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peer gynt
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lunedì 7 settembre 2026
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immagini multiple di una donna violata
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Film tagliente come una lama, mostra la vita, sempre in bilico sull'abisso, di una donna violata nel passato dal regime nazista, poi violata dal padrone di casa dove lei è una delle domestiche (lui, uomo e industriale rispettato, rigido e inflessibile, che nella sua magnanimità autoindulgente si è offerto di sposarla, ha comunque collaborato con i nazisti e lo trova perfettamente logico e moralmente ineccepibile), poi violata da un ignobile ex-compagno di scuola che la ricatta, conoscendo il suo passato. La donna subisce tutte queste violenze stringendo i denti, perché è vicinissimo per lei l'obiettivo di emergere dal popolo delle donne vittime del potere e violate dagli uomini e salire la scala sul gradino delle rispettate e finalmente intoccabili.
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Film tagliente come una lama, mostra la vita, sempre in bilico sull'abisso, di una donna violata nel passato dal regime nazista, poi violata dal padrone di casa dove lei è una delle domestiche (lui, uomo e industriale rispettato, rigido e inflessibile, che nella sua magnanimità autoindulgente si è offerto di sposarla, ha comunque collaborato con i nazisti e lo trova perfettamente logico e moralmente ineccepibile), poi violata da un ignobile ex-compagno di scuola che la ricatta, conoscendo il suo passato. La donna subisce tutte queste violenze stringendo i denti, perché è vicinissimo per lei l'obiettivo di emergere dal popolo delle donne vittime del potere e violate dagli uomini e salire la scala sul gradino delle rispettate e finalmente intoccabili. Ma per salire deve sacrificare un'innocente, e questo suo gesto non sarà senza conseguenze. Un racconto morale, duro, teso, implacabile, che ama insistere figurativamente su immagini della protagonista riflessa dagli specchi della ricca casa dove lavora: metafora della sua personalità complessa, vittima e colpevole allo stesso tempo, donna sconosciuta perfino a se stessa.
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matrixgino
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lunedì 14 settembre 2026
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film prigioniero del proprio rigore formale
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Il Leone d’Oro all’83ª Mostra del Cinema di Venezia assegnato a "Woman Unknown" ("Kvinde Ukendt") di May el-Toukhy fotografa la profonda distanza che può crearsi tra l'urgenza di un messaggio teorico e la sua effettiva resa sul grande schermo.
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Il Leone d’Oro all’83ª Mostra del Cinema di Venezia assegnato a "Woman Unknown" ("Kvinde Ukendt") di May el-Toukhy fotografa la profonda distanza che può crearsi tra l'urgenza di un messaggio teorico e la sua effettiva resa sul grande schermo.
Al di sotto della superficie, la pellicola si configura come un dramma etico spietato, affilato e carico di una tensione sotterranea. La regista scatta un'istantanea deliberatamente parziale dell'immediato secondo dopoguerra: il suo obiettivo non è la cronaca globale del 1945, ma la volontà di dare visibilità a un vissuto femminile sistematicamente ignorato dalla memoria storica.
Seguiamo così la via perennemente in bilico sul baratro di Marie (una monumentale Mathilde Arcel, premiata con la Coppa Volpi), una donna violata a più riprese: prima dall'ombra del regime nazista, poi dal cinismo del padrone di casa – un industriale inflessibile che si offre di sposarla celando la propria ipocrita condotta durante l'occupazione – ed infine dal ricatto di un ex compagno di scuola.
La determinazione silenziosa con cui Marie sopporta ogni sopruso risponde a un unico scopo: abbandonare la massa delle oppresse per conquistare una posizione di assoluta intoccabilità, a costo di condannare una figura innocente. Le frequenti inquadrature che catturano la protagonista attraverso le superfici specchianti della lussuosa abitazione riflettono la sua scissione interiore, rivelando una donna intrappolata tra la propria condizione di perseguitata e la spietatezza delle sue scelte, un enigma persino per se stessa.
L'indubbia potenza concettuale del film subisce un duro contraccolpo a causa di una messinscena asfittica e punitiva. La scelta radicale di adottare un registro recitativo ed espressivo totalmente monocorda, con dialoghi interamente sussurrati, erige un muro invisibile con lo spettatore, azzerando qualsiasi picco emotivo.
Il film soffre di vistose lungaggini e scene dilatate all'estremo, che frammentano il ritmo narrativo e mettono a dura prova la concentrazione. Inoltre, lo sforzo ideologico si avvita in un paradosso: nel tentativo di denunciare la morsa del potere maschile, l'opera finisce per dipingere un microcosmo femminile spietato e privo di solidarietà, in cui le donne si guardano continuamente le spalle l'una dall'altra, costrette al compromesso per sopravvivere.
In conclusione, "Woman Unknown" centra un obiettivo tematico sacrosanto e necessario, ma sceglie di farlo rinunciando al coinvolgimento del pubblico. È un Leone d'Oro cerebrale e claustrofobico, che si fa ammirare per l'impianto simbolico ma che fatica a dialogare con il cuore di chi siede in sala.
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