Firmato da John Wood, pseudonimo utilizzato in genere da Juan Bosch è stato (ed è spesso tutt’ora) attribuito invece a Ignacio F. Iquino. La tesi fa a pugni con una citazione dello stesso Bosch riportata nel “Dizionario del western all’italiana” di Marco Giusti nel quale il regista racconta alcuni aneddoti della lavorazione. Il titolo c’entra poco con la storia a metà tra i toni della commedia e alcuni elementi del western all’italiana. Se da un lato abbondano battute, paradossi, ammiccamenti al filone comico del genere, dall’altra non manca la violenza anche efferata che è stata un po’ il tratto distintivo del western italico.
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Firmato da John Wood, pseudonimo utilizzato in genere da Juan Bosch è stato (ed è spesso tutt’ora) attribuito invece a Ignacio F. Iquino. La tesi fa a pugni con una citazione dello stesso Bosch riportata nel “Dizionario del western all’italiana” di Marco Giusti nel quale il regista racconta alcuni aneddoti della lavorazione. Il titolo c’entra poco con la storia a metà tra i toni della commedia e alcuni elementi del western all’italiana. Se da un lato abbondano battute, paradossi, ammiccamenti al filone comico del genere, dall’altra non manca la violenza anche efferata che è stata un po’ il tratto distintivo del western italico. Il gioco delle coincidenze regge una trama piuttosto esile che illustra le avventure di Janus Saxon detto il Dottore (nella versione italiana Epidemia), interpretato da Craig Hill e del suo amico Donovan che ha il volto e il corpo di Carlo Gaddi. Non è molto orinale ma non merita neppure le stroncature che hanno caratterizzato l’atteggiamento della critica fin dalla sua prima uscita. Girato a basso costo ricicla quel che può, compresa la canzoncina «I guess I gotta take my gun... I guess I gotta shoot someone...Bang, bang!»che accompagna i titoli di testa e gran parte della colonna sonora rubate o meglio prese in prestito da Arizona si scatenò e li fece fuori tutti di Sergio Martino.
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