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decatur555
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sabato 31 gennaio 2026
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quando lo spettacolo decide chi merita di vivere
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The Running Man parte come un film d?azione molto diretto, ma ci? che colpisce davvero ? quanto sia facile credere al mondo che mette in scena. Non ? una distopia lontana o sofisticata: ? un futuro riconoscibile, quasi immediato, in cui le grandi corporazioni comandano, l?intrattenimento divora tutto e la violenza viene venduta come un semplice evento sportivo. Il ritmo ? talmente alto che, come ? successo a me, ti dimentichi perfino della stanchezza.
Edgar Wright gioca su due fronti. Da una parte offre puro spettacolo: inseguimenti, adrenalina costante, montaggio affilato e una sensazione continua di corsa contro il tempo. Dall?altra inserisce una critica piuttosto chiara al circo mediatico, alla manipolazione dell?opinione pubblica e al modo in cui il sistema trasforma la sofferenza in contenuto.
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The Running Man parte come un film d?azione molto diretto, ma ci? che colpisce davvero ? quanto sia facile credere al mondo che mette in scena. Non ? una distopia lontana o sofisticata: ? un futuro riconoscibile, quasi immediato, in cui le grandi corporazioni comandano, l?intrattenimento divora tutto e la violenza viene venduta come un semplice evento sportivo. Il ritmo ? talmente alto che, come ? successo a me, ti dimentichi perfino della stanchezza.
Edgar Wright gioca su due fronti. Da una parte offre puro spettacolo: inseguimenti, adrenalina costante, montaggio affilato e una sensazione continua di corsa contro il tempo. Dall?altra inserisce una critica piuttosto chiara al circo mediatico, alla manipolazione dell?opinione pubblica e al modo in cui il sistema trasforma la sofferenza in contenuto. Non sempre approfondisce tutto quanto potrebbe, ma non nasconde mai ci? che vuole dire.
Il film funziona soprattutto quando si affida al suo lato pi? fisico e urgente. C?? un?energia continua, quasi sfiancante, che ti tiene agganciato anche quando alcune idee restano a met?. ? vero che a tratti sembra pi? interessato ad andare avanti che a tornare indietro per chiudere davvero ci? che imposta, ma il viaggio ? cos? divertente che ? difficile rimproverarglielo.
Glen Powell regge l?intero film con un buon carisma. Non ha bisogno di essere un eroe classico n? un simbolo impeccabile: basta che risulti credibile all?interno di questo ingranaggio brutale. Il cast e il tono lo sostengono bene, e Wright dimostra di sapersi muovere nel blockbuster senza perdere del tutto la propria personalit?, anche se qui appare pi? contenuta rispetto ad altri suoi lavori.
Forse non ? devastante quanto la sua premessa promette, n? incisivo come il materiale originale lasciava immaginare, ma come esperienza funziona benissimo. ? uno di quei film che si godono mentre scorrono, che ti tengono incollato allo schermo e che, una volta finiti, ti lasciano con una sensazione scomoda: non tutto ci? che hai visto ? cos? lontano dal diventare realt
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imperior max
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martedì 18 novembre 2025
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un bel mix di azione, adrenalina, ilarit? e politica sociale distillato da un edgar wrigth riconoscibile sin dal primo minuto.
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(Le stelle sarebbero 4,5 su 5).
THE RUNNING MAN.
Come si dice? Non c?? sette senza otto con Edgar Wrigth. Dopo quella piccola e sottovalutata perla di Ultima notte a Soho torna alla regia e alla scrittura di questo film tratto dal romanzo di Stephen King e come remake de L?implacabile con Arnold Schwarzenegger, anch?esso un adattamento, ma ne conservava solo il soggetto ed era pi? votato all?azione muscolare degli anni ?80. In questo caso il lavoro ? stato pi? fedele, se non altro.
In un prossimo futuro gli Stati Uniti sono diventati una nazione autoritaria e distopica dove i poveri sono diventati il 98%, vivono e lavorano specialmente nei bassifondi in condizioni precarie, arretrate e senza una sanit? decente mentre i ricchi vivono nella bambagia negli alti e lussuosi borghi.
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(Le stelle sarebbero 4,5 su 5).
THE RUNNING MAN.
Come si dice? Non c?? sette senza otto con Edgar Wrigth. Dopo quella piccola e sottovalutata perla di Ultima notte a Soho torna alla regia e alla scrittura di questo film tratto dal romanzo di Stephen King e come remake de L?implacabile con Arnold Schwarzenegger, anch?esso un adattamento, ma ne conservava solo il soggetto ed era pi? votato all?azione muscolare degli anni ?80. In questo caso il lavoro ? stato pi? fedele, se non altro.
In un prossimo futuro gli Stati Uniti sono diventati una nazione autoritaria e distopica dove i poveri sono diventati il 98%, vivono e lavorano specialmente nei bassifondi in condizioni precarie, arretrate e senza una sanit? decente mentre i ricchi vivono nella bambagia negli alti e lussuosi borghi. Il governo ? controllato dalle multinazionali insieme alla FreeVee, una grande emittente televisiva che manovra l?opinione pubblica con telegiornali pilotati e programmi spazzatura come giochi a premi che per? sono mortali per i concorrenti, come appunto The running man. Nella citt? di Co-Op City Ben Richards, operaio appena licenziato, sposato con la cameriera Sheila e con la figlia malata Cathy, decide a malincuore di partecipare a The Running Man per il montepremi da un miliardo di nuovi dollari cos? da poter curare Cathy e portare tutta la famiglia lontana dal ghetto. Dopo una selezione poco ortodossa e un colloquio bello accesso col capo della FreeVee, Dan Killian, inizier? la mortale fuga del nostro Ben tra sparatorie, esplosioni, bracconaggi, combattimenti, corse in auto, aiuti poco previsti e manovre socio-politiche.
Edgar Wrigth gira con la sua solita mano mettendo in chiaro l?azione, i dialoghi e il contesto usando dei bei primi piani, campi e controcampi precisi, movimenti di macchina decisi, piani sequenza e macchina a mano che seguono gli attori senza deragliare nelle scene schizzate. Una buonissima fotografia coi neon urbani accesi e i rossi sgargianti sia di notte che di giorno, come nel precedente Ultima notte a Soho. Un uso smodato di musica pop che accompagnano le scene senza invadere troppo. Ottimi gli attori con un Glenn Powell incazzatissimo nello sguardo e apparentemente pacato nella provvisorissima comfort zone, un Josh Brolin da perfetto cattivo maniaco del controllo, dei magnifici Colman Domingo e Michael Cera, un buon William Macy e un cast femminile non da poco. Il tutto con una sottile ironia tipica del regista con la quale narra senza prendersi troppo sul serio situazioni a tratti serissime.
Se George Orwell con 1984 non dava praticamente scampo col Grande Fratello e insieme a Stephen King erano stati avanguardistici nel contesto socio-politico distopico, quest?ultimo con Wrigth ? un po? pi? risolutivo e lo decostruiscono pezzo per pezzo. Sicuramente hanno azzeccato il potere dei media tanto influente da controllare le masse a indurle a guardare contenuti violenti, esacerbati e venalmente monetari cos? che loro vengono distratti da falso intrattenimento e chi sta? sopra fa? soldi con gli share. In pi? anche il modo in cui vengono modificati tali contenuti con censure e ritocchi digitali cos? da pilotare l?informazione e far vedere quello che vogliono.
E da buon inglese Wrigth non si risparmia nell?attacco al potere, al consumismo e alla lotta di classe tra una societ? ricca e tecnologicamente avanzata tra grattacieli, macchine e manganelli elettrici, droni volanti con telecamere e cassette della posta automatizzate e una societ? povera ancora ferma agli anni ?80 con quartieri industriali fatiscenti, automobili a benzina, videocassette e tv a tubo catodico. Divisi da convinzioni individualiste e che dall?altra parte sono solo dei poco di buono. Ben ha la possibilit? di vincere i soldi e pensare a se? e alla famiglia oppure di essere un detonatore pronto a buttare gi? il sistema insieme a molti altri speranzosi e che lo seguono assiduamente.
Un finale a dir poco rivoluzionario che scopre tutte le carte e i messaggi definitivi, ma che forse ? in alcune parti precipitoso dove si potevano esprimerli pi? fluidamente.
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