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fab
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venerdì 9 ottobre 2026
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fantastico!!
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Una vera presa in giro dei potenti di oggi, con chiari e precisi riferimenti al presente!!
Bravissimi gli attori e una fotografia da oscar!
Un vero film denuncia in versione ironica!!
Imperdibile!!
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tamara
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venerdì 9 ottobre 2026
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anatomia di un disastro sociale
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Uscire dalla visione di Digger di Alejandro González Iñárritu mi ha lasciato quella sensazione rara e preziosa che nel cinema contemporaneo provo ormai pochissime volte: uno stato di estasi visiva, e di appagamento totale. Negli ultimi anni, solo opere entrate immediatamente nella storia recente come "Parasite" e "La La Land" erano riuscite a regalarmi una tale sensazione di perfezione strutturale e intensità emotiva. Se il pubblico di massa continua ad affollare le sale per operazioni commerciali leggere e rassicuranti, la desolazione di una sala semi-vuota per "Digger" non fa che amplificare ai miei occhi la spietata profezia del film stesso: stiamo assistendo alla fine dell'attenzione e del senso critico, anestetizzati da ciò che ci appare importante e dal nostro ego, ciechi di fronte ai problemi globali di cui siamo al contempo causa e vittime.
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Uscire dalla visione di Digger di Alejandro González Iñárritu mi ha lasciato quella sensazione rara e preziosa che nel cinema contemporaneo provo ormai pochissime volte: uno stato di estasi visiva, e di appagamento totale. Negli ultimi anni, solo opere entrate immediatamente nella storia recente come "Parasite" e "La La Land" erano riuscite a regalarmi una tale sensazione di perfezione strutturale e intensità emotiva. Se il pubblico di massa continua ad affollare le sale per operazioni commerciali leggere e rassicuranti, la desolazione di una sala semi-vuota per "Digger" non fa che amplificare ai miei occhi la spietata profezia del film stesso: stiamo assistendo alla fine dell'attenzione e del senso critico, anestetizzati da ciò che ci appare importante e dal nostro ego, ciechi di fronte ai problemi globali di cui siamo al contempo causa e vittime.
Ciò che mi ha colpito è il suo dispositivo metacinematografico. Se in "Birdman" Iñárritu esplorava le nevrosi e l'ego dell'attore attraverso la fluidità del piano sequenza e l'illusione del palcoscenico, in "Digger" la riflessione sul mezzo cinematografico alza la posta in gioco. La teatralità qui non cerca la verosimiglianza o l'introspezione psicologica, ma si fa carica, ostentata, apertamente grottesca e picaresca. Il cinema si rispecchia in sé stesso, per smascherare le finzioni della società contemporanea.
In questo ingranaggio perfetto ho trovato la prova di Tom Cruise semplicemente aliena. Spogliato da ogni divismo e dai consueti meccanismi di conforto del suo cinema d'azione (che lo rendevano ai miei occhi, colpevolmente, un attore trascurabile: mea culpa), Cruise regala un'interpretazione gargantuesca ma priva di gigioneria: una recitazione debordante per presenza e fisicità, eppure calibrata con millimetrica precisione nel dosare il registro tragico e quello satirico.
A far esplodere la portata concettuale del film è, poi, l'architettura dei suoi livelli temporali. Durante la visione ci viene fatto credere di assistere alla rappresentazione di un futuro distopico (che ricorda "Brazil" nell'accostamento tra dispositivi ultra-tecnologici e scenografie decadenti, muffose, scomode e brutte), una parabola post-apocalittica e futuribile sulle conseguenze del collasso ambientale. Il corto circuito concettuale rivelato dal finale è spiazzante: quello che noi percepiamo come un'ipotesi lontana e catastrofica nella realtà del film è già il passato, un capitolo drammaticamente già scritto ed esaurito. Questo sfasamento temporale destabilizza lo spettatore, ridisegnando l'intera esperienza di visione: non stiamo guardando un monito su ciò che potrebbe accadere, ma un'archeologia di ciò che abbiamo già consentito accadesse. Il futuro è già stato consumato, e tutto si svela negli ultimi 5 minuti di film.
Sul piano strettamente visivo e linguistico, "Digger" mi ha conquistata per un rigore formale quasi ossessivo (a Wes Anderson piace questo elemento).
La gestione della fotografia e del colore gioca un ruolo decisivo: la palette è deliberatamente prosciugata, dominata da toni grigi, terrosi e totalmente desaturati, e non solo in post-produzione, ma a partire dal trucco (caricaturalmente pallido) e dai costumi.
Questo lavoro sulla resa cromagnetica (frutto di una complessa lavorazione in VistaVision 35mm, insieme al colorist Peter Doyle) trasforma l'ambiente nel riflesso visivo del declino morale e sociale dei personaggi. La mancanza di saturazione viene compensata da una densità materica straordinaria, dove la grana della pellicola, la cura dei costumi e il pallore dei volti creano un'atmosfera sospesa tra il realismo grottesco e l'incubo allegorico.
Agganciandosi alla grande tradizione della satira politico-sociale — che mi ha ricordato la lucidità disarmante di opere come Idiocracy o Don't Look Up — Digger si rifiuta di intrattenere nel senso più comodo del termine. È un film che disturba, provoca e costringe a guardarsi allo specchio.
Per me è un'opera necessaria, rigorosa, destinata a rimanere come il punto più alto del cinema di quest'anno. Chi ha a cuore il clima, il pianeta e la propria coscienza, ha il dovere morale di vederlo sul grande schermo.
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crash76
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mercoledì 7 ottobre 2026
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capolavoro di proporzioni catastrofiche
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Non fatevi ingannare dalla critica e dalla scarsa risposta del pubblico, Digger è un vero capolavoro (di proporzioni catastrofiche)! In anticipo sui tempi, verrà rivalutato nei prossimi anni ma intanto non perdete l'occasione di vederlo in sala, per apprezzarlo come merita
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gristia
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mercoledì 7 ottobre 2026
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imperdibile
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Una sceneggiatura di altissima fattura, un film pieno di strati e livelli che decostruisce e racconta il contemporaneo con coraggio, anche con il coraggio di strafare. Trump, Musk, e le ipocrisie di tutti noi per uno schiaffo in piena faccia colorato e poetico.
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imperior max
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lunedì 5 ottobre 2026
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dal tragicomico a qualcosa di particolare.
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DIGGER.
Una somma sorpresa da parte di Alejandro González Iñárritu, noto regista con alle spalle un quarto di secolo di carriera tra film come Amore Perros, 21 grammi, Birdman, Revenant e Bardo. Sicuramente di ottima dimestichezza tecnica, ma a volte discontinuo tra storia e messinscena. Questo Digger però è probabilmente tra i suoi migliori film per idee molto buone e ben messe in scena.
Digger Rockwell, eccentrico e attempato magnate miliardario del petrolio, vive nella sua villa isolata tra la vegetazione nebbiosa insieme ai suoi domestici e il suo gatto ridotto letteralmente ad un catorcio.
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DIGGER.
Una somma sorpresa da parte di Alejandro González Iñárritu, noto regista con alle spalle un quarto di secolo di carriera tra film come Amore Perros, 21 grammi, Birdman, Revenant e Bardo. Sicuramente di ottima dimestichezza tecnica, ma a volte discontinuo tra storia e messinscena. Questo Digger però è probabilmente tra i suoi migliori film per idee molto buone e ben messe in scena.
Digger Rockwell, eccentrico e attempato magnate miliardario del petrolio, vive nella sua villa isolata tra la vegetazione nebbiosa insieme ai suoi domestici e il suo gatto ridotto letteralmente ad un catorcio. Riceve una videochiamata dalla sua base petrolifera in Groenlandia sulle produzioni di barili e di una fuoriuscita di metano a diversi metri di profondità. Avendo ignorato da tempo questa cosa vengono a trovarlo i suoi manager e il dottor Nirav Ganesh, responsabile alla sicurezza ambientale, e lo avvisano che il metano è esploso creando un’enorme calotta di ghiaccio grande quanto il Maryland. Digger riunisce il presidente degli Stati Uniti Compson e i suoi consiglieri, vengono a sapere che la calotta si dirigerà verso la Norvegia in tre giorni e creerà dei cataclismi senza precedenti. Invece di intervenire preferiscono piuttosto insabbiare il tutto con i media e i social. Durante un colloquio privato tra Digger e Compson vedono un albero cadere fuori dalla finestra e di lì si susseguiranno una serie di follie, esacerbazioni, satire sociopolitiche a più non posso e sequenze metacinematografiche molto importanti.
Iñárritu mostra una mano molto più ispirata del solito con delle inquadrature fisse e primi piani precisi, dei campi larghi veramente vistosi e dei piani sequenza lunghi con camera a mano e dolly che donano una buonissima profondità di campo e in un giusto campo d’azione degli attori. Una fotografia bella studiata, opaca in determinate situazioni e colorata bene di luci sceniche tra il giallo ocra e il blu in altre più particolari. Un montaggio ben fatto, scorrevole nei dialoghi e un uso intelligente nei vari raccordi. Musiche d’accompagno ben fatte. Delle scenografie molto particolari, soprattutto nell’uso teatrale. Dei buoni effetti visivi con un uso ancora una volta particolare dell’analogico e delle volte volutamente posticcio. Un trucco veramente ben fatto su Tom Cruise da farlo sembrare veramente anziano e grottesco, sia in faccia che nel prostetico.
Delle interpretazioni decisamente ragguardevoli con un John Goodman nel fare il presidente Compson veramente in grandissima forma nelle espressioni sia caricaturali che serie, ma sempre appena sotto la soglia della parodia, Riz Ahmed è un ottimo Gamesh, una buona e in parte Sandra Hüller come Emma Rockwell, uno splendido Jesse Plemons in un sorprendente Kenny, una piccola chicca Emma d’Arcy nel ruolo di Lina ed infine un Tom Cruise veramente a suo agio come protagonista. Forse meglio in overacting e nella scena della conferenza delle Nazioni Unite, ma un po’ inferiore e di cartone rispetto agli altri quando è più pacato.
Se la parte tecnica è decisamente promossa anche la storia non è da meno. Il tutto è una satira sociopolitica bella sfogata e praticamente senza freni con battute taglienti, situazioni veramente grottesche, umoriste e al limite del surreale. I personaggi sono belli caricati, eccessivi e con toni esacerbati e urlati. Una critica feroce al sistema politico ed economico americano, corrotto, subdolo, reazionario, con priorità distorte dove pensa più al guadagno e al profitto a discapito dell’ambiente e ai disastri che può potenzialmente causare. Molto interessante è anche la grossa ipocrisia delle varie nazioni che denunciano le calamità climatiche e i modus operandi, ma alla fine fanno uso e godono dei benesseri offerti dagli USA come il petrolio e l’energia dove appunto Digger rinfaccia a tutti i capi di stato. Non a caso ci sono varie frecciatine a Digger come classico stereotipo dell’uomo d’affari fatto e finito e a Compson quasi paragonabile a Donald Trump nelle sue uscite fuori di testa.
Ma se tutto questo sembrerebbe troppo arriva in diverse riprese un’importante componente metanarrativa che giustifica, contestualizza e discute il racconto stesso e portando il film in una dimensione diversa, in un contesto diverso e in un genere diverso e si riflette sulle conseguenze delle scelte e delle decisioni prese dalle generazioni passate. Un mondo che diventa un palcoscenico o magari anche il contrario, forse non proprio del tutto roseo, ma comunque con diverse speranze per l’umanità che riponiamo nelle generazioni future perché tutto vada per il bene. Meglio non dire troppo per non rovinare la sorpresa.
Peccato solo che stia floppando e sinceramente non se ne capisce proprio il motivo…
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j kudo
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sabato 3 ottobre 2026
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esperienza impattante
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Un gran film, accattivante e originale. Divisivo soprattutto per le tematiche e il modo in cui esprime una critica feroce all'essere umano di oggi, con personaggi esagerati e sgradevoli. Uno spettacolo visivo e un cast formidabile dove spiccano le interpretazioni di Tom Cruise e Riz Ahmed. Fotografia superba. Da vedere
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j kudo
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sabato 3 ottobre 2026
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esperienza impattante
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Un gran film, accattivante e originale. Divisivo soprattutto per le tematiche e il modo in cui esprime una critica feroce all'essere umano di oggi, con personaggi esagerati e sgradevoli. Uno spettacolo visivo e un cast formidabile dove spiccano le interpretazioni di Tom Cruise e Riz Ahmed. Fotografia superba. Da vedere
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