All’inizio del film Stella est amoureuse, la regista Sylvie Verheyde ci informa che si tratta di un film con molti elementi autobiografici. Ci narra la storia di una adolescente, Stella (Flavia Delangle) che ha avuto diverse sfortune: quella di essere normale, di essere entrata nella adolescenza, di avere una famiglia povera, di avere un padre che non ha un barlume di idea di cosa vuol dire esserlo, di avere una madre che, dalle tante prove che la vita l’ha messa di fronte, ha sviluppato una amarezza e un pessimismo esistenziale, totalizzante, per cui non c’è posto per i ricordi di quei rari momenti che rendono la vita la pena di essere vissuta (ma almeno presente, consistente per quello che poteva).
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All’inizio del film Stella est amoureuse, la regista Sylvie Verheyde ci informa che si tratta di un film con molti elementi autobiografici. Ci narra la storia di una adolescente, Stella (Flavia Delangle) che ha avuto diverse sfortune: quella di essere normale, di essere entrata nella adolescenza, di avere una famiglia povera, di avere un padre che non ha un barlume di idea di cosa vuol dire esserlo, di avere una madre che, dalle tante prove che la vita l’ha messa di fronte, ha sviluppato una amarezza e un pessimismo esistenziale, totalizzante, per cui non c’è posto per i ricordi di quei rari momenti che rendono la vita la pena di essere vissuta (ma almeno presente, consistente per quello che poteva). Cose ne viene fuori? Una ragazza disorientata, che non ha passioni, o se sembra averle, non c’è nessuno che la sostenga, che assuma o possa essere in grado di esercitare un ruolo genitoriale. La madre le chiede: ”cosa vorresti fare dopo diplomata?” “Mi piacerebbe iscrivermi a quella scuola di danza.” Risposta: “Penso che non serva iscriversi a quella scuola di danza se vuoi fare la puttana.” Tutto questo porta a una povertà relazionale, una incapacità di elaborazione e di assunzione di qualsiasi scelta, assolute. Non è un caso che la comunicazione del pensiero fra individui o amanti è continuamente, ossessivamente, sostituita, da l’accendersi e dal fumarsi una sigaretta. Come non ci fosse niente da dire, solo il farsi trascinare dalla situazione. Chi ne viene fuori? Forse una su mille, ta cui la regista.
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