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francesca lenzi
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martedì 11 novembre 2014
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lei disse sì
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Una storia d’amore fatta di rifiuto e partecipazione, negazione e riconoscimento, dove la parola che torna più spesso è condivisione. Il tutto sospeso tra due paesi, l’Italia e la Svezia, simbolo di un differente grado di civiltà, raccontato con grazia e leggerezza. “Lei disse sì” è pure una denuncia palese nei confronti di un’arretratezza evidente che azzera aspettative e progetti per le persone omosessuali nel nostro Belpaese.
Il tono lieve che caratterizza il film-documentario non assolve la responsabilità principalmente politica, al contrario ne acuisce i contorni di una mancanza colpevole.
Il lavoro di Maria Pecchioli è anche soprattutto un viaggio, che prende in esame distanze non soltanto chilometriche, alternando toni lievi a momenti di maggiore emotività, comunque stemperati da una toscanità ironica che scioglie la tensione, unita a una schiera di personaggi dai sapori felliniani.
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Una storia d’amore fatta di rifiuto e partecipazione, negazione e riconoscimento, dove la parola che torna più spesso è condivisione. Il tutto sospeso tra due paesi, l’Italia e la Svezia, simbolo di un differente grado di civiltà, raccontato con grazia e leggerezza. “Lei disse sì” è pure una denuncia palese nei confronti di un’arretratezza evidente che azzera aspettative e progetti per le persone omosessuali nel nostro Belpaese.
Il tono lieve che caratterizza il film-documentario non assolve la responsabilità principalmente politica, al contrario ne acuisce i contorni di una mancanza colpevole.
Il lavoro di Maria Pecchioli è anche soprattutto un viaggio, che prende in esame distanze non soltanto chilometriche, alternando toni lievi a momenti di maggiore emotività, comunque stemperati da una toscanità ironica che scioglie la tensione, unita a una schiera di personaggi dai sapori felliniani.
Dal punto di vista formale, il film è girato con la macchina da presa a mano, diviso in capitoli, come in una sorta di diario di bordo.
Interessanti sono i volti che riempiono letteralmente lo schermo, come è facile vedere in un documentario, genere per eccellenza che predilige il confronto diretto della persona/attore con la mdp. Qui però la finalità non è solo giustificata da ragioni di contenuto, e lo si vede nell’uso dei primi piani, talvolta nei dettagli che coinvolgono lo spettatore, partecipe quasi diretto della storia.
Due gli elementi che suggeriscono relazioni più o meno immediate con la video-arte, in particolare con la poetica di Robert Cahen. Come nei lavori dell’artista francese, anche Pecchioli utilizza la musica non come semplice accompagnamento sonoro, ma in quanto contrappunto narrativo, felicemente combinato a voci e rumori. Inoltre, ancora il viaggio torna nel capitolo della partenza da Firenze, quando la macchina da presa, dall’interno dell’automobile, riprende porzioni di paesaggi: ora palazzi, ora alberi, frammenti di mobilità che accentuano la distanza nell’ambito di un percorso obbligato, seppur intrapreso con gioia e leggerezza.
Francesca Lenzi
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venerdì 7 novembre 2014
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leidissesì
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Un film che muove le corde le cuore, agita pensieri e invita a riflettere non può che essere un film necessario. Così come necessaria è la semplicità dei gesti, dei riti, delle persone e delle parole che vi scorrono abbellendo scene già fortemente poetiche. Un film rivoluzionario che inquadra con occhi nuovi la vita di sentimenti semplici ed autentici che nulla hanno di 'diverso' o di 'anormale' . La sensazione di essere stati parte di quel viaggio, non solo geografico, rende speciale il tempo trascorso a guardarlo.
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