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steffa
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lunedì 1 aprile 2024
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la follia del progresso
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consiferando i predecessori a partire da Chronos e passando per Baraka, il film non aggiunge nulla di originale e sembra tutto già visto, tuttavia stiamo sempre parlando di registi e pellicole che hanno segnato un importante epoca cinematografica
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stefano capasso
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giovedì 2 luglio 2015
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la visione d'insieme delle cose
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Samsara è un film documentario di Ron Fricke veramente unico. Una esperienza sensoriale molto potente basata su immagini di straordinaria espressività in altissima definizione e su una colonna sonora che è presente per tutto il film che non prevede dialoghi.
Girato in 25 luoghi del mondo in un periodo di tempo di 5 anni Samsara mi ha coinvolto per la grande ampiezza dei temi trattati e delle impressioni che suscita. Il montaggio che a volte giustappone ed altre contrappone frammenti filmati di natura molto diversa restituisce il senso della vita nella sua trasformazione e nella sua evoluzione continua. Tutto è collegato e tutto ciò che viene immesso nel mondo ritorna in altre forme.
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Samsara è un film documentario di Ron Fricke veramente unico. Una esperienza sensoriale molto potente basata su immagini di straordinaria espressività in altissima definizione e su una colonna sonora che è presente per tutto il film che non prevede dialoghi.
Girato in 25 luoghi del mondo in un periodo di tempo di 5 anni Samsara mi ha coinvolto per la grande ampiezza dei temi trattati e delle impressioni che suscita. Il montaggio che a volte giustappone ed altre contrappone frammenti filmati di natura molto diversa restituisce il senso della vita nella sua trasformazione e nella sua evoluzione continua. Tutto è collegato e tutto ciò che viene immesso nel mondo ritorna in altre forme. Lo spettacolo della natura si alterna a quello creato dall’uomo che riesce a creare scenari di grandissima armonia della quale gli stessi partecipanti non sono al corrente. I timelapse sugli elementi naturali e sulle creazioni dell’uomo visti da lontano ci dicono che entrambi gli scenari sono espressione di grande ingegno. Quello che cambia è che l’armonia che regna nella natura coinvolge tutti i partecipanti consapevoli parti di un sistema mentre le creazioni dell’uomo finiscono molto spesso per confondere e uniformare il ruolo dei diversi partecipanti che vivono quasi inconsapevolmente i processi di cui fanno parte. La visione distaccata permette di vedere un insieme che fornisce informazioni molto diverse da quelle che possono trovarsi stando dentro l’insieme stesso. E in tutto si respira forte la sensazione di ciclicità della vita e degli eventi. Un film che scuote
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loris trotti
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giovedì 10 ottobre 2013
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purificatorio
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Samsara è un documentario catartico. Ci tocca nell’anima, lascia che sia il nostro io a parlare. Per questo, come già per il precedente e altrettanto splendido Baraka, la scelta di non accompagnare le immagini con una voce fuori campo è davvero azzeccata. Ma, credo, tale scelta sia dovuta anche a chiare motivazioni di fondo: nella pellicola, è difficile dire chi sia il protagonista principale, l’uomo? La natura? La bellezza? Ora uno ora l’altro? Si capisce che una voce didascalica avrebbe inevitabilmente spostato l’accento sulla parte umana, il che avrebbe inficiato il processo catartico di cui accennavo. Anche le immagini, pure quando affrontano tematiche delicate, sono sempre ricercatissime e di qualità eccelsa; l’autore non penalizza mai, ad esempio, follie ed eccessi umani con tagli d’immagine banali o qualitativamente bassi, ma mantiene una linea scenografica costante che, in ultima analisi, si rivelerà quanto mai efficiente nel suscitare le reazioni del pubblico.
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Samsara è un documentario catartico. Ci tocca nell’anima, lascia che sia il nostro io a parlare. Per questo, come già per il precedente e altrettanto splendido Baraka, la scelta di non accompagnare le immagini con una voce fuori campo è davvero azzeccata. Ma, credo, tale scelta sia dovuta anche a chiare motivazioni di fondo: nella pellicola, è difficile dire chi sia il protagonista principale, l’uomo? La natura? La bellezza? Ora uno ora l’altro? Si capisce che una voce didascalica avrebbe inevitabilmente spostato l’accento sulla parte umana, il che avrebbe inficiato il processo catartico di cui accennavo. Anche le immagini, pure quando affrontano tematiche delicate, sono sempre ricercatissime e di qualità eccelsa; l’autore non penalizza mai, ad esempio, follie ed eccessi umani con tagli d’immagine banali o qualitativamente bassi, ma mantiene una linea scenografica costante che, in ultima analisi, si rivelerà quanto mai efficiente nel suscitare le reazioni del pubblico. Risolti questi aspetti, addentriamoci (con alcuni tagli) nella trama del film. Ouverture su danzatrici tailandesi, seguita da meraviglie della natura orientale e monaci tibetani intenti alla creazione di un mandala; seguono cattedrali edificate dall’uomo a cui si accompagnano monumenti naturali. Si è invasi dal senso del bello. Poi vi è un progressivo avvicinamento al mondo occidentalizzato, dapprima tramite gli uomini delle tribù, poi con scene di massa pazzesche e città al limite dell’invivibile. Si ha il senso dell’eccesso, della nausea. La sequenza sugli allevamenti intensivi di animali in Cina, che hanno come risultato l’obesità dell’uomo, corrobora tali sensazioni. In sostanza, attraverso il passaggio dalla pace in natura alla frenesia metropolitana, si apre una dimensione antitetica, poi riverberata dai giochi di sfarzi e dai lussi sfrenati di Dubai che stridono con gli storici mausolei situati nei pressi; parimenti per la nuova città del Cairo, architettonicamente orribile, insipida, e, dunque, agli antipodi delle maestose piramidi che si ergono a pochi passi di lì, sullo sfondo. Siamo al senso della decadenza. L’antifrasi, in seguito, viene dilatata anche alle barriere sociali e religiose, come le favelas dirimpetto ai quartieri ricchi o la striscia di Gaza che solca la Palestina: il senso dell’ingiustizia, dell’incomprensione. Si scende a volo d’angelo sulla mecca e, pian piano, si torna al luogo da cui prendeva le mosse il documentario, ovvero ai monaci tibetani, custodi di un sapere fondiario per il genere umano: quello dell’effimerità. Disinteressati ai beni materiali, essi non esitano a distruggere il mandala creato durante settimane di lavoro. Il senso dell’effimero, della brevità della vita, della polvere alla polvere, ma anche la consapevolezza che la distruzione sia un bene necessario per una nuova e migliore rinascita. E, per concludere in circolarità (proprio come il ciclo dei mandala), si termina con un’altra sequenza sulle ballerine tailandesi: lo scrigno di Samsara è chiuso.
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nick castle
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lunedì 20 agosto 2012
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non vedo l'ora...
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Speriamo lo distribuiscano in Italia...
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