Per l’occasione mi sono andato a leggere il testo di Eshkol Nevo da cui Nanni Moretti pare ossessionato da qualche tempo. Ma non voglio imbastire un confronto tra le due opere che, sinceramente, trovo inutile. Preferisco partire da un imbarazzo: devo ammettere che questo film mi ha spiazzato.
A non convincermi è il fatto che Moretti si sia concentrato unicamente sui sentimenti, sull'amore e sul sesso (udite udite), lasciando totalmente da parte la componente “politica”. Certo, un regista ha tutto il diritto di cambiare registro nel corso della propria carriera, ma c’è modo e modo di girare le cose. E poi, chi l’ha detto che non si possa fare politica parlando di sentimenti privati? “Tutto è pubblico”, o “tutto è politica”, si diceva una volta.
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Per l’occasione mi sono andato a leggere il testo di Eshkol Nevo da cui Nanni Moretti pare ossessionato da qualche tempo. Ma non voglio imbastire un confronto tra le due opere che, sinceramente, trovo inutile. Preferisco partire da un imbarazzo: devo ammettere che questo film mi ha spiazzato.
A non convincermi è il fatto che Moretti si sia concentrato unicamente sui sentimenti, sull'amore e sul sesso (udite udite), lasciando totalmente da parte la componente “politica”. Certo, un regista ha tutto il diritto di cambiare registro nel corso della propria carriera, ma c’è modo e modo di girare le cose. E poi, chi l’ha detto che non si possa fare politica parlando di sentimenti privati? “Tutto è pubblico”, o “tutto è politica”, si diceva una volta. Esiste un modo politico di filmare l'intimità, ed è proprio la modalità scelta da Moretti a lasciarmi profondamente perplesso.
Si potrebbe obiettare che il regista abbia insistito un po’ troppo sulle scene di sesso. Ma “un po’ troppo” rispetto a cosa? Sul grande schermo siamo abituati a vedere ben altro. Il punto è che questo "troppo" risalta solo se paragonato al pudore storico del suo cinema. Ma dov’è la vera novità? Inutile rievocare il clamore della celebre sequenza di Caos calmo, in cui Moretti si esibiva con Isabella Ferrari in un corpo a corpo che lasciava poco spazio alla fantasia. Allora si disse, per suggellare lo straniamento collettivo: “Ma allora anche Moretti scopa”. Come se non fosse un essere umano pure lui, dotato degli appetiti della media dell’umanità. In effetti vedere il “Nanni che scopa al cinema” incuriosì parecchio e ciò giovò in un certo qual modo anche al discreto successo del film.
Il problema profondo è, secondo me, che continuiamo a confondere l’artista con l’uomo privato. Tuttavia, se oggi è difficile scrollarsi di dosso questo equivoco, la colpa è in fondo anche un po’ dello stesso Moretti, che per decenni ha insistito su tic e idiosincrasie personali, esortandoci a mescolare l'uomo e l'autore senza soluzione di continuità. Ed è per questo che la percezione diffusa da più parti si è ridotta a una formula impietosa: l'effetto andropausa. Ma moretti “era già vecchio pure da giovane e non ha più cambiato età”, si potrebbe dire. E forse è proprio questo il problema?
Vedere oggi un Moretti ultrasettantenne che non solo dirige, ma calca così tanto la mano sulla sessualità, dà l'impressione di una fiammata tardiva; un modo per esorcizzare l'invecchiamento attraverso la passionalità corporea, recuperando il tempo perduto. Per la serie, appunto, “quando c’è l’amore c’è tutto”. A cui Massimo Troisi avrebbe probabilmente risposto: “No, chell è ’a salute”. Questa idea dell'amore e/o della sessualità come panacea universale dei mali dell’uomo e della donna pare una "sconfitta" o meglio la "deriva dei delusi". O se preferite un equivoco, ma anche piuttosto pericoloso sotto vari aspetti concesso solo a sedici anni oppure a settantacinque.
Ci si chiede allora se Moretti non si sia pentito. Una specie di “compagni, ci siamo sbagliati” risuona stancamente: invece di tutte quelle elucubrazioni mentali giovanili, forse era meglio abbandonarsi alla carne, e qualche scopata in più avrebbe esorcizzato i mali della politica che in questo modo non ci avrebbero ossessionato l'esistenza più di tanto. Ma la nostalgia, si sa, spesso è il ricordo di qualcosa che non è mai avvenuto.
Dunque, un altro regista non avrebbe suscitato tanto scalpore per questa incursione nei letti dei protagonisti. Se siamo qui a parlarne è solo perché siamo affezionati agli sbrocchi dell'Apicella che si scagliava contro l'ipocrisia contemporanea. Non erano trasgressioni le sue, ma semplice buon senso agli occhi di molti. Non discuto qui la tecnica o lo stile con cui ha girato queste scene sessuali (il "giansenista" del cinema italiano che si fa erotico); per quello servirebbe un critico che ne capisca di queste cose (di non di sesso, ma di linguaggio cinematografico formale, voglio dire). Certo è che, ritornando a Nevo, viene da pensare che il regista soffra oggi il peso delle molte “occasioni mancate”: la sensazione latente è che ne abbia lasciate e perse troppe in vita sua o forse questa è la sua percezione attuale. Ma forse, ancora una volta, sto confondendo l'uomo con l'artista. Ci rifletterò su.
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