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carloalberto
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martedì 12 ottobre 2021
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sul sacrificio si taccia
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Ogni immagine di questo film è metafora del rapporto tra arte e potere, ogni parola è parte di una confessione in forma di poesia dell’autore, che, attraverso il suo alter ego, il protagonista, Jean-Pierre Léaud, il bambino prodigio di I 400 colpi di Truffaut, lacera il drappo che vela il sistema, violando il sepolcro imbiancato della società ipocrita e perbenista della sua epoca, che partorì la nostra.
Straniante ed evocativo, provocatorio e suggestivo, Porcile fece scandalo nel ’69. Oggi è semplicemente incomprensibile. Nella società totalmente omologata, come il poeta profetizzava, non c’è posto per la poesia dissacrante dei moderni miti del progresso economico e della tecnologia.
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Ogni immagine di questo film è metafora del rapporto tra arte e potere, ogni parola è parte di una confessione in forma di poesia dell’autore, che, attraverso il suo alter ego, il protagonista, Jean-Pierre Léaud, il bambino prodigio di I 400 colpi di Truffaut, lacera il drappo che vela il sistema, violando il sepolcro imbiancato della società ipocrita e perbenista della sua epoca, che partorì la nostra.
Straniante ed evocativo, provocatorio e suggestivo, Porcile fece scandalo nel ’69. Oggi è semplicemente incomprensibile. Nella società totalmente omologata, come il poeta profetizzava, non c’è posto per la poesia dissacrante dei moderni miti del progresso economico e della tecnologia. Il cinema di intrattenimento e politicamente corretto è l’unico prodotto fruibile dalle masse. Questo film oggi non si offre al consumo e forse non potrebbe essere nemmeno più prodotto. Chi oserebbe dire oggi che la Germania opulenta e capitalistica del dopoguerra è la continuazione in modi diversi di quella nazista, che è impossibile qualsiasi ribellione al sistema se non nella forma estrema del sacrificio rituale del proprio corpo, senza essere additato come pazzo o peggio. Non disturbare il manovratore è la parola d’ordine e del resto il treno in corsa nella sua fuga inarrestabile verso il futuro radioso di una crescita economica senza fine e di infiniti consumi di beni superflui non prevede ci sia un conducente e le fermate sono state abolite.
Pasolini finirà come il sue eroe, morto non morto, sospeso in un sogno, in un coma cosciente ed onirico, né obbediente, né disobbediente, nell’impossibilità di schierarsi uniformandosi al potere o al conformismo dei giovani contestatori del suo tempo, infine, vittima predestinata, si offrirà in pasto ai maiali, metaforicamente intesi come creature bestialmente primitive ed al contempo innocenti, simili a quei cannibali protagonisti della parte ambientata sulle pendici dell'Etna in un passato che potrebbe essere il medioevo o indifferentemente quello preistorico per l’assenza dei dialoghi, prima di ogni linguaggio e delle mistificazioni, cui si presta per sua natura, destinate a coprire l’essenza dei rapporti umani. E’ l’unica scelta per il poeta per sottrarsi alla porcilaia dei potenti che governano il mondo, dopo il felice connubio tra il vecchio capitalismo pseudo umanista ottocentesco e la nuova imprenditoria del novecento animata dalla esaltazione della tecnica come pura volontà di dominio.
Porcile è l’annuncio pubblico e poetico di un progetto suicidario nel quale l’autodistruzione dell’arte, come espressione sublime di una ribellione senza compromessi, si trasforma, da rassegnata consapevolezza della propria impotenza, in atto emblematico di rivolta, da non tramandare perché destabilizzante. Per questo il capitalista ex nazista, impersonato da Tognazzi, raccomanda ai contadini, che narrano, senza comprenderla, quella storia terribile, di fare silenzio, perché non si sappia che un poeta, un nuovo Cristo, si è immolato per una ancora estrema possibile redenzione-rivolta dell’Uomo contro il Potere. Anche in questo Pasolini fu profeta, il suo sacrificio in quanto tale fu taciuto e consegnato travisato alla storia come fattaccio di cronaca nera o interpretato dalle teorie del complotto come omicidio politico.
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esegeta
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giovedì 28 giugno 2012
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il racconto di uno scontro generazionale
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Questo film, insieme a "Salò", è il più attuale di Pasolini. Quello che racconta è infatti niente più che uno scontro generazionale: quello tra padri e figli.
Uno scontro però riluttante come l'indifferenza di Julian nell'episodio "borghese", segnato già in partenza da una sconfitta inevitabile (scritte su lapidi che sembrano millenarie).
Come non vedere in questo film i tristi rimandi all'attualità, con le trame dei padri e dei capitalisti (Klotz ed Herditzke) che nel perseguire cieco dei loro interessi non lasciano alcuna speranza, alcun futuro ai propri figli? Nemmeno la ribellione, come nell'emblematico episodio di Julian, al limite solamente ribrezzo, pietà e condanna (come ignorare i discorsi superficiali di chi oggi indossa ai giovani la "colpa" della loro nullafacenza?).
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Questo film, insieme a "Salò", è il più attuale di Pasolini. Quello che racconta è infatti niente più che uno scontro generazionale: quello tra padri e figli.
Uno scontro però riluttante come l'indifferenza di Julian nell'episodio "borghese", segnato già in partenza da una sconfitta inevitabile (scritte su lapidi che sembrano millenarie).
Come non vedere in questo film i tristi rimandi all'attualità, con le trame dei padri e dei capitalisti (Klotz ed Herditzke) che nel perseguire cieco dei loro interessi non lasciano alcuna speranza, alcun futuro ai propri figli? Nemmeno la ribellione, come nell'emblematico episodio di Julian, al limite solamente ribrezzo, pietà e condanna (come ignorare i discorsi superficiali di chi oggi indossa ai giovani la "colpa" della loro nullafacenza?).
Uno scontro generazionale che non si fa con parole, con confronti (mai Julian e suo padre vengono veramente in contatto), proprio perché la generazione dei figli ha già perso in partenza, è già inevitabilmente vinta dal mondo capitalista in cui sono costretti a soccombere nell'indolenza e nell'indifferenza: e questa è la nuova subdola violenza del "Potere" secondo Pasolini.
Ma c'è da segnalare come, al contrario di altri film, qua lo sguardo del regista nei confronti delle giovani vittime, dei "vinti", non ha alcuna pietà: tutto l'episodio di Julian è un'indolente e malinconica elegia, raccontato con grande raffinatezza e sensibilità, senza mai cadere nell'enfasi nei confronti dei "vinti" che spesso ha caratterizzato lo sguardo passionale di Pasolini.
Uno scontro silenzioso, come nell'episodio del cannibale; da notare che le uniche parole di quest'episodio sono quelle che dichiarano per l'appunto il parricidio.
Ed il messaggio dell'episodio rimanda anche a "Salò": l'inizio ci presenta infatti questo ragazzo affamato, ridotto a mangiare insetti e foglie. Ma se in "Salò" la società affama gli uomini per costringerli poi a mangiare i propri escrementi, qui negl gesto più ignobile del cannibalismo si cela il gesto più puro della ribellione.
Quest'episodio mostra dunque come l'unica via di fuga lasciata alle nuove generazioni sia quella della violenza, una violenza primitiva e selvaggia che verrà condannata dalla società, ma che non viene qui condannata dal regista, perché essa rappresenta le forme più autentiche della vita; non a caso al cannibale se ne uniranno altri, formando un vero e proprio nucleo sociale (come a dire che di violenza e di comunità è fatta la vera storia).
Ma anche qua, tra le pendici desolate e incenerite dell'Etna, la sconfitta è già segnata in partenza, nello sguardo dignitoso e sofferente di PIerre Clementi (il cannibale) si intravede già il destino, il fato che inevitabilmente pende sopra i gesti più naturali, selvaggi e violenti (come in "Medea").
Insomma, "Porcile" è un mini capolavoro, anche dal punto di vista tecnico.
In questo film strutturato come un "doppio" si incrociano alla perfezione le due anime del Pasolini regista:
nell'episodio del cannibale la bellezza selvaggia dei paesaggi, le inquadrature che tagliano dall'alto, i riflessi del sole, i corpi nudi;
in quello di Julian le nude geometrie degli interni, i primi piani, le inquadrature laterali, gli splendidi dialoghi di infinata poesia (mai una parola che non sia profonda).
Se infine si pensa che questo film è orfano di Ferretti e Morricone, maestri della scenografia e della colonna sonora nei successivi capolavori pasoliniani, ci si rende conto ancora di più di quanto sia qualitativamente.
Tra l'altro è questo èl'unico film in cui Pasolini non utilizza attori di strada, ma lascia spazio a veri e propri professionisti francesi e italiani (più i pupilli Davoli e Citti, che però non erano più sconosciuti allora), e che offrono una prova encomiabile, priva di quel protagonismo che a mio parere ha rovinato film come "Mamma Roma" e "Uccellacci e uccellini " con la Magnani e Totò.
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dandy
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sabato 5 giugno 2010
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....e tremo di gioia......
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Una parabola fin troppo chiara sulla società che divora i figli ribelli.Il tono è crudo e ancestrale nel primo episodio,dialogato e satirico nel secondo.Non è uno dei film migliori di Pasolini:forse troppo poco esplicito nelle immagini,e troppo sopra le righe nei discorsi.Ma non manca il fascino,specie per il modo in cui sono usati gli scenari:le falde dell'Etna e Villa Pisani di Stra.Curiosa partecipazione di Marco Ferreri nel ruolo di Hans Gonther.
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paride86
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sabato 22 novembre 2008
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un film complesso e particolare
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Pasolini racconta l'ipocrisia e il "porcile" umano con due episodi efferati e paralleli. I dialoghi sono teatrali e il simbolismo è troppo spinto. Rimane comunque un saggio cinematografico interessante.
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germinal
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domenica 31 dicembre 2006
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divertente e intelligente
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Devo dire che porcile è senz'altro il film che Pasolini ha condito con più umorismo nero, battute satiriche, ritratti dissacranti di una borghesia dalla faccia "cattiva" e superba.
Accanto agli abituè di sempre (Ninetto Davoli e Franco Citti) attori stupendi del calibro di Tognazzi, Lionello e Margarita Lozano, senza contare il maestro Ferreri nell'insospettabile veste di maggiordomo.
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alphaville
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venerdì 10 novembre 2006
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opera ardita ed originale
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Uno dei film più sottovalutati di Pasolini. Sarebbe giunto il momento di riscoprirlo. Troppo "difficile" per il grande pubblico? Ma chi ha detto che l'arte debba essere "facile"? Eccezionali i dialoghi in versi dell'episodio tedesco (ma pare che nessuno si sia accorto di un'invenzione artistica così riuscita ed originale, anche per il cinema di quegli anni).
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