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albert
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venerdì 11 aprile 2025
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chicago seven
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È indiscutibile che "Il processo ai Chicago 7" lascia un po' d'amaro in bocca,viste le grandi attese suscitate, il favore della critica e i vari premi vinti. Si parla del famoso processo ai Chicago seven e al leader delle Pantere nere, accusati di aver suscitato sommosse a Chicago manifestando contro la guerra in Vietnam; quest'ultima guerra detiene probabilmente il primato di film inerenti a guerre che non fossero mondiali. È un legal-drama che sicuramente non è comparabile con certi capolavori del passato come "Parola ai giurati" o "Vincitori e vinti". Fu un processo farsa dove il verdetto era già ampiamente preannunciato, per dare una lezione a coloro che miravano a contrastare il sistema americano, auspicando una controcultura pacifista.
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È indiscutibile che "Il processo ai Chicago 7" lascia un po' d'amaro in bocca,viste le grandi attese suscitate, il favore della critica e i vari premi vinti. Si parla del famoso processo ai Chicago seven e al leader delle Pantere nere, accusati di aver suscitato sommosse a Chicago manifestando contro la guerra in Vietnam; quest'ultima guerra detiene probabilmente il primato di film inerenti a guerre che non fossero mondiali. È un legal-drama che sicuramente non è comparabile con certi capolavori del passato come "Parola ai giurati" o "Vincitori e vinti". Fu un processo farsa dove il verdetto era già ampiamente preannunciato, per dare una lezione a coloro che miravano a contrastare il sistema americano, auspicando una controcultura pacifista. Aaron Sorkin si avvale di un cast stellare, ma che sembra andare in ordine sparso, per cui nessuno lascia un segno indelebile con la propria interpretazione.Anche quel Langella che aveva interpretato ottimamente Nixon, qui appare un po' fuori luogo con qualche sottile traccia di macchiettismo. A nessuno viene data la chance di esprimersi al meglio. Anche la sceneggiatura, a volte, risulta un po' fredda e dispersiva. Recensione fin troppo negativa per aver assegnato tre stelle, ma è dovuto al fatto che vi è un senso di frustrazione per quello che sarebbe potuto essere. Nel complesso è un film discreto, perché, grazie alla qualità del cast e alla regia di Sorkin, che è un regista che difficilmente scende sotto un certo livello, i difetti evidenziati non compromettono del tutto la riuscita del film.
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jaylee
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domenica 4 ottobre 2020
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tutto quello che ci piace, e non, dell’america
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Sembra proprio che tocchi ai canali internet via internet (accusati di mettere in crisi i circuiti delle sale cinematografiche) a tenere alto il livello di produzione di quello che si vede in sala: in un periodo in cui, con l’eccezione del Tenet di Nolan, davanti al grande schermo si vedono fondi di magazzino in attesa di riaprire al 100% le sale, sembra paradossale che sia Netflix a produrre i tradizionali colossal made in USA. Prima The Irishman di Scorsese, ora Il Processo ai Chicago 7, che originariamente avrebbe dovuto essere diretto da Spielberg (invece ora solo prodotto dalla Dreamworks del buon Steven) ed uscire qualche anno fa.
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Sembra proprio che tocchi ai canali internet via internet (accusati di mettere in crisi i circuiti delle sale cinematografiche) a tenere alto il livello di produzione di quello che si vede in sala: in un periodo in cui, con l’eccezione del Tenet di Nolan, davanti al grande schermo si vedono fondi di magazzino in attesa di riaprire al 100% le sale, sembra paradossale che sia Netflix a produrre i tradizionali colossal made in USA. Prima The Irishman di Scorsese, ora Il Processo ai Chicago 7, che originariamente avrebbe dovuto essere diretto da Spielberg (invece ora solo prodotto dalla Dreamworks del buon Steven) ed uscire qualche anno fa.
Siamo nel 1968: le elezioni prevedono come candidati Nixon e Humphries, entrambi candidati considerati troppo conservatori dai movimenti di sinistra: vengono organizzate delle proteste pacifiche a Chicago, sede del Partito Democratico, ma queste proteste sfoceranno in sanguinosi scontri con la polizia locale. 7 dei leader della dimostrazione vengono incriminati dalla nuova amministrazione Nixon per cospirazione; e per buona misura viene anche incluso Bobby Seale, leader del movimento dei Black Panthers, che il giorno della dimostrazione, stava facendo un discorso a Chicago. Il Processo si rivela subito estremamente ostile verso gli imputati, e gli avvocati Kunstler e Weinglass, capiscono da subito (senza volerlo ammettere davanti agli altri) che si tratta di un processo politico a tutti gli oppositori del Vietnam.
Il film scritto e diretto da Aaron Sorkin, uno dei migliori sceneggiatori della Hollywood “impegnata” degli ultimi 40 anni (suoi Codice D’Onore, The Social Network, Moneyball, e altri), ma solo alla sua seconda regia, porta sullo schermo una storia poco nota da noi, ma che in questo periodo in cui la politica soffoca la libera espressione delle persone, è quello che si direbbe un film “necessario”. Alcune delle scene, reali anche se drammatizzate, fanno accapponare la pelle a qualunque persona che abbia a cuore la giustizia e la libertà e ci sono di monito, tra cui quella in cui Bobby Seale (l’imputato nero, al quale fu negato il diritto di avere un proprio avvocato) viene letteralmente legato ed imbavagliato in aula e quella dove i poliziotti si tolgono il distintivo e la targhetta del nome prima di spingere i dimostranti dentro una vetrina per arrestarli. D’altro canto, fu anche un esempio in cui il sistema giudiziale USA riuscì a correggere i propri errori, e ci è di esempio. Curioso che un film che sarebbe dovuto uscire anni fa, esce quasi provvidenzialmente in un periodo critico della politica USA, e davvero dovrebbe essere visto da tanta gente.
Il Processo ai Chicago 7 è di impianto classico, ma non scontato (il racconto degli scontri ad esempio, avviene in una serie di flashback non lineari raccontati dagli imputati), ed inizia nell’ufficio del Ministro della Giustizia, neo-nominato da Nixon, che “incarica” letteralmente il Pubblico Ministero (un Joseph Gordon-Levitt con una recitazione tranquilla ma per niente noiosa) di vincere la causa a qualunque costo (e con qualunque mezzo, lo stile di Nixon era quello), per far capire che quello che si sarebbe visto sarebbe stato una farsa in un’aula di giustizia, con un giudice (Frank Langella, strepitoso) che evidentemente non avrebbe dato una chance agli imputati. Dove il film manca in originalità, potrebbe essere stato tranquillamente girato 20 anni fa sia come fotografia, musica, ecc., è ampiamente ripagato da una sceneggiatura di altissimo livello (2 ore he incollano allo schermo), e delle interpretazioni, individuali e corali, che lasciano il segno. Oltre ai già citati Gordon-Levitt e Langella, menzioni d’onore per Sacha Baron Cohen (il deflagrante Abbie Hoffmann) che pronuncerà una delle linee più memorabili della pellicola (“nessuno mi ha mai processato per i miei pensieri fino ad ora” – forse la sintesi migliore di tutto quello che successe in quell’aula), Mark Rylance (l’avvocato attivista) e Michael Keaton (che in 10 minuti scarsi sullo schermo ruba la scena). A dimostrazione che, alla fine, le emozioni vengono suscitate dalle storie e da chi le racconta, il resto è tecnica. Questo è grande cinema. Anche sul piccolo schermo. (www.versionekowalski.it)
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jaylee
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tutto quello che ci piace, e non, dell''america
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Sembra proprio che tocchi ai canali internet via internet (accusati di mettere in crisi i circuiti delle sale cinematografiche) a tenere alto il livello di produzione di quello che si vede in sala: in un periodo in cui, con l’eccezione del Tenet di Nolan, davanti al grande schermo si vedono fondi di magazzino in attesa di riaprire al 100% le sale, sembra paradossale che sia Netflix a produrre i tradizionali colossal made in USA. Prima The Irishman di Scorsese, ora Il Processo ai Chicago 7, che originariamente avrebbe dovuto essere diretto da Spielberg (invece ora solo prodotto dalla Dreamworks del buon Steven) ed uscire qualche anno fa.
Siamo nel 1968: le elezioni prevedono come candidati Nixon e Humphries, entrambi candidati considerati troppo conservatori dai movimenti di sinistra: vengono organizzate delle proteste pacifiche a Chicago, sede del Partito Democratico, ma queste proteste sfoceranno in sanguinosi scontri con la polizia locale. 7 dei leader della dimostrazione vengono incriminati dalla nuova amministrazione Nixon per cospirazione; e per buona misura viene anche incluso Bobby Seale, leader del movimento dei Black Panthers, che il giorno della dimostrazione, stava facendo un discorso a Chicago. Il Processo si rivela subito estremamente ostile verso gli imputati, e gli avvocati Kunstler e Weinglass, capiscono da subito (senza volerlo ammettere davanti agli altri) che si tratta di un processo politico a tutti gli oppositori del Vietnam.
Il film scritto e diretto da Aaron Sorkin, uno dei migliori sceneggiatori della Hollywood “impegnata” degli ultimi 40 anni (suoi Codice D’Onore, The Social Network, Moneyball, e altri), ma solo alla sua seconda regia, porta sullo schermo una storia poco nota da noi, ma che in questo periodo in cui la politica soffoca la libera espressione delle persone, è quello che si direbbe un film “necessario”. Alcune delle scene, reali anche se drammatizzate, fanno accapponare la pelle a qualunque persona che abbia a cuore la giustizia e la libertà e ci sono di monito, tra cui quella in cui Bobby Seale (l’imputato nero, al quale fu negato il diritto di avere un proprio avvocato) viene letteralmente legato ed imbavagliato in aula e quella dove i poliziotti si tolgono il distintivo e la targhetta del nome prima di spingere i dimostranti dentro una vetrina per arrestarli. D’altro canto, fu anche un esempio in cui il sistema giudiziale USA riuscì a correggere i propri errori, e ci è di esempio. Curioso che un film che sarebbe dovuto uscire anni fa, esce quasi provvidenzialmente in un periodo critico della politica USA, e davvero dovrebbe essere visto da tanta gente.
Il Processo ai Chicago 7 è di impianto classico, ma non scontato (il racconto degli scontri ad esempio, avviene in una serie di flashback non lineari raccontati dagli imputati), ed inizia nell’ufficio del Ministro della Giustizia, neo-nominato da Nixon, che “incarica” letteralmente il Pubblico Ministero (un Joseph Gordon-Levitt con una recitazione tranquilla ma per niente noiosa) di vincere la causa a qualunque costo (e con qualunque mezzo, lo stile di Nixon era quello), per far capire che quello che si sarebbe visto sarebbe stato una farsa in un’aula di giustizia, con un giudice (Frank Langella, strepitoso) che evidentemente non avrebbe dato una chance agli imputati. Dove il film manca in originalità, potrebbe essere stato tranquillamente girato 20 anni fa sia come fotografia, musica, ecc., è ampiamente ripagato da una sceneggiatura di altissimo livello (2 ore he incollano allo schermo), e delle interpretazioni, individuali e corali, che lasciano il segno. Oltre ai già citati Gordon-Levitt e Langella, menzioni d’onore per Sacha Baron Cohen (il deflagrante Abbie Hoffmann) che pronuncerà una delle linee più memorabili della pellicola (“nessuno mi ha mai processato per i miei pensieri fino ad ora” – forse la sintesi migliore di tutto quello che successe in quell’aula), Mark Rylance (l’avvocato attivista) e Michael Keaton (che in 10 minuti scarsi sullo schermo ruba la scena). A dimostrazione che, alla fine, le emozioni vengono suscitate dalle storie e da chi le racconta, il resto è tecnica. Questo è grande cinema. Anche sul piccolo schermo. (www.versionekowalski.it)
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paolp78
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mercoledì 14 settembre 2022
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faziosissimo, ma non disturba
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Il cinema a volte racconta episodi storici che hanno avuto un importante valore politico e sociale; in questi casi difficilmente la pellicola riesce a mantenersi obiettiva, del resto non è questo il compito a cui deve mirare, tuttavia quando si valicano certi limiti l’opera sembra scordarsi anche i canoni estetici e di intrattenimento a cui invece deve mirare, divenendo un prodotto poco attrattivo, appunto perché concentrato nel narrare in modo fazioso i fatti oggetto della rappresentazione.
Questa pellicola diretta e sceneggiata da Aaron Sorkin costituisce una piacevole eccezione alla regola sopra enunciata; non si può di certo dire che non si tratti di un film oltremodo schierato, tuttavia Sorkin riesce a confezionare un prodotto accattivante ed estremamente godibile, anche per coloro che non condividono il suo punto di vista.
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Il cinema a volte racconta episodi storici che hanno avuto un importante valore politico e sociale; in questi casi difficilmente la pellicola riesce a mantenersi obiettiva, del resto non è questo il compito a cui deve mirare, tuttavia quando si valicano certi limiti l’opera sembra scordarsi anche i canoni estetici e di intrattenimento a cui invece deve mirare, divenendo un prodotto poco attrattivo, appunto perché concentrato nel narrare in modo fazioso i fatti oggetto della rappresentazione.
Questa pellicola diretta e sceneggiata da Aaron Sorkin costituisce una piacevole eccezione alla regola sopra enunciata; non si può di certo dire che non si tratti di un film oltremodo schierato, tuttavia Sorkin riesce a confezionare un prodotto accattivante ed estremamente godibile, anche per coloro che non condividono il suo punto di vista.
La sceneggiatura è l’elemento che fa la differenza. I processi sono sempre apparsi una delle attività che meglio si prestano ad essere rappresentate sul grande schermo; questo particolare processo, che pure nella realtà fu estremamente spettacolare, mediatico e pieno di colpi di scena, esalta tale regola offrendo a Sorkin la base ideale per scrivere una perfetta opera cinematografica.
Ottimo il ritmo incalzante del film, garantito dalle avvincenti fasi processuali; buona la scelta di ricorrere a continui flashback che sostituiscono le deposizioni aiutando efficacemente la scorrevolezza della narrazione.
Altro elemento di forza del film è il cast corale davvero di alto livello. Tra i tanti ottimi interpreti che lo compongono i due che mi sono rimasti più impressi sono quelli più in là con gli anni, ovvero l’inglese Mark Rylance, che interpreta l’avvocato difensore, e il bravissimo Frank Langella nella parte del giudice ostile: le scaramucce verbali tra i due sono spassosissime. Molto bravi anche Sacha Baron Cohen e Eddie Redmayne che interpretano rispettivamente i noti attivisti Abbie Hoffman e Tom Hayden, oltre che Joseph Gordon-Levitt, molto convincente come procuratore che sostiene l’accusa, pur non credendola fondata. Si ricordano infine Michael Keaton in una parte di scarso minutaggio ed i bravi caratteristi John Carroll Lynch, John Doman e Jeremy Strong.
Al di là di come la si pensi circa i fatti narrati, la pellicola costituisce comunque uno stimolo per approfondire un’interessante pagina della recente storia americana.
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