La cena delle beffe

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Bella scenografia, ma è un melodramma annacquato. Valutazione 3 stelle su cinque

di Great Steven


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lunedì 11 maggio 2015

LA CENA DELLE BEFFE (IT, 1941) diretto da ALESSANDRO BLASETTI. Interpretato da AMEDEO NAZZARI, CLARA CALAMAI, OSVALDO VALENTI, LUISA FERIDA, VALENTINA CORTESE, MEMO BENASSI, LAURO GAZZOLO, PIERO CARNABUCI, ALBERTO CAPOZZI, ALFREDO VARELLI, ELISA CEGANI, UMBERTO SACRIPANTE, ALDO SILVANI
Nella Firenze medicea del primo Rinascimento, il prepotente e arrogante Neri Chiaramantesi si diverte, con la sua banda di goliardi, a giocare scherzi di cattivo gusto ai malcapitati cittadini che gli capitano tra le grinfie, in particolar modo il remissivo Giannetto Malaspini, mediocre rivale che subisce passivamente le angherie del nemico, che gli porta via anche la bella e sensuale Ginevra. Ma Giannetto a un certo punto decide che Neri ha passato il limite e organizza un’imboscata per vendicarsi. Il suo tentativo ha successo e l’avversario viene imprigionato nei sotterranei della città, dopo esser stato dichiarato pazzo da un’équipe di medici in seguito all’equa valutazione dei popolani. Soltanto la mite e delicata Lisabetta crede nella sanità mentale di Neri, ma quando la rabbia di quest’ultimo esplode, Giannetto è pronto a mettere in piedi un’ultima beffa, coinvolgendo l’amato fratello di Neri, Gabriello. Alla fine Neri uccide Gabriello credendolo Giannetto ed impazzisce sul serio, mentre Giannetto cade nella disperazione vedendo i guai che la sua mente diabolica ha commesso. Tratto dall’omonimo testo teatrale di Sem Benelli, è un film entrato nella storia del cinema italiano per almeno tre motivi: 1.) il seno nudo di C. Calamai, che attirò le ire delle autorità ecclesiastiche che lo bollarono come intreccio di indecenza e libertinaggio e imposero ai distributori cinematografici il divieto di visione ai sedici anni; 2.) la popolarità che diede a Nazzari, e in particolar modo alla sua sagace battuta: «Chi non beve con me, peste lo colga!»; 3.) la partecipazione alla pellicola di O. Valenti (insinuante, volpino e macchinatore) e L. Ferida, giovani amanti che verranno fucilati dai partigiani comunisti il 30/04/1945 perché accusati di collaborazionismo con l’ormai defunto partito fascista. È un’opera decisamente datata e sorpassata anche per come tratta le tematiche pur importanti e decisive del bisogno vendicativo, dell’onore da difendere e del ménage à trois che nasconde un amore avvelenato e nocivo, e vale perlopiù per un quintetto di interpreti principali che sanno valorizzarsi mettendo in campo buone performances e un attento esame psicologico dei propri personaggi, coadiuvati da un A. Blasetti piuttosto in forma che ha scritto la sceneggiatura in coppia con Renato Castellani. Ha i difetti di un melodramma sentimentale che sfocia in una violenza sanguinaria più a livello psicanalitico che fisico, e la ricostruzione comunque sontuosa di una Firenze che si affaccia nel profondo del Rinascimento non basta a riscattarne il languore costitutivo e alcune melensaggini narrative di fondo. È uno dei numerosi esempi cinematografici che non meritano la notorietà che effettivamente hanno conquistato col tempo, e la sua preziosità è racchiusa soprattutto nei tre elementi sopracitati che l’hanno consegnato all’immaginario collettivo nostrano. Le scene migliori: l’arrivo di Neri nella stanza dove Giannetto si sta per appartare con Ginevra; il pranzo al tavolo dell’autorevole Tornaquinci; la corsa di Neri per le strade fiorentine con indosso l’armatura e il suo arresto forzato; la vessazione di Giannetto con davanti il nemico inerme e impotente; l’avvicinarsi del finale, in un crescendo di intensità drammatica che rappresenta uno dei pochi determinanti punti di forza di un’opera che riesce ad elevarsi solamente ricorrendo ai climax e all’acquietamento dello Spannung dopo la risoluzione delle contese. Fotografia di Mario Craveri. Montaggio di Mario Serandrei.

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