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francesco2
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domenica 19 gennaio 2025
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come sopra
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Sarebbe -troppo?- facile liquidare "Il maratoneta" come film di genere , con un poco di retorica anti-nazista, fatta oltretutto negli anni in cui naseceva chi mi scrive; il che , potenzialmente, mi penalizza nella comprensione anche di altri film che risalgono a quel periodo "-I tre giorni del condor" ecc.
In realtà, se riflettiamo un attimo, il protagonista è solo, isolato(si?) sin dall'inizio tramite uno sport, la corsa, che non implica alcun contatto sociale. E' esattamente la dimensione in cui Hoffman ritorna dopo tute le vicissitudini -mi limito a chiamarle cosi....
Allora, è come se il regista volesse lanciarsi un messaggio: il cittadino che si illuda di cambiare le cose, oltre ai travagli che attraversa, è condannato in partenza ad un ritorno nella sua dimensione auto-isolata, in cui persino lo sport non assume una dimensione collettiva.
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Sarebbe -troppo?- facile liquidare "Il maratoneta" come film di genere , con un poco di retorica anti-nazista, fatta oltretutto negli anni in cui naseceva chi mi scrive; il che , potenzialmente, mi penalizza nella comprensione anche di altri film che risalgono a quel periodo "-I tre giorni del condor" ecc.
In realtà, se riflettiamo un attimo, il protagonista è solo, isolato(si?) sin dall'inizio tramite uno sport, la corsa, che non implica alcun contatto sociale. E' esattamente la dimensione in cui Hoffman ritorna dopo tute le vicissitudini -mi limito a chiamarle cosi....
Allora, è come se il regista volesse lanciarsi un messaggio: il cittadino che si illuda di cambiare le cose, oltre ai travagli che attraversa, è condannato in partenza ad un ritorno nella sua dimensione auto-isolata, in cui persino lo sport non assume una dimensione collettiva.
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francesco2
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domenica 19 gennaio 2025
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buon film (ed io torno su mymovies)
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Sarebbe -troppo?- facile liquidare "Il maratoneta" come film di genere , co un poco di retorica anti-nazista, fatta oltretutto negli anni in cui naseceva chi mi scrive; il che , potenzialmente, mi penalizza nella comprensione anche di altri film che risalgono a quel periodo "-I tre giorni del condor" ecc.
In realtà, se riflettiamo un attimo, il protagonista è solo, isolato(si?) sin dall'inizio tramite uno sport, la corsa, che non implica alcun contatto sociale. E' esattamente la dimensione in cui Hoffman ritorna dopo tute le vicissitudini -mi limito a chiamarle cosi....
Allora, è come se il regista volesse lanciarsi un messaggio: il cittadino che si illuda di cambiare le cose, oltre ai travagli che attraversa, è condannato in partenza ad un ritorno nella sua dimensione auto-isolata, in cui persino lo sport non assume una dimensione collettiva.
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Sarebbe -troppo?- facile liquidare "Il maratoneta" come film di genere , co un poco di retorica anti-nazista, fatta oltretutto negli anni in cui naseceva chi mi scrive; il che , potenzialmente, mi penalizza nella comprensione anche di altri film che risalgono a quel periodo "-I tre giorni del condor" ecc.
In realtà, se riflettiamo un attimo, il protagonista è solo, isolato(si?) sin dall'inizio tramite uno sport, la corsa, che non implica alcun contatto sociale. E' esattamente la dimensione in cui Hoffman ritorna dopo tute le vicissitudini -mi limito a chiamarle cosi....
Allora, è come se il regista volesse lanciarsi un messaggio: il cittadino che si illuda di cambiare le cose, oltre ai travagli che attraversa, è condannato in partenza ad un ritorno nella sua dimensione auto-isolata, in cui persino lo sport non assume una dimensione collettiva.
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eugen
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mercoledì 21 agosto 2024
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grande film, anche per i risvolti storici
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Cuando se consuderaa"MarathonMan"(1976, director de pelicula John Schlesinger, escneario de William Goldman, autor de la novela de basis para la peicula), se dee clartiamente consderar la perfecta alternansia de intensificacion y caida de la tension(suspense), la perfecta interprtacion actoral(Naturalmente sea Hoffman sea el antagonista Olivier, pero tambien Shcider, en el papel del hermano de Hoffman y la Keller, al menos..)pero tambien el contexto histirico.cultural: en el ano 1976 la porlbmatica del nacismo y de espionses de la ex.SS es todavia acturla como lo era el pelicgro que llegaba del fanatico anticomunismo de Jospeh Mc Carthy, que no se muerio'con le dicho senator y tampoco no se murio' en el mismo anto 1976 o despues.
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Cuando se consuderaa"MarathonMan"(1976, director de pelicula John Schlesinger, escneario de William Goldman, autor de la novela de basis para la peicula), se dee clartiamente consderar la perfecta alternansia de intensificacion y caida de la tension(suspense), la perfecta interprtacion actoral(Naturalmente sea Hoffman sea el antagonista Olivier, pero tambien Shcider, en el papel del hermano de Hoffman y la Keller, al menos..)pero tambien el contexto histirico.cultural: en el ano 1976 la porlbmatica del nacismo y de espionses de la ex.SS es todavia acturla como lo era el pelicgro que llegaba del fanatico anticomunismo de Jospeh Mc Carthy, que no se muerio'con le dicho senator y tampoco no se murio' en el mismo anto 1976 o despues.... Eugen
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amalia
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martedì 20 agosto 2024
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avvincente
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indipendentemente da tutto. intrigante AVVINCENTE ottima sceneggiatura, regia, recitazione....eccelllente " la fine ...dei diamanti " !
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luca scialo
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martedì 9 maggio 2023
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storia avvincente ma appesantita
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Tratto dal romanzo di William Goldman, autore anche della sceneggiatura, questo Thriller di John Schlesinger avrebbe tutte le carte in regola per essere un film avvincente. Ma viene appesantito da un ritmo lento e una lavorazione non proprio eccelsa. Sprecati anche gli attori protagonisti, che non mancano comunque di sfoggiare la loro bravura.
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giovanni morandi
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sabato 1 ottobre 2022
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"è sicuro ?" giovanni morandi
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Il maratoneta (1976)
Uno dei thriller più famosi degli anni ‘70, diretto da un John Schlesinger in gran forma che adopera al meglio la classe cristallina di due leoni del grande schermo quali Dustin Hoffman e Sir Laurence Olivier. Senza dimenticare la Keller e Roy Scheider a supporto. Fotografato dal grande Conrad Hall, Il maratoneta è un film tesissimo, con scene di tortura quasi insopportabili, ma avvincente nella trama. E poi con quegli attori…La Keller ottiene la candidatura ai Golden Globe come miglior attrice non protagonista.
Olivier Oscar attore non protagonista.
Purtroppo Laurence fatico' non poco a portare a conclusione la sua parte, per un tumore in fase avanzata.
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Il maratoneta (1976)
Uno dei thriller più famosi degli anni ‘70, diretto da un John Schlesinger in gran forma che adopera al meglio la classe cristallina di due leoni del grande schermo quali Dustin Hoffman e Sir Laurence Olivier. Senza dimenticare la Keller e Roy Scheider a supporto. Fotografato dal grande Conrad Hall, Il maratoneta è un film tesissimo, con scene di tortura quasi insopportabili, ma avvincente nella trama. E poi con quegli attori…La Keller ottiene la candidatura ai Golden Globe come miglior attrice non protagonista.
Olivier Oscar attore non protagonista.
Purtroppo Laurence fatico' non poco a portare a conclusione la sua parte, per un tumore in fase avanzata.
La scena della tortura è passata alla storia, chi l'ha vista, difficilmente la scordera'. Le "cure" dentali a cui è sottoposto Babe Levy (Hoffman) dal nazista Szel (Olivier), alternando le ferite ai nervi dentali, al piccolo sollievo ottenuto con 'i fiori di garofano' è difficile dimenticarla.
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great steven
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lunedì 4 febbraio 2019
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con la pistola in pugno contro i cospiranti.
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IL MARATONETA (USA, 1976) diretto da JOHN SCHLESINGER. Interpretato da DUSTIN HOFFMAN, LAURENCE OLIVIER, ROY SCHEIDER, WILLIAM DEVANE, MARTHE KELLER, LOU JACOBI, FRITZ WEAVER
Babe Levy è uno studente universitario di storia ebreo, appassionato della corsa, che prepara la tesi sulle ingiustizie perpetrate anni addietro dal senatore Joseph McCarthy (di cui fu vittima anche suo padre, uomo molto in vista) e si allena per la maratona, siccome è appassionato di corsa. Ha un fratello, Doc, che effettua, a sua insaputa, un doppio gioco avvalendosi di una società che copre le sue azioni fra una società militaresca segreta e gruppi di nazisti ricercati dalle polizie internazionali.
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IL MARATONETA (USA, 1976) diretto da JOHN SCHLESINGER. Interpretato da DUSTIN HOFFMAN, LAURENCE OLIVIER, ROY SCHEIDER, WILLIAM DEVANE, MARTHE KELLER, LOU JACOBI, FRITZ WEAVER
Babe Levy è uno studente universitario di storia ebreo, appassionato della corsa, che prepara la tesi sulle ingiustizie perpetrate anni addietro dal senatore Joseph McCarthy (di cui fu vittima anche suo padre, uomo molto in vista) e si allena per la maratona, siccome è appassionato di corsa. Ha un fratello, Doc, che effettua, a sua insaputa, un doppio gioco avvalendosi di una società che copre le sue azioni fra una società militaresca segreta e gruppi di nazisti ricercati dalle polizie internazionali. Proprio quando, in un incidente stradale, muoiono contemporaneamente un vecchio ebreo e un suo coetaneo che custodiva in automobile una cassetta di diamanti, Doc si assume un incarico a Parigi e scampa per poco a un attentato. Raggiunge Babe a New York, il quale gli presenta Elsa Opel, una ragazza conosciuta nella biblioteca dell’università di cui lo studente s’è innamorato, ma in cui suo fratello presagisce puzzo di spia infiltratasi nella rete. Il ritorno dall’Uruguay di un potente criminale di guerra nazista, Christian Szell, comporta l’omicidio per mano sua di Doc e l’ingresso involontario di Babe nelle vicende in cui il defunto congiunto era implicato. Braccato sia dalla Divisione, che fa riferimento a Peter Janeway, e all’altro capo da Szell, Babe è costretto a collaborare, ma presto si ritrova torturato e, quando si capisce che non sa niente di utile alla causa dei malavitosi, rischia di passare a miglior vita, ma si salva grazie alle sue doti di maratoneta. Dopodiché, ospite di vicini portoricani che lo deridono, ma che stavolta decidono di aiutarlo, si mette ad indagare sul traffico di diamanti e scopre l’effettiva complicità di Elsa nel malaffare. Alla vigilia della resa dei conti, nella casa campestre del fratello di Szell, Janeway uccide Elsa e muore a sua volta per mano di Babe. Scovato Szell per le strade di New York, Babe si arma di pistola e lo costringe, dentro un idroscalo, a inghiottire uno per uno i suoi diamanti, finché non si scatena un duello mortale in cui l’ex gerarca nazista non si ammazza da sé, trafitto dalla lama retrattile del suo coltello nascosto nella manica della camicia. Compiuto il proprio riscatto, Babe lancia la pistola oltre la rete nell’Oceano Atlantico. Diretto con sapienza un po’ accademica e qualche effettismo, basato su una sceneggiatura di William Goldman (da un proprio romanzo) che è una fantasia ebraica di vendetta, sembra che voglia esprimere la sua opinione sul nazismo, la libertà e il maccartismo, ma si rivela presto un thriller efficace con un finale discutibile. L’interpretazione del timido e introverso accademico di Hoffman, in grado tuttavia di risvegliarsi e sollevare un ghigno temerario dal proprio volto, fa da perfetto contraltare alla cattiveria indemoniata e al carisma palpabile di Olivier, mai pentitosi delle proprie sciaguratezze e anzi sulla via del ritorno per ritemprare la sua crudeltà. Quanto al resto del cast, non deludono le prove di Scheider (uomo d’azione pittoresco come un James Bond in seconda linea), Devane (comandante furbo e iracondo di un’organizzazione che ramifica delinquenti in tutto il globo e li rintraccia per negoziarvi o per trarli in trappola) e Keller (dolce e maliarda in superficie, in realtà coinvolta a pieno titolo in un pericoloso domino di cui quasi non pare consapevole). Schlesinger, già regista al servizio di Hoffman nell’eccezionale Un uomo da marciapiede (1969), dirotta l’attenzione dapprima dalla suspense per condurla sugli attori e poi ve la riconduce nei momenti culminanti peccando talvolta di cariche troppo pompate di violenza o tempi illogici, ma senza mai mancare l’obiettivo con l’occhio d’un padrone della macchina da presa che conosce la sua materia narrativa, non ragiona per accumuli e punta sì a spaventare lo spettatore, evitando però di ricattarlo. Stupende viste delle strade pomeridiane newyorkesi poco prima del crepuscolo, alternate ai rarefatti paesaggi francesi e sudamericani che comunque costituiscono un’integrante brano che muove la sinfonia e armonizza il racconto sul colorito affilato del dramma. Riferimenti funzionali a un passato dove gli USA hanno avuto in parte ragione e in parte torto marcio, pertanto non assolve né colpevolizza indiscriminatamente, ma lancia appelli allarmanti su cui regolarsi per i comportamenti futuri. L’aspetto spettrale degli ambienti si allinea al continuo gioco di rimando fra Bene tramontante e Male oscuro. Passata ad antologia la scena del dentista.
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elgatoloco
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domenica 11 novembre 2018
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solida sceneggiatura, film importante
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Quando c'era una sceneggiatura notevole(qui di William Goldman, dal suo romanzo), John Schlesinger, autore anche di"Midnight Cowboy"(1969)riesce al meglio e questo"Marathon Man"ne è la dimostrazione forse migliore, comunque certamente tra le migliori. Thriller eccelso, con tra grandi interpreti(Dustin Hoffman, studente di storia che persegue la volontà di riabilitare con la sua tesi il padre, caduto in disgrazia con il maccartismo, Roy Scheider, fratello del primo e coinvolto in una professione ai margini dello spionaggio, Laurence Olivier, dentista nazista, sorta di seguace-continuatore di Mengele, ma anche Marthe Keller, che non è il"quarto incomodo", ma arricchisce il terzetto con la sua collocazione ambigua e "indecifrabile"), "Marathon Man"ci mostra il "passato che non passa"in modo inedito, con un'ambientazione decisamente post-bellica, dove il personaggio"Babe"Levy con il suo inesorabile climax, che comunuqe non raggiunge mai la violenza pura, ma la giusta reazione all'orrore, emblematizza quanto è ancora possibile fare per una Resistenza che sia veramente segno di"alterità"rispetto a un passato che è condannato dalla storia ma non si rassegna ad abdicare al proprio ruolo, si colloca in una vicenda fosca fin dall'inizio(bellissimo lo scontro tra due macchine con due guidatori anch'essi simboli di due concezioni opposte del mondo), scandita da una suspense che il personaggio dello studente-maratoneta simboleggia benissimo.
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Quando c'era una sceneggiatura notevole(qui di William Goldman, dal suo romanzo), John Schlesinger, autore anche di"Midnight Cowboy"(1969)riesce al meglio e questo"Marathon Man"ne è la dimostrazione forse migliore, comunque certamente tra le migliori. Thriller eccelso, con tra grandi interpreti(Dustin Hoffman, studente di storia che persegue la volontà di riabilitare con la sua tesi il padre, caduto in disgrazia con il maccartismo, Roy Scheider, fratello del primo e coinvolto in una professione ai margini dello spionaggio, Laurence Olivier, dentista nazista, sorta di seguace-continuatore di Mengele, ma anche Marthe Keller, che non è il"quarto incomodo", ma arricchisce il terzetto con la sua collocazione ambigua e "indecifrabile"), "Marathon Man"ci mostra il "passato che non passa"in modo inedito, con un'ambientazione decisamente post-bellica, dove il personaggio"Babe"Levy con il suo inesorabile climax, che comunuqe non raggiunge mai la violenza pura, ma la giusta reazione all'orrore, emblematizza quanto è ancora possibile fare per una Resistenza che sia veramente segno di"alterità"rispetto a un passato che è condannato dalla storia ma non si rassegna ad abdicare al proprio ruolo, si colloca in una vicenda fosca fin dall'inizio(bellissimo lo scontro tra due macchine con due guidatori anch'essi simboli di due concezioni opposte del mondo), scandita da una suspense che il personaggio dello studente-maratoneta simboleggia benissimo. Una di quelle opere filmiche che meritano di essere riviste anche più volte, "rivistate"per cogliervi elementi che a una prima visione, distratta o meno, erano magari sfuggiti... El Gato
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paolp78
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giovedì 14 agosto 2014
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laurence olivier vale il prezzo del biglietto
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A metà tra il genere thriller e il film di spionaggio.
Ottima regia di Schlesinger che riesce a tenere alta la tensione per buona parte della pellicola, nonostante che questa risulti nel complesso troppo lunga e si perda in alcuni momenti dietro una trama poco chiara e ostinatamente intricata che alla lunga rischia di fare scemare l'attenzione dello spettatore.
La forza del film risiede principalmente nella prova degli attori. Di alto livello le interpretazioni di Hoffman e Scheider, bravi anche a duettare mettendo in risalto le differenze caratteriali dei due personaggi.
Su tutti si staglia però il grande Laurence Olivier. Numerose le perle di autentica arte recitativa: tra le altre la scena dentro la banca, dopo l'apertura della cassetta di surezza; quella arcifamosa della tortura odontoiatrica; quella con il gioielliere americano che gli fa saltare i nervi.
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A metà tra il genere thriller e il film di spionaggio.
Ottima regia di Schlesinger che riesce a tenere alta la tensione per buona parte della pellicola, nonostante che questa risulti nel complesso troppo lunga e si perda in alcuni momenti dietro una trama poco chiara e ostinatamente intricata che alla lunga rischia di fare scemare l'attenzione dello spettatore.
La forza del film risiede principalmente nella prova degli attori. Di alto livello le interpretazioni di Hoffman e Scheider, bravi anche a duettare mettendo in risalto le differenze caratteriali dei due personaggi.
Su tutti si staglia però il grande Laurence Olivier. Numerose le perle di autentica arte recitativa: tra le altre la scena dentro la banca, dopo l'apertura della cassetta di surezza; quella arcifamosa della tortura odontoiatrica; quella con il gioielliere americano che gli fa saltare i nervi.
Apprezzabile l'utilizzo di figure retoriche nella narrazione. Di noatevole effetto la sequenza in cui l'anziana donna ebrea riconosce il criminale nazista e cerca di richiamare l'attenzione della gente, chiedendo assistenza per fermarlo, ma rimanendo invece inascoltata.
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gianni lucini
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lunedì 26 settembre 2011
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tutti, quando cambia la prospettiva, sono nemici
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Tratto dall’omonimo romanzo di William Goldman, che firma anche la sceneggiatura, Il maratoneta trasporta sullo schermo una trama estremamente complicata, ricca di colpi di scena e di capovolgimenti di logica che se non opportunamente sorretti potrebbero far perdere allo spettatore il filo del racconto. Il regista John Schlesinger evita questi rischi mantenendo alto il ritmo e puntando su uno stile narrativo incalzante e teso nonostante l’utilizzo di vari flashback, utili a ricostruire il passato del protagonista e del fratello. Questi inserimenti regalano alla pellicola un gusto vagamente retrò che, soprattutto nella seconda parte, ben si sposa con le atmosfere notturne da film noir in cui si muove un sempre più determinato e incattivito Babe dopo essere sfuggito alle torture del criminale nazista Szell.
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Tratto dall’omonimo romanzo di William Goldman, che firma anche la sceneggiatura, Il maratoneta trasporta sullo schermo una trama estremamente complicata, ricca di colpi di scena e di capovolgimenti di logica che se non opportunamente sorretti potrebbero far perdere allo spettatore il filo del racconto. Il regista John Schlesinger evita questi rischi mantenendo alto il ritmo e puntando su uno stile narrativo incalzante e teso nonostante l’utilizzo di vari flashback, utili a ricostruire il passato del protagonista e del fratello. Questi inserimenti regalano alla pellicola un gusto vagamente retrò che, soprattutto nella seconda parte, ben si sposa con le atmosfere notturne da film noir in cui si muove un sempre più determinato e incattivito Babe dopo essere sfuggito alle torture del criminale nazista Szell. A tener desta l’attenzione degli spettatori nonostante la complicazione degli eventi narrati, oltre alla superlativa interpretazione di Dustin Hoffman e di un Laurence Olivier all’altezza dei suoi momenti migliori, c’è una narrazione filmica articolata e di grande dinamicità. Nonostante la scelta di fare dell’azione e della tensione interna degli eventi l’asse portante del film il regista John Schlesinger non rinuncia a introdurre elementi e caratterizzazioni destinati ad approfondire il carattere dei personaggi e i contesti storici dai quali ciascuno proviene. Impietosa appare la critica del maccartismo sviluppata da Babe nella discussione sulla sua tesi, così come dolorosi sono i vari momenti nei quali gli ex deportati riconoscono il loro aguzzino nelle vie di una New York indifferente e lontana. La realtà disegnata dal film non è mai netta come accade nei film d’azione e neppure lineare nelle sue contraddizioni come avviene nei film di spionaggio classici alla James Bond. In Il maratoneta il nemico, il traditore e anche il sicario non sono esterni al mondo del protagonista, ma sono dentro la stessa cerchia degli affetti. Il fratello, gli amici del fratello, la ragazza che ama, tutti, quando cambia la prospettiva, diventano nemici, persecutori e freddi assassini. La belva dell’intolleranza è nascosta ogni uomo e ogni donna e l’indifferenza della gente di New York è complice della momentanea salvezza del criminale nazista. Non c’è salvezza senza capacità di reagire e quando inizia la resa dei conti non può esserci pietà per nessuno. Babe resta vivo in un mondo di morti in quello che appare come un “triste y solitario final” per parafrasare Osvaldo Soriano.
Una delle tante leggende di Hollywood racconta che Dustin Hoffman, fedele alla regola del metodo Stanislavkij imparata all’Actor’s Studio che prevede la completa identificazione psicologica tra attore e personaggio, prima di iniziare a girare questo film si sia rifugiato per settimane in assoluto isolamento in una stanza ermeticamente chiusa cibandosi solo di solo fette biscottate e acqua. Molto orgoglioso dei suoi metodi si sarebbe presentato carico di tensione sul set dove l’anziano ed esperto Laurence Olivier gli avrebbe detto: «Scusa, ma perché fai tutta questa fatica? Non potresti provare semplicemente a recitare?». Vera o falsa che sia la storia definisce in modo molto divertente l’incontro tra due scuole molto diverse e lontanissime tra loro. Dalla parte di sir Olivier c’è la tradizione classica del teatro inglese, misurata soprattutto nelle espressioni corporali e algida nella separazione tra interprete e interpretazione, mentre Hoffman è un esempio paradigmatico di una corrente rivoluzionaria del Novecento che prevede l’immedesimazione totale, psicologica e fisica, dell’attore nel personaggio. Nonostante le differenze l’integrazione tra i due è perfetta e Dustin Hoffman, stimolato dal confronto con un “mostro sacro”, regala al pubblico una delle sue migliori performance.
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