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concetta udda
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giovedì 5 settembre 2024
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paghiamo il canone per essere incompetitivi
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Non posso esprimere un'opinione su questo film più eloquente che "schifo" perché la regia è infantile, grazie Mamma Rai.
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renzo67
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giovedì 4 aprile 2019
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dov'è rimasto atzeni?
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Il regista ha la grande capacità di far sparire totalmente la poesia del capolavoro di Sergio Atzeni. Tra una messa in scena poco credibile e errori grossolani, come la rissa iniziale, degna di un film realizzato da uno studente alle prime armi, volgarità fine a se stesse e un racconto che non arriva a toccare nessun sentimento. Le due ragazzine, dirette malissimo, non hanno ovviamente alcuna colpa, inquanto si percecepisce chiaramente che il regista non è riuscito minimamente a trasmettergli fiducia e quindi la gioia del gioco della recitazione. Struttura narrativa a dir poco imbarazzante, con buchi, voragini, ingeniuità degne di un amatore. Poi arriva la Ramazzotti e fa la strega.
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Il regista ha la grande capacità di far sparire totalmente la poesia del capolavoro di Sergio Atzeni. Tra una messa in scena poco credibile e errori grossolani, come la rissa iniziale, degna di un film realizzato da uno studente alle prime armi, volgarità fine a se stesse e un racconto che non arriva a toccare nessun sentimento. Le due ragazzine, dirette malissimo, non hanno ovviamente alcuna colpa, inquanto si percecepisce chiaramente che il regista non è riuscito minimamente a trasmettergli fiducia e quindi la gioia del gioco della recitazione. Struttura narrativa a dir poco imbarazzante, con buchi, voragini, ingeniuità degne di un amatore. Poi arriva la Ramazzotti e fa la strega. Qui preferisco sorvolare perchè è davvero ridicolo oltre ogni limite. Povero Sergio Atzeni.
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gianleo67
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giovedì 21 novembre 2013
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l'insostenibile leggerezza dei sogni
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La difficile ed allo stesso tempo delicata quotidianità di due amiche adolescenti nello squallore e il degrado sociale di un quartiere residenziale della periferia di Cagliari, nel racconto in prima persona di una delle due. Tra un padre inetto ed erotomane, una famiglia numerosa di giovani maschi allo sbando, una sorella ancora piccola ed un'altra più grande già madre precoce e meretrice, la giovane protagonista racconta i suoi sogni adolescenziali e le sue insicurezze con il casto disincanto della sua giovane età.
Salvatore Mereu al suo terzo lungometraggio ispirato al romanzo omonimo di Sergio Atzeni e da lui ridotto, coglie nel segno centrando registro e impostazione narrativa nel descrivere uno spaccato sociale di specifica esattezza antropologica attraverso la levità e il disincanto di una spiazzante confessione adolescenziale laddove il cinema si fa realtà nella finzione di una incursione cinematografica nel domestico e nel privato, nella dissimulata intrusione di un confessore (osservatore) immaginario (lo spettatore? il regista? la troupe?) nel mondo reale di personaggi immaginari.
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La difficile ed allo stesso tempo delicata quotidianità di due amiche adolescenti nello squallore e il degrado sociale di un quartiere residenziale della periferia di Cagliari, nel racconto in prima persona di una delle due. Tra un padre inetto ed erotomane, una famiglia numerosa di giovani maschi allo sbando, una sorella ancora piccola ed un'altra più grande già madre precoce e meretrice, la giovane protagonista racconta i suoi sogni adolescenziali e le sue insicurezze con il casto disincanto della sua giovane età.
Salvatore Mereu al suo terzo lungometraggio ispirato al romanzo omonimo di Sergio Atzeni e da lui ridotto, coglie nel segno centrando registro e impostazione narrativa nel descrivere uno spaccato sociale di specifica esattezza antropologica attraverso la levità e il disincanto di una spiazzante confessione adolescenziale laddove il cinema si fa realtà nella finzione di una incursione cinematografica nel domestico e nel privato, nella dissimulata intrusione di un confessore (osservatore) immaginario (lo spettatore? il regista? la troupe?) nel mondo reale di personaggi immaginari. Strumentalmente in bilico tra docu-fiction di amara ironia e pirandelliano gioco delle parti, è un'opera delicata e poetica insieme che mescola la purezza dei sentimenti allo squallore del contesto,l'incanto di un'età fuggevole e irripetibile e il laido cinismo di irrefrenabili pulsioni materiali, vergini bambine e puttane con bambini, l'amor platonico e l'amor mercenario, volando sopra a tutto con la leggerezza di un riscatto 'in erba' che prova a spiccare il volo sopra il turpe degrado urbano di una città di mediterraneo splendore. Racconto di una ostinata resistenza idiomatica e semantica che separa il bene dal male, la purezza dalla turpitudine, le anime belle e immacolate dei puri di spirito (che preservano castità,idealismo e igiene dentale) dalla corruzione materiale e morale di individui traviati dalla vita e dall'ambiente (irosi e libidinosi 'n'fami e pezz'è merda'); una dicotomica classificazione di tipi umani nella indistinta promiscuità di una convivenza familiare e sociale in cui ci si annusa e riconosce, fratelli e sorelle (veri o presunti), sorelle e sorelle,figlie di madri diverse ma dello stesso padre, bozzoli informi di meravigliose crisalidi che presto,trasformate in farfalle, spiccheranno il volo verso una agognata libertà. Prezioso e divertito ritratto di una commovente sensibilità adolescenziale segna una suggestiva ricognizione attraverso i luoghi simbolo di una città bellissima e contraddittoria tra il degrado del quartiere Sant'Elia e la splendida distesa di silicio del 'Puetto', da Piazza Repubblica a Monte Lupino, da via Manno alla Stazione e da qui di ritono a casa, per concludersi con l'espediente teatrale e fuori registro della provvidenziale comparsata di una bionda e appariscente 'Coga foresa' (una Ramazzotti decisamente fuori tema) che legge la mano e sputa sentenze, che salva vite e decreta morti,che rinsalda la casta sorellanza di splendide farfalle sognanti. 'Ama e ridi se amor risponde, piangi forte se non ti sente. Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior'.
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pensierocivile
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giovedì 31 ottobre 2013
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troppe voci
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L’approccio pasoliniano alla storia è tanto sorprendente quanto necessario nella rappresentazione del quartiere, vero protagonista della vicenda. Un quartiere che viene messo a fuoco puntando l’attenzione all’appartamento di Cate e della sua numerosa famiglia. Mereu scivola con grazia sui componenti di quel nucleo familiare eterogeneo, affonda un piede nel dramma e l’altro nella commedia e dopo qualche breve cenno, corre, si allontana dal degrado del quartiere e pedina le sue protagoniste, innocenti creature estranee ad un contesto orribile, sulle quali grava però un destino da compiersi. Certo, lo squallore non è solo quello del rione, anche la vita “oltre”, non mostra il suo lato migliore, ma è con l’arrivo di una strega che gli eventi si piegheranno ad un nuovo destino.
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L’approccio pasoliniano alla storia è tanto sorprendente quanto necessario nella rappresentazione del quartiere, vero protagonista della vicenda. Un quartiere che viene messo a fuoco puntando l’attenzione all’appartamento di Cate e della sua numerosa famiglia. Mereu scivola con grazia sui componenti di quel nucleo familiare eterogeneo, affonda un piede nel dramma e l’altro nella commedia e dopo qualche breve cenno, corre, si allontana dal degrado del quartiere e pedina le sue protagoniste, innocenti creature estranee ad un contesto orribile, sulle quali grava però un destino da compiersi. Certo, lo squallore non è solo quello del rione, anche la vita “oltre”, non mostra il suo lato migliore, ma è con l’arrivo di una strega che gli eventi si piegheranno ad un nuovo destino. Dai pasolinismi si vira al fantasy, forse al fellinismo, forse è semplicemente una bella intuizione, sta di fatto che tutto il film gode di una freschezza anomala nonostante l’abbondanza di temi drammatici. A minare la solidità della pellicola la voce fuoricampo irritante della protagonista a commento di ogni azione e il dialogo che la stessa protagonista intraprende con gli spettatori, di una stupidità e inutilità seccante, il danno peggiore che si possa immaginare per un film così ben costruito.
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ilariapuntoeacapo
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giovedì 24 ottobre 2013
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fra le brutture la leggerezza di bellas mariposas
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Un germoglio di speranza sembra sopravvivere laddove lo sguardo del Signore si pensa sia cieco. Colpisce la determinazione e la forza di Caterina nel voler uscire dal degrado che la circonda: un padre che non ha mai lavorato, che va a zonzo avendo 'il chiodo fisso'; una madre che fa tutto da sola lavorando dentro e fuori casa; la vita irregolare dei figli che entrano ed escono ad ogni ora del giorno e della notte in autonomia. Una sorella è prostituta con due bambini piccoli; un fratello è drogato; uno fa il bullo di quartiere; un altro fa il musicista e infine una sorellina piccola.
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Un germoglio di speranza sembra sopravvivere laddove lo sguardo del Signore si pensa sia cieco. Colpisce la determinazione e la forza di Caterina nel voler uscire dal degrado che la circonda: un padre che non ha mai lavorato, che va a zonzo avendo 'il chiodo fisso'; una madre che fa tutto da sola lavorando dentro e fuori casa; la vita irregolare dei figli che entrano ed escono ad ogni ora del giorno e della notte in autonomia. Una sorella è prostituta con due bambini piccoli; un fratello è drogato; uno fa il bullo di quartiere; un altro fa il musicista e infine una sorellina piccola. Punto di riferimento di Cate è Luna, un'amica che considera una sorella, l'unica che la capisce, che nei momenti di "scazzo" sa come farla sorridere. Le ragazzine girano per il quartiere, per Cagliari, vanno al mare, come adulte nel senso che sono smaliziate nei confronti della vita, che sanno già molto rispetto alla loro giovane età, sapendosi difendere al momento giusto. Il film descrive la vita di Cate, i suoi sogni di diventare una cantante famosa e sposare un giorno "Gigi", un ragazzino suo vicino di casa, che ancora non sa distinguere il bene dal male risultando agli occhi dello spettatore un "tonto". Alla fine del film accade qualcosa di provvidenziale, quasi divino che sembra dare speranza di un effettivo cambiamento alla triste e amara quotidianità fatta di compromessi. Un po' di felicità è possibile anche per chi è abbandonato a se stesso in balia di un destino che sembra ricordare le novelle di verghiana memoria. L'amicizia fra Cate e Luna, la loro purezza, insegnano che si può lottare per il progresso allo stato elementare e si può volare con leggerezza come 'bellas mariposas'.
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nicell
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giovedì 8 agosto 2013
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brutto
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Indeciso tra l'essere poetico e l'essere squallido, è un film che non parte decisamente mai. Annoia e non coinvolge. Ma le belle farfalle dove sono??
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stefano94
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sabato 20 luglio 2013
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pretenzioso
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Film che vuole richiamare indubbiamente il neorealismo italiano degli anni '40-'50 (ma parliamo di registi del calibro di De Sica), che troppo si affida ad attori, in questo caso attrici, non professioniste. Ma non è l'unica pecca. La sceneggiatura presenta buchi, difficoltà a far dispiegare la storia, si accartoccia su se stessa creando confusione nello spettatore.
Anche la scelta di far interloquire la protagonista con la mdp come se fosse un documentario (scelta forse molto azzardata), ma solo in alcune parti di film, genera un grosso "?" da parte del pubblico.
Il degrado mostrato dovrebbe dare al film un aspetto crudo, appartenente a una realtà su cui troppo spesso si chiudono gli occhi.
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Film che vuole richiamare indubbiamente il neorealismo italiano degli anni '40-'50 (ma parliamo di registi del calibro di De Sica), che troppo si affida ad attori, in questo caso attrici, non professioniste. Ma non è l'unica pecca. La sceneggiatura presenta buchi, difficoltà a far dispiegare la storia, si accartoccia su se stessa creando confusione nello spettatore.
Anche la scelta di far interloquire la protagonista con la mdp come se fosse un documentario (scelta forse molto azzardata), ma solo in alcune parti di film, genera un grosso "?" da parte del pubblico.
Il degrado mostrato dovrebbe dare al film un aspetto crudo, appartenente a una realtà su cui troppo spesso si chiudono gli occhi. Ma il regista preferisce puntare un occhio più sul singolo che sulla società, di conseguenza assume tutto un aspetto più squallido, mostrando il peggio dei protagonisti.
L'idea di base era buona, e ci si sarebbe potuto fare un bel film, ma ci si prende troppo sul serio, e quelli che dovevano essere forse "attacchi" a questa società, diventa un minestrone di peripezie al limite della sopportazione umana.
Due stelle solo per la regia capace di Mereu, il resto è da buttare.
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peterangel
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mercoledì 12 giugno 2013
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un'occasione mancata
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Accoglienza fredda per «Bellas Mariposas», di Salvatore Mereu, al Lincoln Center di New York per la rassegna «Open Roads».
Libera trasposizione dell’omonimo racconto di Sergio Atzeni, il film non riesce a riproporne il passo svelto, l’eleganza, la poesia.
Atzeni utilizzava una lingua permeata dal dialetto e priva di punteggiatura, così come lo è la vita nelle periferie urbane imputridite dal degrado. Se dal letame di De André «nascono i fior», in questo angolo marcescente di una Cagliari ancora socialmente frammentata, sboccia l’amicizia tra due ragazzine dodicenni. La purezza dei sentimenti, intatta sotto il manto di turpiloquio che li avvolge, finisce col riscattare tanta bruttura, illuminandola della loro innocenza.
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Accoglienza fredda per «Bellas Mariposas», di Salvatore Mereu, al Lincoln Center di New York per la rassegna «Open Roads».
Libera trasposizione dell’omonimo racconto di Sergio Atzeni, il film non riesce a riproporne il passo svelto, l’eleganza, la poesia.
Atzeni utilizzava una lingua permeata dal dialetto e priva di punteggiatura, così come lo è la vita nelle periferie urbane imputridite dal degrado. Se dal letame di De André «nascono i fior», in questo angolo marcescente di una Cagliari ancora socialmente frammentata, sboccia l’amicizia tra due ragazzine dodicenni. La purezza dei sentimenti, intatta sotto il manto di turpiloquio che li avvolge, finisce col riscattare tanta bruttura, illuminandola della loro innocenza.
Cos’è rimasto nel film di tanta magia narrativa? Poco o niente. Mentre il racconto di Atzeni si legge d’un fiato, il film stenta a prender quota, forse per la sceneggiatura «poco scritta», con troppe battute affidate all’improvvisazione degli attori.
Atzeni, se la prematura scomparsa non ne avesse troncato l’opera, avrebbe finito col dare dignità letteraria al «gaggio» cagliaritano, non meno di quanto Pasolini ne abbia data al coatto romano, o Totò alla plebe napoletana. Ma questa universalizzazione della maschera cagliaritana, Atzeni non l’ha portata a termine, e il film sarebbe forse dovuto ripartire da lì: dalla rappresentazione corale, piuttosto che indugiare sul macchiettismo di qualche caratterista.
Anche la diversa ambientazione (dagli spazi aperti del quartiere di Is Mirrionis a quelli chiusi e soffocati di Sant’Elia) non è stata una buona scelta.
Nel film abbondano gli interni: stanzette sovraffollate e invivibili dalle quali nella realtà i ragazzi cercano di fuggire, preferendo il cortile o la strada, e dove anche la macchina da presa si muove male. Anche la fotografia (digitale DCP) soffre della poca luce, e appare talvolta sgranata.
Quando poi le ragazze evadono dal quartiere, vagabondando tra mare e città, manca il contrasto tra i cittadini «normali» (belli fuori, brutti dentro) e le due adolescenti (brutte fuori, belle dentro).
Se per chi vive a Cagliari lo stabilimento balneare del Lido è un segno di esclusività, chi lo vede nel film vede lo stesso degrado del quartiere da cui le protagoniste provengono. Uno stacco sul bar, con giovani ben vestiti e drink in mano, avrebbe meglio sottolineato la distanza sociale tra le ragazze e quell’ambiente. Anche la signora che le accoglie in spiaggia, lungi dall’appartenere a una classe sociale più alta (come la successiva corsa in auto vorrebbe suggerire), appare più come una loro vicina di casa. E così il pappagallo che le segue in moto, mal vestito e assai distante da quei «giovani bene» che andavano a cercar droga al Bar Europa, divenuto nel film non più il ritrovo della peggiore destra giovanile, ma una graziosa gelateria da passeggio.
Priva di ogni conflitto (mondo «perbene» e «gioventù bruciata») la narrazione si appiattisce e si spegne, senza mai impadronirsi dello spettatore.
Forse occorreva una scelta radicale, come trasporre l’azione a Napoli o a Roma, dove – come s’è detto – le classi emarginate son già patrimonio dell’immaginario collettivo. Il regista ha preferito invece Sant’Elia. E Sant’Elia gli ha preso pian piano la mano, fino a diventare il vero protagonista del film. A spese della storia e dei personaggi.
Dopo 100 lunghi minuti, senza un accenno d’applauso, la sala si svuota. Delusa per quella che è forse una grande occasione mancata.
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(di chellè)
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fabrizio dividi
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lunedì 3 giugno 2013
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brutti, sporchi e sognatori
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E’ piuttosto raro che un film italiano affronti temi come bullismo, sopraffazione, crisi adolescenziale e degrado in tutte le sue accezioni, senza scivolare nell’ovvio e –cosa ben peggiore- nel moralismo filantropico e autoriale che più che denunciare i problemi li utilizza per auto compiacersi.
In questo caso il rischio era incombente, per le tante situazioni al limite del grottesco che però reggono miracolosamente, descrivendo una realtà pasoliniana ma senza inutili svolazzi estetici, con gusto asciutto e piacere per il verosimile. Ed ecco come un padre ossessionato dal sesso (lo fa con chiunque e dovunque), la famiglia di drogati, prostitute e violenti che vive ai margini di una inedita periferia di Cagliari in un incubante condominio popolato da una fauna almodovariana e aneddoti di vita quotidiana tra realismo e poesia, riescano a comporre un mosaico coerente e gradevole con una misura tale da meritare un plauso.
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E’ piuttosto raro che un film italiano affronti temi come bullismo, sopraffazione, crisi adolescenziale e degrado in tutte le sue accezioni, senza scivolare nell’ovvio e –cosa ben peggiore- nel moralismo filantropico e autoriale che più che denunciare i problemi li utilizza per auto compiacersi.
In questo caso il rischio era incombente, per le tante situazioni al limite del grottesco che però reggono miracolosamente, descrivendo una realtà pasoliniana ma senza inutili svolazzi estetici, con gusto asciutto e piacere per il verosimile. Ed ecco come un padre ossessionato dal sesso (lo fa con chiunque e dovunque), la famiglia di drogati, prostitute e violenti che vive ai margini di una inedita periferia di Cagliari in un incubante condominio popolato da una fauna almodovariana e aneddoti di vita quotidiana tra realismo e poesia, riescano a comporre un mosaico coerente e gradevole con una misura tale da meritare un plauso.
L’originalità del racconto si appoggia sulla protagonista, la sorella dodicenne ancora “sana” della famiglia e dotata di un maturo pragmatismo sognante che diventa coro e voce narrante e che con continui (forse anche troppi) camera-eyes ci accompagna nella sua realtà disastrata. Tra Romher e lo Scola di “Brutti, sporchi e cattivi” ma con impliciti riferimenti ai “freaks” metropolitani di “Gummo” di Harmony Korine, il risultato è convincente con due limiti: la durata, figlia di un montaggio un po’ troppo generoso, e un finale un po’ arruffato che sposta inspiegabilmente il piano di lettura dal grottesco al surreale. Ciò nonostante il film funziona, diverte e fa pensare, con leggerezza e sincera partecipazione: e non è cosa da poco. @fabdividi
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