buio che normalmente regna sovrano, ma bisogna andare a fondo, capire la metafisica introspezione di quest’opera, che riproduce in immagini lo stato d’animo del protagonista, come una sorta di viaggio all’interno della sua mente guasta, corrotta da qualcosa che non gli ha mai permesso di vivere una vita normale, come tutti gli altri.
Il cast è decisamente interessante ed all’altezza del difficile compito che Wetzl gli assegna. Nel ruolo di Rorret troviamo l’attore svedese Lou Castel, che esordisce in Italia negli Anni Sessanta diretto da grandi nomi come Luchino Visconti, Marco Bellocchio, Damiano Damiani, Liliana Cavani, Umberto Lenzi. Interprete giustissimo per la parte, Castel ci consegna un protagonista a metà tra l’inquietante ed il commiserevole, che ha dei tratti quasi autistici, eppure in grado, non si sa come, di suscitare le fantasie delle donne che incontra, che gli danno subito la più totale fiducia. L’attore recita in italiano con la sua cadenza, non è stato doppiato, e questo particolareggia ancora di più il suo personaggio. Altro fulcro maschile del film, nel ruolo di Carlo, è il salernitano Massimo Venturiello, accanto al quale troviamo l’attrice romana Enrica Rosso nel ruolo dell’inquieta ma perspicace fidanzata Sara. Una delle donne corteggiate, se così si può dire, da Rorret, la pittrice Barbara Liegi, è interpretata dalla brava Anna Galiena, che aveva esordito pochi anni prima, nel 1985, nel cult thriller di Carlo Vanzina Sotto il Vestito Niente, per poi continuare nel genere nel 1987, in Caramelle da uno Sconosciuto di Franco Ferrini, regista e storico sceneggiatore di Dario Argento. Barbara è una donna indipendente e forte, dalla personalità prorompente, ma proprio la sua eccessiva fiducia in se stessa la porterà a commettere più di un passo falso. Nel ruolo dell’attrice Cecilia troviamo la milanese Patrizia Punzo, al suo debutto nel cinema, con una lunga carriera in teatro ed in televisione, che al cinema lavorerà con nomi quali Silvio Soldini, Marco Bellocchio e Marco Tullio Giordana, ma che per noi horror dipendenti resterà sempre la mamma del motociclista Claudio nel capolavoro di Michele Soavi Dellamorte Dellamore (1994). Qui interpreta una donna introversa, fragile, che fa del teatro la sua essenza, e proprio per questo suo carattere, se vogliamo, affine al suo, Rorret stabilirà con lei un’intesa particolare, diversa che con tutte le precedenti. In alcuni cammei troviamo gli attori Pino Quartullo, Marco Giallini e Sebastiano Somma. Insomma, un cast di tutto rispetto per un’opera prima, che non poteva che segnarla in positivo.
In Rorret Wetzl porta all’estremo il connubio, quasi simbiotico, tra arte e vita che ogni regista dovrebbe vivere, ed è quindi una sorta di esperimento autobiografico, ovviamente declinato in chiave thriller. Rorret è un continuo corto circuito tra realtà e finzione, cinematografica e teatrale, che riesce bene a far crescere man mano la suspense, fino al finale che tiene letteralmente lo spettatore col fiato sospeso, mischiando elementi del gotico più puro (la cripta coi corpi nascosti) a flashback inquietanti della vita di Joseph (lui da piccolo) e di Cecilia (una rappresentazione dell’Otello shakespeariano finita in tragedia). L’opera prima di Wetzl è quindi un’elegia sulla Paura, quella che ci spinge a chiudersi al buio per vedere un film horror, della quale, una volta scopertala ed assaporatala, non possiamo più fare a meno: Joseph Rorret ama la paura, la corteggia nelle donne che sceglie dopo aver guardato le loro emozioni in sala, il suo desiderio per loro si nutre della loro paura, non gli interessano i sorrisi, le moine, parrebbe nemmeno il sesso, quello che lo eccita maggiormente è vedere il terrore nei loro occhi. Nel tormento interiore del suo protagonista, Wetzl pone la vertigine insondabile di chi si trova ad ammirare dentro il baratro della paura, che lo immobilizza ma lo affascina al tempo stesso, sempre con un piede sul precipizio, pur conoscendone bene i rischi, ma quasi ammaliato, ipnotizzato, dalla dolcezza del panico, del terrore. Alla fine del film tutte le barriere tra spettatore ed opera crollano, e resta solo il messaggio dell’Arte pura che si fa Vita, per una vita dedicata quasi esclusivamente alla rappresentazione, alla visione ed all’ammirazione di quell’arte stessa.
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edfilm
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lunedì 8 luglio 2024
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la nuova dimensione del terror e il magnetismo del cinema
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Fai molta attenzione, questo è uno di quei rari film al contrario che racconta l’esistenza di una nuova dimensione, priva di spazio e tempo ma pervasa da quel forte magnetismo che ti costringe a scendere quella scala ad L, fin sotto sotto la chiesa del Peeping Tom, per intrappolarti dietro al sipario di Mr Rorret. Lì potrai solo restare comodamente seduto sul divano del protagonista a scoprire il suo terribile segreto, senza più la possibilità di fare ritorno negli spazi della materia e nei luoghi dove il tempo scorre, ormai nella prigione di quel terrore riflesso che non deriva dagli omicidi, dalla morte ma dalla terribile conoscenza di un’altra dimensione, contenuta in questa pellicola che sembra proprio voler tagliare i polsi, non tanto a Joseph Rorret, quanto al cinema stesso.
[+] tagliare i polsi al cinema
(di fulviowetzl)
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nuovissimo millefilm
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giovedì 18 aprile 2024
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mr. rorret ad altezza d'' uomo
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Il signor Rorret è il proprietario di un cinema che programma esclusivamente film dell' orrore. Ed è affascinato dagli effetti che queste opere provocano sugli spettatori che egli spia di nascosto. Ogni volta sceglie uno del pubblico (meglio se è una spettatrice) , lo segue e poi lo uccide. Una delle più crudeli e inquietanti analisi della solitudine e di quella passione del vedere, quel sostanziale voyeurismo che contraddistingue lo spettacolo cinematografico e televisivo. Metafora del cinema , crudele e angosciante che punta l' indice sul desiderio sadico di dominare la realtà con lo sguardo e di vedere tutto, fino al limite estremo di vedere la morte al lavoro.
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Il signor Rorret è il proprietario di un cinema che programma esclusivamente film dell' orrore. Ed è affascinato dagli effetti che queste opere provocano sugli spettatori che egli spia di nascosto. Ogni volta sceglie uno del pubblico (meglio se è una spettatrice) , lo segue e poi lo uccide. Una delle più crudeli e inquietanti analisi della solitudine e di quella passione del vedere, quel sostanziale voyeurismo che contraddistingue lo spettacolo cinematografico e televisivo. Metafora del cinema , crudele e angosciante che punta l' indice sul desiderio sadico di dominare la realtà con lo sguardo e di vedere tutto, fino al limite estremo di vedere la morte al lavoro. Il regista Fulvio Weltz , sembra affermare che il cinema non è solo voyeurismo ma anche pulsione necrofilia. La pellicola è uno strumento per immobilizzare la vita , ma naturalmente, immobilizzare significa uccidere. In questo senso "Mr. Rorret" è tra le più inquietanti riflessioni che il cinema (insieme a "L' occhio che uccide") abbia mai proposto sul desiderio di morte che nutre ogni passione cinefilia a, e in generale quell' ossessione dello sguardo che sta alla base della fruizione dello spettacolo cinematografico. Nel cast troviamo, Lou Castel, Anna Galiena, Massimo Venturello . Anno di produzione 1988.
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skovatzo
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sabato 1 giugno 2024
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l''occhio col preservativo
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Rorret, come Pirata Cult Movie di Paolo Ricagno e Pathos di Piccio Raffanini, rappresenta per me un Sacro Graal da quando avevo 14 anni, lessi su TV Sorrisi e Canzoni che l'avrebero trasmesso a tardissima ora su qualche oscura TV privata, programmai il videoregistratore ma per qualche motivo non partì e da allora fu il nulla. Cercai e ricercai, ma niente. Immaginate l'emozione di averlo trovato e di poter interloquire amabilmente col regista. Rorret è un film "ad incastro", una sorta di gioco di scatole cinesi dello sguardo. Si basa interamente sul tema della scopofilia dell'altrove comunistissimo Lou Castel, qui sofisticatissimo nella visione come impacciato e goffo nella vita reale (il rollercoaster.
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Rorret, come Pirata Cult Movie di Paolo Ricagno e Pathos di Piccio Raffanini, rappresenta per me un Sacro Graal da quando avevo 14 anni, lessi su TV Sorrisi e Canzoni che l'avrebero trasmesso a tardissima ora su qualche oscura TV privata, programmai il videoregistratore ma per qualche motivo non partì e da allora fu il nulla. Cercai e ricercai, ma niente. Immaginate l'emozione di averlo trovato e di poter interloquire amabilmente col regista. Rorret è un film "ad incastro", una sorta di gioco di scatole cinesi dello sguardo. Si basa interamente sul tema della scopofilia dell'altrove comunistissimo Lou Castel, qui sofisticatissimo nella visione come impacciato e goffo nella vita reale (il rollercoaster.....) e con una volutamente noiosissima voce monocorde con la quale però inspiegabilmente riesce a sedurre varie avventrici del Cinema da lui gestito, la visione come contrario forse anche sessuale dell'azione (il gioco di parole del titolo "al contrario" non è un calembour casuale), Mr Rorret che vive dietro lo schermo del Cinema (dietro, la viltà ma anche il potere predatorio di vedere non essendo visto.....) osserva gli spettatori da dietro lo schermo, il Cinema che non a caso si chiama cinefilìacamente "Peeping Tom", ma non vuole essere osservato (comunica, e addirittura assume, solo per telefono colui che diventerà il gestore della sala, così come la sua prima vittima.....), quindi ricapitolando, il tema è quello non già del guardare, ma del "guardare il guardare", l'imitazione (dell'imitazione? del resto anche il regista Wetzl "imita" rigirandola a modo suo per il film la scena della doccia di Psyco....), il meccanismo "tecnico" del terrore (vero o finto, che è la sola cosa che importa a Rorret, prendete la donna che è terrorizzata dal terrore "visto" - il film horror al Cinema- ma non è per niente spaventata da quello esperito - il tunnel degli orrori al luna park-...). Il Cinema dove si nasconde Rorret, chiamato cinefilìacamente Peeping Tom, è una chiesa sconsacrata con tanto di angeli ancora affrescati alle pareti e cripta sulla quale non spoilero, e in esso avviene una "triangolazione" dell'occhio che sfocia nel Gran Cinema: Mr Rorret col suo binocolo (estensione/sostituzione peniena come la motosega di Leatherface - film che più lontano non si potrebbe?) spia (e uno) una giovane Anna Galiena (e due) che guarda sullo schermo un film in cui un assassino riprende con una cinepresa (e tre) la sua vittima. Puro virtuosismo, chapeau. Variety ha definito questo film un film fatto DA cinefili PER cinefili. Io aggiungerei INTERPRETATO da cinefili nel RUOLO di cinefili. è un gioco di specchi raffinato, e che con la sua pellicola sgranata e non restaurata mi ha ricordato un tempo eroico in cui il cinema te lo dovevi sudare, non bastava, come oggi, una Black Magic comprata dal papà e un amico con Da Vinci e puoi dire di aver fatto mille lungometraggi quando in realtà non ne hai girato nemmeno uno: queesto film profuma invece di comunicazione di inizio riprese al Ministero, depositi della sceneggiatura in SIAE, marche da bollo, sceneggiature rimaneggiate ( su "Sorrisi" lo trovai con lo strano titolo nonsense "Mr Rorret Ad Altezza D'Uomo" (!?), lo stesso regista mi raccontò che il film fu finanziato dal Ministero del Turismo e dello Spettacolo e da Rai Uno. Quando presentò la domanda di finanziamento al Ministero, mandando la sceneggiatura di Rorret, aggiunse il titolo "ad Altezza Duomo", che era un'altra sceneggiatura riguardante un addetto al tabellone luminoso del palazzo prospiciente al Duomo di Milano, abituato anch'egli a spiare i passanti col binocolo (tema che ritorna) , e una sera si accorge che una ragazza è pericolosamente sull'apica accanto alla Madonnina pronta a suicidarsi, il tutto per offrire al Ministero e a Rai Cinema una doppia scelta, e avere più opportunità di entrare in produzione......oltretutto so che sono circolate rarissime copie in VHS del film con in copertina il bellissimo volto di Cinzia Monreale in "L'Aldilà" di Lucio Fulci (ma cosa c'entra????), altro che i filmmakers di adesso che se la cantano e se la suonano da soli e guai a chi li tocca). Comunque, film che va visto, non fosse altro che per la riflessione psicologica sul concetto di eccitazione e attrazione verso il terrore, che affligge il, protagonista forse per un trauma infantile legato al terrore stesso che lui cerca di ricreare per colmare un deficit sociale, e per simpatiche chicche (la presenza di un giovane Marco Giallini e di Raffaella Baracchi - sì, proprio la ex "Signora Bene"), è metacinema, metateatro, non si può gridare al capolavoro ma è un film molto "pensato" e curioso, ideale da vedere nel buio assoluto (come l'utero di una sala cinematografica) in quelle ore in cui la notte inizia a farsi mattino......se lo avessi visto al cinema, sono certo che, tornando a casa, passeggiando nel buio, avrei avuto l'impressione che qualcuno, di nascosto, mi stesse osservando............
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davidecancila
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domenica 16 giugno 2024
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la ricerca della paura tramite varie forme d''arte
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Quante volte ci è capitato di viaggiare con la fantasia sui film che amiamo? Magari immaginando di farne parte, entrandoci dentro?
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Quante volte ci è capitato di viaggiare con la fantasia sui film che amiamo? Magari immaginando di farne parte, entrandoci dentro?
“Rorret”, senza utilizzare effetti speciali, ma con l’ausilio di precisi e mai casuali movimenti di macchina, sposta lo sguardo dello spettatore dentro e fuori il fotogramma e letteralmente dentro e fuori il cinema sia nel senso di arte che di luogo dove avvengono le proiezioni.
Joseph Rorret è un tipo eccentrico, non è avvezzo al contatto con le persone, parla tramite il telefono con i suoi dipendenti, dai quali preferisce non essere visto, è impacciato ma ha una mente affascinante, fervida e affamata di forti emozioni, in particolare in costante ricerca della paura.
Joseph Rorret ama il cinema. Lo ama così tanto da possederne uno, il “Peeping Tom”, dentro il quale addirittura vive, in una stanza posta dietro lo schermo, all’intero di una struttura che era originariamente la cripta di una chiesa ormai sconsacrata.
Cripta-teatro-cinema-casa, come viene più volte detto. Un unicum di luoghi che fondono le loro funzioni per il protagonista.
Tutti luoghi tanto di culto che di spettacolo (la messa è considerata una delle forme più antiche di spettacolo, con tanto di struttura divisa in atti e un pubblico che ne fruisce)
Joseph osserva i film dall’altra parte dello schermo, e da questa posizione osserva anche gli spettatori, cercando donne con le reazioni più genuine o partecipi.
Le avvicina, le seduce e conduce assieme a loro una personale ricerca della paura attraverso varie forme di arte e intrattenimento, via via sempre più elaborate e più intime.
Si inizia con Sheila, che si spaventa durante la visione di una geniale riproposizione della più famosa scena della doccia della storia del cinema, con cui si reca in un Luna Park, in cui attrazioni come l’ottovolante (usato già come termine di paragone per la rappresentazione della paura nel cinema horror, che deve portare fino a un centro limite ma avere una “sicura”) e una casa degli orrori scatenano l’agognata paura in modo molto fisico e diretto senza l’ausilio di particolari processi intellettivi.
Dopo la forte emozione le pulsioni del protagonista diventano incontrollate, e finisce per strangolare la donna.
È poi un binocolo il mezzo con cui nel buio della sala scorge Barbara, intenta a fotografare momenti salienti della reinterpretazione de “L’occhio che uccide” che da nome alla sala; questa volta il personaggio è più controverso, si tratta di un’artista, che usa le foto come modello per dipingere i suoi quadri dai soggetti tormentati.
La ricerca si raffina, si passa ad un piano più ricercato e cerebrale; Barbara sembra tenere testa a Rorret, diventando la prima donna ad entrare all’interno della sua abitazione, dove lei inizia a decifrarne la figura, ma senza riuscire però a carpirne in tempo la natura intrinseca e finendo anche lei uccisa dal serial killer.
Il teatro è l’approdo finale del viaggio del nostro protagonista, trascinato da Cecilia (già incrociata brevemente durante l’inseguimento della prima vittima) notata mentre cerca di immedesimarsi nelle forti emozioni rappresentate nella famosa scena rivisitata di un altro grande classico.
Stavolta Rorret, come a preannunciare la fine della sua ricerca, si presenta con il suo vero nome, inizia a venire fuori “dal film” mettendo da parte i personaggi, e grazie agli esercizi estremi di immedesimazione di Cecilia, porterà alla luce un suo ricordo d’infanzia di un’incosciente gioco e un ricordo fittizio e drammaticamente suggestivo, ricreato dall’attrice che si appropria letteralmente della scena.
Sarà proprio una sorta di rappresentazione teatrale il punto di arrivo in cui lo spazio cinematografico e narrativo cessano di alternarsi e diventano tutt’uno.
Casa-cinema-teatro-cripta.
Viene alzato lo schermo/sipario, finalmente Rorret è allo scoperto ed lui a diventare protagonista per gli spettatori nella sua sala, e davanti a loro finisce ucciso da Cecilia, che si rivelerà più simile a lui di quanto lei potesse immaginare.
E finisce qui il viaggio, sotto sguardi increduli e quasi annoiati, salvo poi realizzare che quella a cui stanno assistendo non è solo una messa in scena.
Solo un bambino, nonostante la madre cerchi di distrarlo, continuerà a fissare la scena turbato, ma al tempo stesso affascinato, con un entusiasmo nello sguardo che ci ricorda perché ci piace ricercare la paura.
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