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amgiad
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lunedì 6 gennaio 2025
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nero bianco colore
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Un film decisamente diverso da quanto normalmente ci viene proposto al cinema. Gomes dimostra di conoscere bene la tecnica e di saperla usare al servizio di una storia che è un pretesto per una differente riflessione su tanti temi. Alla fine si esce dalla sala discutendo del film con gli amici e, fosse anche solo per questo, è un bel risultato. Non frequente.
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venerdì 13 dicembre 2024
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un gran tour!
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Un bel tour in oriente, con un bellissimo bianco e nero ed intermezzi di colore. Una storia che si dipana con lentezza, ma sempre capace di mantenere l'attenzione dello spettatore.
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domenica 8 dicembre 2024
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film
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francesca meneghetti
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domenica 8 dicembre 2024
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il gioco delle carte di miguel gomes
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Mi capita di vedere recentemente diversi film improntati alla lentezza. È una constatazione, più che una critica. Anzi, potrebbe essere una scelta polemica rispetto alla velocità che impronta la nostra contemporaneità. In Gran Tour, complice una voce narrante asiatica, cantilenante, e la prevalenza di BN, la dimensione onirica, che è stata sottolineata da alcune critiche, induce una dolce sonnolenza, popolata di immagini di foreste, flora e fauna. In questo stato di torpore, si fa un po’ fatica, all’inizio, a mettere a fuoco i trucchetti del regista portoghese Miguel Gomes. L’inserimento episodico e subitaneo del colore è il più riconoscibile. Poi ci si accorge che esiste una doppia temporalità: la vicenda narra di un viaggio compiuto nel 1917, ma, quando lo sfondo non è più rappresentato dalla rigogliosa vegetazione tropicale bensì dalle città, si scopre trattarsi di sequenze documentaristiche girate dopo il Covid (data la diffusione di mascherine, oltre di mezzi di trasporto e altri oggetti riconducibili al presente).
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Mi capita di vedere recentemente diversi film improntati alla lentezza. È una constatazione, più che una critica. Anzi, potrebbe essere una scelta polemica rispetto alla velocità che impronta la nostra contemporaneità. In Gran Tour, complice una voce narrante asiatica, cantilenante, e la prevalenza di BN, la dimensione onirica, che è stata sottolineata da alcune critiche, induce una dolce sonnolenza, popolata di immagini di foreste, flora e fauna. In questo stato di torpore, si fa un po’ fatica, all’inizio, a mettere a fuoco i trucchetti del regista portoghese Miguel Gomes. L’inserimento episodico e subitaneo del colore è il più riconoscibile. Poi ci si accorge che esiste una doppia temporalità: la vicenda narra di un viaggio compiuto nel 1917, ma, quando lo sfondo non è più rappresentato dalla rigogliosa vegetazione tropicale bensì dalle città, si scopre trattarsi di sequenze documentaristiche girate dopo il Covid (data la diffusione di mascherine, oltre di mezzi di trasporto e altri oggetti riconducibili al presente). Ma anche nella foresta, in un episodio datato 1917, si trova un cellulare… Duque il regista gioca a mescolare presente e passato, realtà e finzione, in un’operazione che si presta a valutazioni opposte: 1. Ce n’era bisogno, in epoca di AI? 2. Si tratta di un avvertimento sui rischi di questa contaminazione? Sempre che ci sia stata un’intenzione precisa, oltre al divertimento di mescolare le carte. Divertimento che si riscontra anche per il rifiuto a collocarsi nell’alveo di un determinato genere cinematografico: è un film di viaggio e di avventura? O sul colonialismo? O sull’incomunicabilità? O sul ruolo del destino? Anche questa scelta si presta a giudizi opposti: si può apprezzare l’ironica sperimentazione o respingerla per mancanza di una spina dorsale o di una motivazione tematica forte. Un cenno alla storia per capire meglio il commento. Edward (uno splendido Gonzalo Waddington simile al mitico Nurajev) è un funzionario inglese di stanza a Rangoon (ora Yangon) in Birmania. Sta aspettando al porto, per convolare a nozze, la sua fidanzata inglese che non vede da sette anni. Improvvisamente cambia idea, distribuisce i fiori del mazzo destinato alla sposa, e si imbarca per Singapore. È l’inizio di una fuga quasi disperata che lo porta a vagabondare, tra mille disavventure, in tutto l’estremo oriente (Cina, Filippine, Giappone e Vietnam), nella parodia di un Gran Tour, alternando foreste e città (modernissime, come si è detto). Alla fine perde di vista le ragioni della sua fuga. Fin qui si arriva a metà film. La promessa sposa, Molly (Crista Alfaiate), altrettanto cocciuta nel volerlo raggiungere, entra in scena nella seconda parte del film e ripercorre le stesse tappe del promesso sposo, con disavventure e avventure diverse. Pochi i riferimenti in comune. Molly non è abbattuta per l’abbandono: pensa sia un gioco da bambini e, scoprendo le mosse di Edward, ne ride, per lo più a bocca chiusa, con una risata repressa, devo dire, piuttosto sgradevole che ricorda altri versi… Non possiamo spoilerare ulteriormente. Diciamo che il finale resta aperto, fin troppo. Resto perplessa più che incantata, nonostante il premio alla miglior regia a Cannes. Ma forse sono condizionata da gusti personali più classici
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[+] un''opera non facile ma in sé molto interessante
(di antonio montefalcone)
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sabato 7 dicembre 2024
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interessante, divertente, poetico
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Un film davvero interessante! Anche ironico e poetico a tratti. Bravi gli attori, bello il bianco e nero
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