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flyanto
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lunedì 18 luglio 2016
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un'indagine alquanto complicata
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Ispirato ad una storia vera, "A Dragon Arrives" racconta di un ispettore di polizia iraniano (alla guida di un' alquanto spiccata e "particolare" Chevrolet arancione) che deve indagare su di un apparente suicidio concernente un esiliato politico della zona. Quello che induce sempre di più al sospetto il suddetto ispettore sono le frasi di varia e strana provenienza che sono state trovate sulle pareti del luogo del rinvenimento del cadavere: frasi di provenienza letteraria miste a frasi di contenuto personale. Nel corso di queste sue indagini, l'ispettore è affiancato da un tecnico del suono e da un geologo, essendo la zona in questione soggetta a strani e straodinari, nonchè inspiegabili, fenomeni sismici.
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Ispirato ad una storia vera, "A Dragon Arrives" racconta di un ispettore di polizia iraniano (alla guida di un' alquanto spiccata e "particolare" Chevrolet arancione) che deve indagare su di un apparente suicidio concernente un esiliato politico della zona. Quello che induce sempre di più al sospetto il suddetto ispettore sono le frasi di varia e strana provenienza che sono state trovate sulle pareti del luogo del rinvenimento del cadavere: frasi di provenienza letteraria miste a frasi di contenuto personale. Nel corso di queste sue indagini, l'ispettore è affiancato da un tecnico del suono e da un geologo, essendo la zona in questione soggetta a strani e straodinari, nonchè inspiegabili, fenomeni sismici.
Altalenandosi tra passato e presente (il racconto è un lungo flash back del periodo delle indagini), in "A Dragon Arrives" il regista/attore iraniano Mani Haghighi porta sullo schermo una pellicola del tutto nuova per ciò che concerne l' impostazione registica, costruendo un'opera del tutto surreale ed evanescente, in un'atmosfera quasi sospesa, ed in un continuo, appunto, alternarsi tra passato e presente. Si intuisce chiaramente da parte del regista la denuncia di un paese, quale l'Iran, governato da un sistema troppo rigido ed ormai alquanto anacronistico, ma il modo poco diretto in cui egli la conduce e l'eccessivo andamento surreale e particolarmente ricercato, rendono la pellicola troppo arzigogolata nella sua rappresentazione e dunque esasperata nella sua forma. Forse, Haghighi si è lasciato un poco prendere la mano o, se realizzato tutto ciò appositamente, non è riuscito in ogni caso a dominare del tutto la propria materia, fatto sta che l'opera, per quanto riveli un certo e notevole latente pregio, delude di molto le aspettative. Un vero peccato!
Bellissima in ogni caso la fotografia e la moderna colonna sonora.
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fabiofeli
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domenica 17 luglio 2016
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che cosa vedrò in punto di morte?
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Siamo in Iran nel 1965. La Savak è la pericolosa polizia segreta dello shah Pahlevi, che controlla non solo gli oppositori e i singoli cittadini ma anche l’operato dei suoi stessi agenti. Uno di questi ultimi, Barak (Amir Hadidi) ha appena compiuto una missione nell’isola di Qeshm situata nello stretto di Hormuz, adibita a confino, e deve far registrare il rapporto da un anziano collega che lo interroga con fare inquisitorio. La missione – accertare i fatti su un presunto suicidio di un detenuto – appare in un flashback. Il “look” di Babak oscilla tra quello dei misteriosi “Men in black” e il vestiario di Belushi in Blues Brothers, occhiali neri compresi; sul capo il giovane porta una risicata lobbia nera al modo degli investigatori privati USA dell’epoca, del tutto simile a quella poco pratica dello 007 di Sean Connery, l’utilità della quale risiede solo nel volo sull’attaccapanni dell’anticamera di Mr.
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Siamo in Iran nel 1965. La Savak è la pericolosa polizia segreta dello shah Pahlevi, che controlla non solo gli oppositori e i singoli cittadini ma anche l’operato dei suoi stessi agenti. Uno di questi ultimi, Barak (Amir Hadidi) ha appena compiuto una missione nell’isola di Qeshm situata nello stretto di Hormuz, adibita a confino, e deve far registrare il rapporto da un anziano collega che lo interroga con fare inquisitorio. La missione – accertare i fatti su un presunto suicidio di un detenuto – appare in un flashback. Il “look” di Babak oscilla tra quello dei misteriosi “Men in black” e il vestiario di Belushi in Blues Brothers, occhiali neri compresi; sul capo il giovane porta una risicata lobbia nera al modo degli investigatori privati USA dell’epoca, del tutto simile a quella poco pratica dello 007 di Sean Connery, l’utilità della quale risiede solo nel volo sull’attaccapanni dell’anticamera di Mr. M., il suo capo. Su una sgargiante Chevrolet arancione Babak carica la cupa controfigura di se stesso, un altro agente Savak, ed al seguito c’è su un carro Almos, uno stregone-guaritore-oculista, cacciatore di squali e narratore di leggende dell’isola. I tre entrano in un paesaggio desertico abbacinante che nasconde un galeone portoghese di 4 secoli prima vicino ad un cimitero abbandonato. Babak comprende subito che il recluso morto, un oppositore marxista-leninista, trovato impiccato nel galeone, è stato “suicidato”. Babak intende seppellirlo nel cimitero abbandonato, ma sebbene Almos parli di un terribile terremoto che un tale atto scatenerebbe, fa eseguire la sepoltura e per nulla impressionato dalla diceria passa la notte nel galeone cosparso delle scritte del recluso, una delle quali dice: Che cosa vedrò in punto di morte? Il terremoto si verifica veramente, una scossa del sesto grado della scala Richter, ma solo nel fazzoletto di terra del cimitero. Altra deposizione registrata di Barack, altro flashback: il giovane si trova lì con un geologo (Homayoun Ghanizadeh) ed un tecnico del suono (Ehsan Goudarzi) che non riescono a spiegare il fenomeno. Mentre vengono sorvegliati dall’alto da infaticabili agenti Savak, trovano nelle viscere della terra una neonata, Valieh, forse figlia di Sharhzad, a sua volta figlia di Almos …
Questo film visionario è stato presentato alla 66esima Berlinale. Haghighi mescola e intreccia generi cinematografici diversi: spionaggio e storie di fantasmi, western e favola, thriller e cinema-nel-cinema. Scorrono, infatti, anche scene di un vecchio film iraniano. Il paesaggio ben fotografato ricorda la Valle della Morte tra California e Nevada, ripresa in tanti western piena di “indiani”in agguato a spiare i movimenti delle diligenze e della carovane di coloni prima di scatenare un attacco; il luogo è come Zabriskie Point, altrettanto esplosivo e distruttivo. In questa pellicola i malevoli “indiani” che appaiono e scompaiono alla vista sono gli agenti della Savack che spiano i tre investigatori. Il galeone con le scritte sulle pareti, i libri, il cofanetto con gli oggetti inutili e gli scricchiolii delle pareti evoca le magie delle favole delle Mille e una notte proprio nel Paese dove sono nate. I segreti del luogo dovranno essere svelati. L’ultima immagine che vedrà il morituro non sarà un Drago, ma forse soltanto un lamentoso cammello. La volontà maligna, la banalità del male risiede altrove: non nei mostri, ma nell’uomo verso il suo simile. Un film fantasmagorico da non mancare.
Valutazione *** e ½
FabioFeli
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