Ci sono film che deludono perché tradiscono le aspettative. E poi ci sono quelli che deludono perché, proprio mentre sembrano voler aprire una strada nuova, finiscono per ripercorrerne una già battuta. Sheep in the Box, nuovo lavoro di Hirokazu Kore’eda, appartiene purtroppo alla seconda categoria.
L’idea di partenza è nelle corde del regista, almeno sulla carta: una coppia segnata dalla morte del figlio accetta di accogliere in casa un umanoide che ne riproduce le sembianze. Da qui Kore’eda torna a interrogare alcuni dei suoi temi più cari – il lutto, la famiglia, la memoria, il rapporto fra ciò che perdiamo e ciò che continuiamo a cercare – attraverso una premessa fantascientifica che dovrebbe aprire nuove possibilità al suo cinema.
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Ci sono film che deludono perché tradiscono le aspettative. E poi ci sono quelli che deludono perché, proprio mentre sembrano voler aprire una strada nuova, finiscono per ripercorrerne una già battuta. Sheep in the Box, nuovo lavoro di Hirokazu Kore’eda, appartiene purtroppo alla seconda categoria.
L’idea di partenza è nelle corde del regista, almeno sulla carta: una coppia segnata dalla morte del figlio accetta di accogliere in casa un umanoide che ne riproduce le sembianze. Da qui Kore’eda torna a interrogare alcuni dei suoi temi più cari – il lutto, la famiglia, la memoria, il rapporto fra ciò che perdiamo e ciò che continuiamo a cercare – attraverso una premessa fantascientifica che dovrebbe aprire nuove possibilità al suo cinema.
Il problema è che queste possibilità rimangono in gran parte sulla carta.
Perché Sheep in the Box ha la sgradevole sensazione di essere arrivato dopo un film che questa stessa intuizione aveva già saputo sfruttare molto meglio. Il riferimento inevitabile è Be Right Back, episodio del 2013 di Black Mirror: anche lì il dolore per la perdita di una persona amata viene affrontato attraverso una sua riproduzione artificiale. Non è certo la somiglianza di una premessa a rendere un’opera derivativa – il cinema vive di variazioni, riscritture e idee che tornano – ma qui Kore’eda sembra fare troppo poco per trasformare quel nucleo narrativo in una riflessione davvero propria.
Ed è un peccato, perché la sua sensibilità avrebbe potuto portare la storia altrove. Invece la fantascienza sembra quasi un dispositivo applicato a posteriori al consueto cinema familiare del regista. Il futuro nel quale si muovono i personaggi non diventa un vero terreno di esplorazione: è soprattutto lo sfondo necessario per parlare ancora una volta di perdita e legami affettivi. Ma se il genere non modifica davvero lo sguardo, a cosa serve?
Anche il rapporto con l’umanoide finisce così per essere meno perturbante di quanto dovrebbe. L’idea di una copia capace di riaprire una ferita mai rimarginata contiene interrogativi enormi: quanto siamo disposti a confondere memoria e presenza? Quanto conta l’identità di una persona rispetto all’immagine che conserviamo di lei? E, soprattutto, cosa succede quando il desiderio di riavere qualcuno trasforma il lutto in una forma di rimozione? Sheep in the Box sfiora queste domande, ma raramente sembra disposto a spingersi fino alle loro conseguenze più scomode.
È qui che, personalmente, trovo il film più fallimentare. Non perché Kore’eda debba necessariamente realizzare un’opera più cupa, tecnologica o distopica, ma perché da un autore della sua statura ci si aspetterebbe una rielaborazione capace di giustificare la propria esistenza. La delicatezza dello sguardo non basta quando ciò che si sta raccontando appare già visto; la sottrazione non è automaticamente profondità, così come la lentezza non coincide necessariamente con la contemplazione.
E allora resta la sensazione di un’occasione mancata. Sheep in the Box possiede tutti gli elementi per essere un film importante: un autore riconoscibile, un tema contemporaneo, una premessa capace di mettere in discussione il significato stesso di famiglia e perdita. Ma invece di utilizzare la fantascienza per mettere in crisi il proprio cinema, Kore’eda sembra utilizzarla per tornarci dentro.
Il risultato è un film che parla di futuro con uno sguardo sorprendentemente rivolto all’indietro. E, per un regista che in passato ha saputo raccontare la famiglia trovando ogni volta una prospettiva nuova, questa volta non è tanto la delicatezza a mancare: è la necessità.
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