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nino raffa
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venerdì 15 dicembre 2023
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i macbeth a washington
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L’ambizioso politico Frank Underwood scala la Casa Bianca sostenuto dalla moglie Claire Hale. Ossessionati dal potere, i due ricorrono ai peggiori crimini, eseguiti anche in prima persona. Quando lui vacillerà sotto l’incalzare delle inchieste, lei, da vicepresidente, lo ingannerà spingendolo a farsi da parte. Frank muore in circostanze misteriose. Occupato lo Studio Ovale, l’affascinante e cinica Claire smette i panni di Lady Macbeth per indossare l’armatura di Riccardo III. Nel distruggere nemici ed ex amici, sarà suo alleato il presidente russo Petrov, ottimo calco del Putin ante ucraina, spregiudicato e vincente.
Serie concepita negli anni di Donald Trump, nei quali la pur perversa fantasia degli autori ha gareggiato – e forse perso – con la realtà.
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L’ambizioso politico Frank Underwood scala la Casa Bianca sostenuto dalla moglie Claire Hale. Ossessionati dal potere, i due ricorrono ai peggiori crimini, eseguiti anche in prima persona. Quando lui vacillerà sotto l’incalzare delle inchieste, lei, da vicepresidente, lo ingannerà spingendolo a farsi da parte. Frank muore in circostanze misteriose. Occupato lo Studio Ovale, l’affascinante e cinica Claire smette i panni di Lady Macbeth per indossare l’armatura di Riccardo III. Nel distruggere nemici ed ex amici, sarà suo alleato il presidente russo Petrov, ottimo calco del Putin ante ucraina, spregiudicato e vincente.
Serie concepita negli anni di Donald Trump, nei quali la pur perversa fantasia degli autori ha gareggiato – e forse perso – con la realtà. Dopo millenni di letteratura le trame al massimo si riscrivono ammodernando gli abiti dei personaggi: in questo senso “House of Cards” corregge Shakespeare e conferma Churchill.
Se una critica si può fare a Macbeth – forse la vetta di Shakespeare e del teatro di ogni tempo – è la discontinuità psicologica tra la Lady Macbeth iniziale e il suo sviluppo da metà tragedia. Si avverte una dissonanza tra la nera musa dell’irresoluto Macbeth, l’efferata ispiratrice dei suoi tentennanti delitti, la lucida correttrice del suo pasticciato regicidio, e la pallida figura devastata dal rimorso del terzo atto. Perdoniamo il Bardo per l’innocenza dalle questioni di genere, indovinando che per lui – e il suo pubblico – fosse naturale che l’eroe tragico marciasse solitario verso l’abisso; e servisse quindi sacrificare la fin troppo riuscita maschera di Lady Macbeth, che sin dall’inizio sminuisce la statura del consorte. Quattrocento anni dopo, liberi da queste convenzioni, gli sceneggiatori di “House of Cards” possono permettersi (tralasciamo le contingenze giudiziarie) di spazzare via dallo Studio Ovale il malvagio Frank, per far posto a Claire ancor più circonfusa da gelido fulgore demoniaco. La texana Claire Hale, che, a differenza della sua progenitrice scozzese, ha nome e cognome propri.
La democrazia è la peggior forma di governo, tranne tutte le altre finora sperimentate. Tale l’obliquo complimento di Churchill allo stato liberale, alle sue libertà, al macchinoso bilanciamento di pesi e contrappesi da cui procede a fatica il governo. Ribaltando la prospettiva, il centro di “House of Cards” non è se sia possibile che una coppia di criminali conquisti la Casa Bianca: fatto probabilmente avvenuto varie volte. La domanda è piuttosto, come ciò possa accadere senza distruggere le nostre libertà. Nonostante i sinistri Francis e Claire in cima al potere, continuano a esistere giudici custodi della legge contro le loro malefatte, giornalisti che pubblicano inchieste scomode, un’opinione pubblica a cui devono rispondere nonostante ogni manipolazione. Fastidiosi problemi che non toccano il loro sodale del Cremlino. Questo è ciò che conta.
Serie seminale, dal bugdet importante, che dopo dieci anni dall’esordio – nella diffusa decadenza del genere – si fa apprezzare. Ottimi Robin Wright e Kevin Spacey. La produzione si ferma alla sesta stagione. Non sembra siano previste prosecuzioni, nonostante l’assoluzione di Spacey dalla note accuse. Forse solo per la banale intenzione di chiudere, sono stati fatti cadere personaggi ancora promettenti come Jane Davis, stregonesca incarnazione del deep state. Alcuni filoni rimangono comunque aperti: la comparsa nell’ultima stagione della miliardaria Annette Shepherd sembrerebbe promettere una guerra tra regine dal sapore rinascimentale. Al momento gli appassionati devono accontentarsi dell’ultima sequenza con Claire nello Studio Ovale, il pugnale assassino nelle mani insanguinate. Verrà il giorno in cui la foresta di Birnam muoverà verso la Casa Bianca?
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giorpost
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mercoledì 24 settembre 2014
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intrigante,elegante,cinico,spietato: spacey show.
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Nell’ immenso oceano delle serie TV, proliferate a dismisura negli ultimi anni, spicca in questi mesi il thriller politico House of Cards, rifacimento dell’ omonima serie britannica degli anni ’90. La serie vede nel doppio ruolo di interprete e produttore esecutivo Kevin Spacey, straordinariamente calato nel personaggio ambiguo di Frank Underwood, deputato e capogruppo del Partito Democratico al Congresso, abile ed infido affarista politico dedito a vendette trasversali e a mire altamente istituzionali.
Il dramma è suddiviso, per ora, in 26 episodi da 55 minuti ed ogni uno di essi ha uno sviluppo ben definito, nonostante ogni nuovo episodio inizi dove termina il precedente, ed il plot risulta piuttosto veloce e risolutivo.
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Nell’ immenso oceano delle serie TV, proliferate a dismisura negli ultimi anni, spicca in questi mesi il thriller politico House of Cards, rifacimento dell’ omonima serie britannica degli anni ’90. La serie vede nel doppio ruolo di interprete e produttore esecutivo Kevin Spacey, straordinariamente calato nel personaggio ambiguo di Frank Underwood, deputato e capogruppo del Partito Democratico al Congresso, abile ed infido affarista politico dedito a vendette trasversali e a mire altamente istituzionali.
Il dramma è suddiviso, per ora, in 26 episodi da 55 minuti ed ogni uno di essi ha uno sviluppo ben definito, nonostante ogni nuovo episodio inizi dove termina il precedente, ed il plot risulta piuttosto veloce e risolutivo. Realizzato da Beau Willimon dal romanzo di Michael Dobbs che scrisse la storia partendo dalle malefatte del Partito Conservatore inglese, House of Cards (USA, 2013) si presenta con una moltitudine di novità rispetto ai format cui siamo abituati. In primis il linguaggio sciolto del protagonista il quale, tra l’ altro, funge anche da narratore delle vicende; inoltre lo vediamo spesso volgere lo sguardo ‘on camera’, tecnica che ha come scopo quello di coinvolgere direttamente lo spettatore. Tale caratteristica si è vista spesso al Cinema (ad esempio in Funny Games di Haneke) ma risulta valida e piacevole solo se a sperimentarla è un attore del calibro di Spacey.
I primi 2 capitoli sono diretti nientemeno che da David Fincher, autore tra gli altri di Seven e Fight Club. Sono tanti gli elementi del suo lavoro da cineasta presenti in questa serie non solo negli episodi da lui girati, ma anche nei successivi, dove l’ impronta stilistica resta fedele e lineare nonostante gli avvicendamenti tra James Foley, Joel Schumacher ed altri.
Il cast che gira attorno a Kevin è di prim’ ordine, a partire dall’ affascinante Robin Wright che, definitivamente dismessi i panni della ex di Penn, interpreta Claire, cinica e determinata moglie di Frank, a capo di una onlus che si occupa di acqua. Gli intrighi del potere (come recita lo scontato titolo di supporto in italiano) sono presenti fin dalle prime sequenze allorquando Underwood scopre che il Presidente eletto Garrett Walker (Gill), nonostante stia sulla poltrona più importante del mondo proprio grazie alle abilità del deputato, decide di affidare la prestigiosa e delicata carica di Segretario di Stato ad un altro componente del partito, preferendolo a Frank che aveva invece avuto garanzie in tal senso. Sarà a questo punto che Underwood ordirà una minuziosa quanto infima vendetta eseguita con trucchi d’ alta scuola e dubbia moralità, potendo contare sul supporto morale ed operativo della moglie. Non vanno dimenticati alcuni ruoli chiave del serial a cominciare da Peter Russo (Corey Stoll), giovane deputato anch’ egli in politica grazie a Frank ma che presto ne dovrà subire la perfidia a causa dei suoi vizi (droga ed escort): il capo di gabinetto di Frank, Doug Stamper (Michael Kelly), incastrerà Russo facendolo prima arrestare e poi rilasciare, in modo da trasformarlo in fido ‘galoppino’ al quale affidare i compiti più sporchi. Oltre ad una serie di numerosi caratteristi, va menzionata la talentuosa Kate Mara nei panni di Zoe Barnes, giovane ed intraprendente giornalista del Washington Herald scelta da Underwood come interlocutrice mediatica alla quale passare notizie riservate al solo scopo di ottenere il siluramento di un avversario di partito o per favorire l’ ascesa di un’ altro.
Intrigante, elegante, cinico, spietato: questi i 4 aggettivi che associo a questa serie. Kevin Spacey è in stato di grazia, sfoggia il meglio del suo repertorio con una classe sopraffina proveniente da un’ esperienza e da un background di primo livello. Tutto il resto scorre che è un piacere, senza quelle eccessive iniezioni di misteri da risolvere che si accavallano tra loro, viste in molte serie a partire da Lost. Perfetta la fotografia ed ottima la qualità visiva, dialoghi superbi, battute riuscite. In parole povere: uno squalo da mangiare un boccone per volta (per citare il protagonista).
E se anche il Presidente Obama in persona ha ammesso di esserne un addicted, il timbro diventa definitivo.
Superlativo.
Voto: 9
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