Crimini e misfatti

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Un film di Woody Allen. Con Bill Bernstein, Stephanie Roth, Gregg Edelman, George J. Manos, jenny Nichols, Zina Jasper, Dolores Sutton, Joel S. Fogel, Donna Castellano, Thomas P. Crow, Martin Bergmann, Nadia Sanford, Chester Malinowski, Stanley Reichman, David S. Howard.
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Titolo originale Crimes and Misdemeanors. Commedia, durata 107 min. - USA 1989. MYMONETRO Crimini e misfatti * * * * - valutazione media: 4,35 su 21 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Cosa consiglia la coscienza quando c'è il peccato? Valutazione 4 stelle su cinque

di Great Steven


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venerdì 16 agosto 2019

CRIMINI E MISFATTI (USA, 1989) diretto da WOODY ALLEN. Interpretato da MARTIN LANDAU, WOODY ALLEN, MIA FARROW, ANJELICA HUSTON, ALAN ALDA, SAM WATERSTON, DARYL HANNAH
Judah Rosenthal e Clifford Stern abitano entrambi a New York e frequentano l’ambiente intellettuale ebraico. A parte questo, sembra non esserci nessun legame fra le loro vite. Il primo, benestante oculista di successo, nasconde, dietro la facciata di una famiglia felice, un’amante nevrotica che si ostina testardamente a volerlo incontrare e pretende che lasci la moglie per lei; il secondo, modesto regista di documentari con un matrimonio in crisi, vive all’ombra del cognato Lester, produttore arricchitosi con film commerciali. Quando si incontrano per caso al matrimonio della figlia di un rabbino, i loro sensi di colpa vengono a galla: Clifford prova un complesso di inferiorità nei riguardi di Lester tale da opprimere perfino la sua creatività artistica e Judah, pur di salvaguardare la sua tranquillità domestica, ha telefonato al fratello per assoldare un sicario che uccidesse la sua amante. Già nel 1989 Allen aveva tratto ispirazione, per i temi del suo repertorio, da maestri come Shakespeare, Čechov e Fellini, che gli fornirono ottimo materiale per formulare quesiti ed elaborare risposte perlopiù convincenti. Qui dà l’impressione di tirare in ballo Dostoevskij ponendo domande sull’esistenza di Dio, sulla necessità di commettere delitti imperdonabili al fine di proteggersi la vita e sulla consistenza delle punizioni. Per riuscirvi, prepara due storie parallele che si incontrano soltanto nel sontuoso finale che allestiscono, sequenza dopo sequenza, una commedia più amara che ironica, popolata da personaggi molto variopinti di forte ricchezza interiore, che ha il suo meraviglioso punto di forza nella comunicazione tra di essi, comunicazione che non manca di svelare sorprese inaspettate ad ogni piè sospinto senza mai sbagliare un tempo comico. La moralità, la colpa e la cecità umana assurgono ad argomenti cui la pellicola fa riferimento per impiantarvi il suo mirabolante significato. Nei due casi specifici in questione, si possono addurre a deus ex machina della mente degli altrettanti protagonisti l’invidia nel caso di Cliff e la lussuria in quello di Judah (ma si possono aprire strade anche ad altre numerose interpretazioni psicologiche e filmiche). Uno dei rari film in cui il regista newyorkese sceglie il cinema d’altri tempi come veicolo con cui trasmettere messaggi di bonaria clemenza pseudo-moralistica (per quanto riguarda almeno la relazione dello sfortunato Cliff con la nipote) atti ad indottrinare le generazioni future ad una maggiore comprensione dell’avvenire. Le amicizie con i vecchi colleghi e le conoscenze di lunga data sono invece il motore principale che determina le scelte, comprese quelle meno rassicuranti, di cui Judah si fa artefice, disegnando il suo tragicomico destino che precipita nel vuoto esistenziale. Landau mesto, Allen non molto diverso dal suo carattere prediletto (ma qui, caso strano, più consapevole dei propri limiti), ma abbiamo pure una Farrow carina e ambiziosa che intrallazza con A. Alda in vie sempre più confidenziali e un’A. Huston di compulsiva personalità autodistruttiva a condire la cornice di un racconto emozionante che arricchisce l’osservatore accompagnandolo al contempo anche in un crescendo di sensazioni positive. Per Allen il cinema delega al pubblico la possibilità di esprimere un giudizio etico, di trovare un finale narrativo. Tocca a coloro che guardano (come al paziente in analisi) assolvere o condannare la qualità della vita confezionata sullo schermo. Ancora più che nel precedente La rosa purpurea del Cairo (1985) il personaggio chiave della fabula è lo spettatore. Accolto tiepidamente al box office, ha riscosso in compenso i favori della critica europea e americana. Il suo funzionamento è inoltre supportato dal breve messaggio conclusivo che danza sulle note del ballo fra i novelli sposi: ogni essere umano si compone delle sue decisioni e, nonostante la vita ci ponga spesso innanzi a bivi angoscianti, la maggior parte di noi raccatta la serenità nei valori delle piccole cose, ad esempio il lavoro e la famiglia. Due pezzi insuperabili di bravura stilistica: la tenebrosa suspense del discorso immaginario di Landau col fratello defunto nella lugubre atmosfera dell’ambulatorio deserto e la divertentissima scena della derisione di Alda tramite il film del cognato che lo ridicolizza mettendolo a confronto con Mussolini e con un asino. Tre nomination all’Oscar (regia, sceneggiatura, Landau attore non protagonista) non conclusesi con una vittoria come regolarmente avviene ad Allen, e un David di Donatello alla migliore sceneggiatura straniera. Un’opera che da una parte ha trovato chi l’ha snobbata, mente dall’altra ha incontrato vividi e salubri ammiratori.

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