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tepilora
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lunedì 27 ottobre 2025
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il mostro, miniserie intensa
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Con Il Mostro, Netflix firma una delle opere pi? potenti e necessarie della serialit? italiana recente. Lontana dall?effetto sensazionalistico tipico del true crime, la serie si muove con passo lento e consapevole, scavando nel terreno oscuro della provincia toscana e nelle anime tormentate dei protagonisti.
La regia colpisce per la sua sobriet?: non c?? compiacimento nell?orrore, ma un?attenzione quasi documentaristica ai silenzi, ai piccoli gesti, agli sguardi che dicono pi? di mille dialoghi. Ogni episodio ? costruito come un mosaico, frammentato e intimo, in cui lo spettatore ? chiamato a completare i vuoti con la propria sensibilit?. ? un racconto che non punta al colpo di scena, ma alla verit? interiore dei personaggi.
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Con Il Mostro, Netflix firma una delle opere pi? potenti e necessarie della serialit? italiana recente. Lontana dall?effetto sensazionalistico tipico del true crime, la serie si muove con passo lento e consapevole, scavando nel terreno oscuro della provincia toscana e nelle anime tormentate dei protagonisti.
La regia colpisce per la sua sobriet?: non c?? compiacimento nell?orrore, ma un?attenzione quasi documentaristica ai silenzi, ai piccoli gesti, agli sguardi che dicono pi? di mille dialoghi. Ogni episodio ? costruito come un mosaico, frammentato e intimo, in cui lo spettatore ? chiamato a completare i vuoti con la propria sensibilit?. ? un racconto che non punta al colpo di scena, ma alla verit? interiore dei personaggi.
La scrittura intreccia con finezza il mistero dell?indagine al dramma umano dei protagonisti.
La Toscana non ? solo uno sfondo, ma un personaggio essa stessa: i paesaggi rurali, le luci fioche, le notti sospese diventano specchi delle coscienze.
L?uso sapiente della fotografia ? fatta di ombre e riflessi, di luci calde che si spengono improvvisamente ? amplifica il senso di inquietudine e malinconia.
A dare vita a questa storia sono tre interpretazioni che meritano di essere ricordate: - Barbara Locci, interpretata da Francesca Olia con grande magnetismo, ? il cuore emotivo del racconto. Lontana dall?essere ridotta a una ?vittima? da cronaca, Barbara diventa una figura viva, carnale, tormentata, capace di far emergere il peso del giudizio sociale e la solitudine femminile in un mondo dominato da uomini e pregiudizi. L?attrice la rende reale in ogni sfumatura, con una delicatezza che commuove. - Accanto a lei, la scelta di Giacomo Fadda per interpretare Francesco Vinci ? vincente: il suo personaggio, con sfumature talvolta contraddittorie, trova nel suo interprete un attore capace di dosare tensione e fragilit?. Francesco non rimane una figura bidimensionale: l?attore infonde al ruolo una profondit? che risulta sorprendente, costruendo una presenza che si fa sentire anche quando ? in ombra, quando osserva, riflette o esita. Il confronto e la dinamica che si crea tra lui e Barbara Locci diventano uno dei motori pi? riusciti della serie. Infine, Antonio Tintis, interpreta Giovanni Mele regalando una prova di grande maturit? e misura. Il suo personaggio, apparentemente secondario, si rivela il perno morale e narrativo dell?intera vicenda, tra sospetto e frustrazione.
Il Mostro ? una riflessione sul potere del sospetto e sulla crudelt? della percezione collettiva. Parla di colpa, ma anche di vergogna, di quanto sia facile per una comunit? trasformare una tragedia in leggenda nera. ? una serie che interroga pi? di quanto risponda, e proprio per questo resta nella memoria, in attesa delle prossime stagioni. Consigliatissimo.
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jonnylogan
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domenica 26 ottobre 2025
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diritto di cronaca
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Nell’Italia degli anni '70 e '80 il mostro di Firenze non è stato solamente un serial killer, anzi "il” serial killer, ma un caso che ha coinvolto per decenni, e fino a oggi, decine d’inquirenti, centinaia di membri delle forze dell'ordine, creando ipotesi a volte concrete, a volte fantasiose e sempre, al fine, tutte unite da un solo minimo comune denominatore: ancora oggi il caso è aperto, ancora oggi non si sa chi sia, o siano stati il o gli assassini, che hanno seminato terrore nelle campagne toscane. A causa di omicidi diluiti nel tempo e improvvisamente interrotti, ma anche a causa di prove occultate o inventate, e di testimoni decisamente inattendibili.
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Nell’Italia degli anni '70 e '80 il mostro di Firenze non è stato solamente un serial killer, anzi "il” serial killer, ma un caso che ha coinvolto per decenni, e fino a oggi, decine d’inquirenti, centinaia di membri delle forze dell'ordine, creando ipotesi a volte concrete, a volte fantasiose e sempre, al fine, tutte unite da un solo minimo comune denominatore: ancora oggi il caso è aperto, ancora oggi non si sa chi sia, o siano stati il o gli assassini, che hanno seminato terrore nelle campagne toscane. A causa di omicidi diluiti nel tempo e improvvisamente interrotti, ma anche a causa di prove occultate o inventate, e di testimoni decisamente inattendibili.
Stefano Sollima decide quindi di mettere mano, assieme allo sceneggiatore Leonardo Fasoli, ancora una volta alla cronaca di casa nostra, ma non più narrando di criminalità organizzata, come nei precedenti casi di Romanzo Criminale - La serie (id.; 2008-2010), di Suburra (id.; 2015), o del più recente Gomorra – La serie (id.; 2014-2021). Ma attenendosi maggiormente ai fatti di cronaca. Non prendendosi licenze cinematografiche, o basando la narrazione sulle pagine di romanzi, seppur di altissimo livello.
Le vicende narrate nella miniserie presentata all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, entrano immediatamente nel vivo con un primo omicidio spietato e subito ricondotto a un vecchio caso di cronaca nera. Un caso che rappresentò il probabile spartiacque fra il trovare un colpevole certo e la vita travagliata che in seguito ha accompagnato l’esistenza di Natalino Mele, all’epoca di soli sei anni, che fu testimone inerme dell’uccisione della madre e del suo amante.
A visione ultimata il gorgo di vicoli ciechi, d’ipotesi inesplorate e scelte all’apparenza inspiegabili rimangono davanti ai nostri occhi esattamente come nella realtà processuale. Al tempo stesso la mini serie non riesce a rapire lo spettatore, non grazie a personaggi tagliati con l’accetta, con i quali l’empatia è azzerata, a causa della fedeltà alle carte processuali che impedisce a tutti i membri del cast di ottenere una menzione particolare spiccando sugli altri. Perché alla fine scopo del regista era rimettere mano a un ricordo ancora vivo, senza veicolare l’attenzione verso un personaggio o un altro, ma lasciando centrale la cronaca dell’epoca e un filone d’indagine che venne gestito in maniera troppo superficiale.
Serie che piacerà molto a chi ama le ambientazioni d’epoca, ben ricostruite e con sceneggiature solide. Esattamente quello che Sollima ha già ampiamente dimostrato con i suoi precedenti lavori. Piacerà, invece, molto meno, a chi pensava a una narrazione più simile a Romanzo Criminale o Suburra, ovvero maggiormente giocata sulla capacità recitativa del cast.
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