Sessanta anni dopo l’impresa di Gagarin la Russia stabilisce un altro primato spaziale: non era mai accaduto prima che un film, o parte di esso, venisse girato “live action” in orbita terrestre.
Grazie all’impegno logistico e organizzativo di Roscosmos, il regista Klim Shipenko e l’attrice Yulia Peresild hanno raggiunto la stazione spaziale internazionale su una Soyuz pilotata dal cosmonauta veterano Anton Shkaplerov e realizzato in 12 giorni di riprese in assenza di gravità decine di ore di girato, confluite poi nel final cut di ‘The Challenge’: una sfida di nome e di fatto.
Tuttavia non s’è trattato di un progetto temerario sì, ma buono solo per il Guiness dei primati: l’operazione è pienamente riuscita anche sotto il profilo filmico.
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Sessanta anni dopo l’impresa di Gagarin la Russia stabilisce un altro primato spaziale: non era mai accaduto prima che un film, o parte di esso, venisse girato “live action” in orbita terrestre.
Grazie all’impegno logistico e organizzativo di Roscosmos, il regista Klim Shipenko e l’attrice Yulia Peresild hanno raggiunto la stazione spaziale internazionale su una Soyuz pilotata dal cosmonauta veterano Anton Shkaplerov e realizzato in 12 giorni di riprese in assenza di gravità decine di ore di girato, confluite poi nel final cut di ‘The Challenge’: una sfida di nome e di fatto.
Tuttavia non s’è trattato di un progetto temerario sì, ma buono solo per il Guiness dei primati: l’operazione è pienamente riuscita anche sotto il profilo filmico.
A partire da soggetto e sceneggiatura, concepiti con grande intelligenza e cura del dettaglio: parliamo di una storia di fantasia ma al contempo assolutamente plausibile, capace di coniugare introspezione psicologica, avventura e, perché no, un pizzico di orgoglio nazionalistico.
La realizzazione è di alto profilo, comparabile agli standard tecnici hollywoodiani, mentre un ottimo montaggio conferisce al film, nonostante la durata notevole, un livello di pathos costante.
Le riprese spaziali “live” hanno una magia, un tocco a tratti poetico che difficilmente potrebbe essere restituito da effetti speciali digitali e quel senso di stupore e disorientamento che spesso appare sul volto della protagonista viene trasmesso allo spettatore.
Un’operazione cinematografica unica, difficilmente ripetibile e nonostante si noti qualche abusato cliché all’americana qua e là, decisamente riuscita.
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