Giovanni Grazzini
Il Corriere della Sera
A questo mondo c'è giustizia finalmente. L'avvocato Barry Reed, che ha scritto il romanzo da cui il film deriva, è ottimista come Renzo Tramaglino: benché nella vita ne debba aver viste di tutti i colori, pensa che il bene finisca qualche volta per trionfare sugli intrighi dei potenti. Ecco il caso di Frank Galvin, un legale di Boston che, dopo essere stato coinvolto in un caso di corruzione e aver perduto la moglie, è andato a zero aggrappato alla bottiglia. L'ultima occasione per rimettersi in sesto gli è offerta da un vecchio collega: c'è da rivendicare i diritti d'una povera donna che, operata in un ospedale cattolico, per un errore degli anestesisti perse la vista e la parola, e vive in coma da quattro anni.
È un caso quasi senza speranza, perché l'arcidiocesi di Boston si fa difendere da una vecchia volpe del foro e il giudice è tutto dalla sua parte, ma Galvin lo prende di petto. Fidando nella testimonianza di un dottore che gli promette di dire la verità, rifiuta una vantaggiosa transazione contro il parere della sua cliente e del collega, e si ostina a volere il processo contro i baroni della medicina che a suo avviso sono colpevoli di negligenza. Quanto sia stato temerario si vede il giorno in cui gli viene meno il testimone su cui contava, e il giudice maligno non gli concede alcun rinvio. Ora Galvin sarebbe disposto ad accettare il denaro offertogli dalla controparte, ma è troppo tardi: sicuri di vincere, anche gli avversari ormai chiedono il processo. Superato un momento di scoraggiamento (anche grazie a una Laura che ha trovato in un bar e gli è stata vicina), Galvin ha un colpo di fortuna quando rintraccia l'infermiera che sa davvero come andarono le cose. Benché durante l'udienza si tenti di invalidarla, la sua deposizione a sorpresa convince la corte. Galvin n'esce dunque vittorioso, e con la bella soddisfazione di aver preso a schiaffi la perfida Laura, che mentre andava a letto con lui si faceva pagare dall'avvocato avversario. Ed è inutile che la donna cerchi di riagganciarlo. Ora tocca a lei andare alla deriva...
Il verdetto è un ottimo esempio di cinema professionale, confezionato come il Dio di Hollywood comanda da un regista che si salva l'anima due volte: restando fedele alla propria vocazione di autore di denuncia sociale ed esprimendola nel rispetto delle leggi dello spettacolo. Reduce dall'averci spiegato, nel Principe della città, come funziona la polizia americana (ancor prima, con Quinto potere sparò contro la Tv), Sidney Lumet torna a prendersela, come molti altri hanno già fatto, contro i medici, i magistrati, gli avvocati e gli uomini di chiesa. I suoi bersagli sono facili, e i più graditi al grosso dell'opinione pubblica americana che contesta i privilegi di certe corporazioni, nelle cui mani è il potere; e facilissimo è il consenso che egli ottiene dalla platea, alla quale fa sempre piacere essere rassicurata sulla possibilità di recuperare i naufraghi e di veder premiati quanti si battono per i deboli. Sta di fatto, però, che per i meriti congiunti dello sceneggiatore David Mamet venuto dal teatro, di attori di prima classe, e appunto del regista, il film si vede con piacere. La sommarietà psicologica e qualche incongruenza narrativa vengono scusate dalla robustezza della messinscena, che punta molto sull'ambientazione autunnale, sugli interni della vecchia Boston, sui concisi ritratti e sulla «suspense» del processo.
Sidney Lumet esordì, nel '57, con La parola ai giurati. Tornando a respirare l'aria viziata dei tribunali, ritrova un nerbo che da qualche tempo gli mancava. Fa venir voglia, caso raro, di leggere il libro (in Italia lo ha pubblicato Sperling & Kupfer), ci trasmette senza enfasi gli scoramenti e le ostinatezze di un tipo che cerca di redimersi, e come si diceva corregge con una goccia di speranza lo scetticismo dell'uomo della strada.
Il cast è bene azzeccato. Perché Paul Newman riacquista il suo carisma dando a Galvin un'apprezzabile intensità di accenti, perché Charlotte Rampling sopperisce con l'abituale obliquità alle carenze di un ruolo motivato soltanto dalle esigenze della cassetta, perché James Mason fa con grande autorevolezza l'avvocato marpione che ha un manipolo di aiutanti (le riunioni nel suo studio sono fra i momenti migliori del film) e perché, accanto al sempre bravo Jack Warden, Milo O' Shea schizza un memorabile ritrattino di giudice da prendere con le molle. La musica, di Johnny Mandel, non è fra i meriti minori di un film che, con i limiti connaturati al genere e agli obblighi produttivi, sollecita la coscienza e suscita emozione.
Da Il Corriere della Sera, 25 febbraio 1983