Il film “La nostra storia” del regista colombiano Fernando Trueba mi ricorda per certi aspetti un cult movie: Z, l’orgia del potere (Costa Gravas, 1969). In entrambi i casi la trama si rifà a un libro, che racconta una vicenda storica, in entrambi i casi un uomo integerrimo e nobile finisce tragicamente, perché il Potere vince sempre, o così pare (da questo punto di vita il titolo originario dell’opera di Trueba è più suggestivo della versione italiana: “El obvido que seremos”, ovvero L’oblio che saremo, che è poi l’incipit di una poesia cara al protagonista. Poi ci sono le differenze, naturalmente. La più marcata mi pare sia di tipo sociologico: Zeta riuscì a sollevare un’ondata di indignazione, un movimento contro la dittatura dei colonnelli greci.
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Il film “La nostra storia” del regista colombiano Fernando Trueba mi ricorda per certi aspetti un cult movie: Z, l’orgia del potere (Costa Gravas, 1969). In entrambi i casi la trama si rifà a un libro, che racconta una vicenda storica, in entrambi i casi un uomo integerrimo e nobile finisce tragicamente, perché il Potere vince sempre, o così pare (da questo punto di vita il titolo originario dell’opera di Trueba è più suggestivo della versione italiana: “El obvido que seremos”, ovvero L’oblio che saremo, che è poi l’incipit di una poesia cara al protagonista. Poi ci sono le differenze, naturalmente. La più marcata mi pare sia di tipo sociologico: Zeta riuscì a sollevare un’ondata di indignazione, un movimento contro la dittatura dei colonnelli greci. Non credo che avverrà lo stesso per “La nostra storia”, anche se si tratta di un bel film. I tempi sono cambiati. Ed è superato quel manicheismo che ai cattivi di destra contrapponeva integerrima la causa della democrazia. Infatti il protagonista, un medico e docente universitario di Medellin, Héctor Abad Gomez, se sposa con coerenza e convinzione, fino in fondo, le cause umanitarie (si batte per una sanità di stato che tuteli i non abbienti, per l’igiene pubblica, la prevenzione, le vaccinazioni), nel momento in cui si schiera contro il potere, evita di farsi coinvolgere dagli estremismi delle opposizioni, con il risultato che viene considerato, da parti opposte, sia comunista sia fascista. Ma lui replicherà, in una conferenza stampa, con una metafora: nel corpo umano il cuore (il sentimento) sta a sinistra, la bile (l’odio) sta a destra, il cervello (la ragione) al centro. L’altra differenza profonda riguarda il genere: Zeta era un thriller politico, La nostra storia una narrazione collettiva e familiare. Infatti, al di là degli scenari politici, segnati dalla violenza della società colombiana, c’è il racconto di una famiglia affiatata, formata da un coppia solida, che accetta le reciproche diversità (lui ateo, lei vicina al mondo cattolico), da cinque figlie e un maschietto, Hector, che poi studierà e lavorerà in Italia: dal suo libro è infatti tratta la storia (https://www.hectorabad.com/biografia/). Gli anni ’70, gli anni più belli per questa famiglia, sono raccontati a colori: colori caldi, come è caldo e affettuoso il cuore di papà Hector verso i pazienti, ma anche verso i suoi figli e in particolare verso il piccolino, legato al padre da una tenerezza speciale (tanto che si potrebbe definirlo come un film sulla figura paterna). La dolcezza ritorna anche nelle canzoni dei seventies che una delle figlie esegue con l’accompagnamento della chitarra. Gli altri anni, quelli delle amarezze, dei dolori, del dramma, sono narrati in bianco e nero. La scrittura poteva essere forse asciugata ulteriormente, ma il film è molto bello e merita di essere visto anche per contrastare “El obvido que seremos”, essendo la memoria unico baluardo alla dimenticanze e, forse, unico mezzo per garantire l’immortalità dei Giusti.
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